Il racconto per l'estate di Un Uomo Libero.
di Un Uomo Libero.
Scicli – La incontrai a Donnalucata. Una signora anziana, “vecchia come Matusalemme” amava ripetere spesso scherzando, nascondendo così, ad arte, i suoi maturi novant’anni. Una donna amabile con cui conversare, spiritosa, dotata di una grande dose di autoironia e di una malcelata autostima che non camuffava neppure sotto un sorriso sapiente e intelligente.
– Mio padre mi chiamò Eleonora quando denunciò la mia nascita allo stato civile: era un appassionato del melodramma verdiano. Da subito, però, in casa e nella cerchia delle conoscenze mi ribattezzarono Nora. Sono nata in un secolo sbagliato – ammiccò, celiando e nascondendo un sorriso di furbo compiacimento dietro un grande e prezioso ventaglio nero che, nel tardo e caldissimo pomeriggio di luglio, agitava nervosamente i suoi pensieri.
– Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo dei film americani, il mio nome diventò tanto di moda che dovetti cambiarlo in Norina, più casereccio e meno stravagante. Mio papà, vecchio simpatizzante del Fascio, caldeggiò subito la variante. Ma tu chiamami Nora, – supplicò, – col tempo ci ho ripensato e trovo eccitante vivere una nuova giovinezza all’insegna della moda americana. – Chiuse il ventaglio e mi regalò uno di quei suoi sorrisi accattivanti e irresistibili. Mi prese la mano, felice di essere ascoltata, di essere amata.
L’avevo conosciuta in una casa di riposo; eravamo diventati amici e mi aveva dato quello strano appuntamento. Dei pronipoti, in estate, le regalavano qualche settimana di vacanza ospitandola a Donnalucata, in una casa di fronte al mare che lei aveva loro donato.
– Alla mia età – mi confidò, – posso permettermi il lusso di dire anche sciocchezze o, magari, di farle. Questa casa è tutto il mio mondo, è qui che mi sento viva e vorrei morire. – Era molto allegra e chiacchierona. Amava raccontarsi e raccontare.
– Da giovane, mi ero innamorata di un collega di mio fratello. Un ragazzone robusto e bello, dai capelli colore dell’oro. Sono stata una donna minuta e, per la legge degli opposti, ho guardato con invidia e ammirazione chi era il mio esatto contrario. Lui, promettente avvocato procuratore come mio fratello, tentò il difficilissimo concorso notarile e lo superò. In città abitava in un palazzo non lontano dal nostro; spesso lo sorprendevo a osservare la strada e il bailamme dal suo balcone. Mi convinsi che scrutasse in direzione del mio e me ne innamorai perdutamente. In quel tempo non era così facile fidanzarsi o dichiararsi. Mia sorella maggiore s’insospettì e dovetti confessarle la mia passione.
Non accadde nulla, purtroppo. Il bel notaio qualche volta veniva a casa, ma solo per cercare mio fratello; avrei tanto voluto che mi avesse rivolto qualche parola gentile in quelle occasioni, un complimento ardito e complice, magari, anche a costo di alimentare il chiacchiericcio cittadino. Ma niente.
Durante un ballo in casa di amici, all’epoca usava, lasciai cadere di proposito un fazzoletto. Seguivo le sue mosse con la coda dell’occhio: lui lo raccolse ma non me lo restituì. Lo fece recapitare a mia madre tramite una serva, qualche giorno più tardi. Immaginavo, in un continuo delirio, i suoi sospiri col mio fazzoletto tra le mani. Che ridicoli che eravamo!
Un mese più tardi, a cena, mio fratello annunciò alla famiglia riunita che il suo amico notaio si era fidanzato con una ragazza di Modica, un buon partito: il padre era un avvocato principe di quel foro. Un matrimonio combinato, naturalmente. Quella notte non chiusi occhio, piansi giorni e giorni inconsolabile. Stavo al balcone per ore, ma lui non veniva più. Lo notai con la moglie alla messa domenicale, dopo le nozze, e lei mi sembrò sgraziata, poco elegante, palesemente rustica per essere la figlia di un principe del foro.
Mio padre, un giorno, mi chiamò nel suo studio e, dopo un largo giro di parole, mi informò che il figlio di un amico di famiglia aveva chiesto la mia mano. Conoscevo il ragazzo: magrissimo, quasi allampanato, pelato, con occhialini da miope e un grosso neo all’angolo delle labbra che sembrava sbarrare la strada a ogni sorriso. Finsi sorpresa, ma mio padre subito mi raggelò comunicandomi che aveva dato la sua benedizione. –
Nora fece una pausa. Chiudeva gli occhi per ascoltare il non lontano respiro del mare che le faceva da suggeritore.
– Sai – riprese, – una volta al padre non si replicava e io, ero così scottata che, proprio per fare un dispetto al bell’Adone biondo, avrei sposato anche il palo del telegrafo. – Sorrise di quella sua battuta.
-Non fu un palo del telegrafo, ma una buona persona – puntualizzò immediatamente. – Mi diede un figlio che amai più di me stessa; almeno questo ragazzo era davvero mio. Purtroppo anche il figlio me lo portarono via una donna sbagliata e poi la morte.-
– Sei stata tanto sfortunata con gli uomini – conclusi.
– Sì, tanto – annuì. – Mi rifugiai in quell’antico amore giovanile, immaginando una vita parallela con lui. Invecchiavo con quel ricordo. Mio marito morì e io rimasi sola coi miei fantasmi. Morì pure il notaio, ma la sua morte mi procurò una gioia inaspettata: non la vissi come un lutto, ma come un possesso, perché potevo finalmente averlo tutto per me, nella mia lucida follia. Anzi, bramavo di morire anch’io per riunirmi a lui in un iperuranio fantastico, governato solo dalla legge dell’amore. E invece? Eccomi ancora qui, viva, a raccontare per te i pensieri nascosti di una vita. –
Il mare, ora, sembrava animarsi di piccole onde.
– Non ho mai tradito mio marito con un altro uomo – mi confessò con gli occhi socchiusi per un pudore nuovo e a me sconosciuto. – Ma l’ho tradito sempre con lui, il mitico notaio. Quell’uomo immaginato e immaginario ha alimentato le mie fantasie, ha turbato le mie notti, riempiendo, poi, il vuoto lasciato da parole non dette e l’assenza di un sentimento che mai ebbe il coraggio di esistere e di amare. –
Nora guardava lontano; rossa nel volto, era illuminata da un’espressione catartica e irreale.
Donnalucata si accendeva del riverbero dei suoi pensieri che da tanti anni ormai, ogni giorno, aspettavano di spegnersi nell’ultima penombra della sera. Lei si voltò verso di me, come se il mio silenzio fosse l’unico approdo possibile per quell’enorme mare di parole appena smosso. Non aggiunse altro; il ventaglio, che fino a quel momento aveva freneticamente agitato l’aria, si arrestò di colpo. Le sue dita nodose si serrarono sulla stoffa nera e lucida, come se avesse finalmente catturato ciò che per decenni le era sfuggito. Il sole stava calando oltre la linea dell’orizzonte, inghiottito da un azzurro sfumato che si perdeva nell’immensità del cielo, e in quel breve istante mi parve che anche il suo segreto si fosse dissolto, trasformandosi in spuma e salsedine, in quell’eterno ritorno di cose che non sono mai state.
Madrid, 9 luglio 2026
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