Un racconto di Un Uomo Libero
di Un Uomo Libero
Scicli – Arrivai a Donnalucata con un vecchio autobus in un caldo pomeriggio agostano, proveniente dall’aeroporto di Catania. Un lungo viaggio da Madrid mi aveva riportato nel cuore più segreto e intimo del Mediterraneo.
Scesero con me, alla fermata del molo, anche alcune ragazze scozzesi che mi chiesero notizie di un bed and breakfast prenotato da Glasgow via Internet. Scossi il capo, esprimendo in un pessimo inglese tutto il mio dispiacere per non poter essere loro di aiuto.
La spiaggia brulicava di bagnanti e di ombrelloni che la coloravano con allegre e pazze macchie di colore.
Tolsi il mio panama e lo agitai per asciugare con un vento leggero il sudore che colava dalla fronte stanca, che appiccicava i miei radi capelli. Tolsi pure la giacca di lino beige. Aspettavo all’ombra di una minuscola pensilina qualcuno che sarebbe venuto a prelevarmi.
Le ragazze scozzesi chiamarono un numero telefonico col cellulare e subito i loro sguardi diventarono sereni e allegri sotto enormi pamele di paglia dorata.
Sbottonai la camicia fradicia di sudore per dare aria a un petto spelacchiato, floscio. La riabbottonai immediatamente, sorpreso e impaurito dalla visione di quella mia nudità cadaverica, oscena. Straniero, ritornavo, dopo un’assenza decennale, là dove si era consumata tutta la mia giovinezza, dov’erano state piantate le mie radici.
Una signora dall’aria british sopraggiunse e invitò le turiste a seguirla.
Una macchina si fermò. Scese un ragazzone in pantaloni corti e maglietta.
-Sono Giulio, il figlio di Vincenzo. -Disse, presentandosi.
Dopo avermi stretto la mano, prese la mia valigia e la caricò dentro il portabagagli dell’automobile.
-Papà verrà a trovarla in albergo fra un’oretta, – riferì- il tempo necessario per lei di darsi una rinfrescatina dopo il lungo viaggio. Sa -commentò- l'”Alga Marina” non è il Grand Hotel di Parigi, però è l’unica sistemazione decente da queste parti.-
Il ragazzo mi guardò e sorrise maliziosamente, come per farsi perdonare un’impertinenza.
– Non ti preoccupare, -lo rassicurai- non devo fermarmi a lungo, lo sai. –
-Sì. – Annuì.
Arrivammo davanti all’albergo. Giulio tirò fuori la valigia e, insieme, ci presentammo alla reception per ritirare la chiave della stanza. Il ragazzo mi accompagnò fino in camera, si assicurò che tutto funzionasse, l’aria condizionata, il frigorifero, il water e la doccia. Dopo, mi strinse di nuovo la mano e mi lasciò.
Disfeci il mio bagaglio, mi spogliai. Feci una doccia con acqua quasi fredda per abbassare la febbrile temperatura del corpo. Mi distesi sul letto e chiusi gli occhi per non pensare, per negarmi alla luce.
Dieci anni erano tanti, forse troppi per un tempo della vita così breve. Squillò il citofono. Dalla reception m’informavano che Vincenzo era già nella hall e mi aspettava. Mi rivestii in fretta, presi un pacchetto dalla valigia e subito scesi con l’ascensore per incontrarlo.
-Carissimo!- Mio cugino si alzò dal divano e, non riuscendo a contenere la sua gioia, mi venne incontro per abbracciarmi. -Come va?-
Mi sedetti su una poltrona accanto a lui, anch’io felice di rivederlo, dopo un’assenza così lunga. Chiacchierammo del più e del meno. Della crisi, della Spagna, di Madrid tanto calda e assolata, affogata nell’afa di agosto. Gli chiesi della sua famiglia.
-Oh! – Esclamò. – Maria voleva venire insieme con me per darti il benvenuto ma io l’ho dissuasa. Avremo tempo domani per raccontarci dieci anni di vita trascorsa sotto differenti latitudini. Giulio, l’hai visto, il prossimo anno si laurea in ingegneria. Francesco insegna lettere e filosofia a Ferrara. Lo aspettiamo in questi giorni con la ragazza, si è fidanzato. Stasera ti ho prenotato in albergo la cena per non affaticarti, per farti riposare un po’, da domani, però, verrai a pranzo e a cena da noi. Abbiamo pensato, mia moglie ed io, che una casa come la tua, disabitata da così tanto tempo, non avrebbe potuto offrirti il massimo del comfort.
In effetti, potevo ospitarti a casa mia senza nessun problema. Maria ha preferito comunque sistemarti nell’unico albergo della borgata perché tu ti possa sentire completamente a tuo agio, in piena libertà.-
Sorrisi. Gli porsi il pacchetto.
-Che cos’è?- Domandò Vincenzo.
-Nulla! -Risposi. -Un detalle(1). Un semplice pensiero per Maria. Spero che le piaccia.-
-Daglielo tu domani o anche stasera stessa, se vuoi.- Propose Vincenzo.
-No. Daglielo tu. -Insistei.- Hai fatto bene a prenotare la cena in albergo. – Lo tranquillizzai. -Domani verrò a casa tua con molto piacere. Stasera, invece, vorrei andare a dormire presto e riposare perché mi sento davvero stanco. Non prima, però, di aver fatto una capatina alla villa. Hai le chiavi con te?-
-Sì, certamente.- Vincenzo mise la mano in tasca e tirò fuori un mazzo di chiavi. – Immagino -aggiunse – che ti vorrai subito rendere conto del suo stato mentre ancora c’è tanta luce ed è giorno. Andiamo, allora, togliti questo pensiero!-
Una lunga corniche disegnava una spiaggia di fine sabbia dorata. Descriveva una baia dolce dentro la quale il mare riposava tranquillo, protetto dal lungo braccio del porto da un lato e dall’altro da un basso sperone di roccia sopra il quale l’enorme mole dell’albergo vigilava come un minaccioso gendarme.
La villa era in centro e noi eravamo abbastanza lontani.
Salimmo in macchina e ci avviammo. Parcheggiammo in una delle stradine che conducono diritte al porto. A piedi raggiungemmo la casa.
Un enorme cancello arrugginito custodiva uno splendido giardino di bouganvillee, di gelsomini e palme, tra pergolati ombrosi e rigogliosi oleandri dai fiori delicati, di cera, rosa e bianchi, che profumavano di mandorla amara. L’antico viale, dall’acciottolato levigato e lucente, fiancheggiato da siepi di bosso, conduceva sempre a una persiana di un verde stinto, chiaro e mediterraneo. Le sue stecche erano state sigillate già prima ancora della salsedine da un’edera prepotente e selvatica le cui impronte erano ancora visibili sulla vernice crepata del legno.
Rimasi stupefatto dalla perfetta manutenzione del piccolo parco. Mi aspettavo di trovare un bosco di sterpi.
-Da quando hai dato mandato a un’agenzia immobiliare di venderla -mi spiegò Vincenzo – ho incaricato un giardiniere perché si prendesse cura delle piante. Abbiamo fatto in tempo a salvarne molte. Come vedi, tutto è abbastanza curato e dà un’immagine più confortante di quella dell’abbandono. Il prezzo chiaramente è stato influenzato parecchio da questo importante lavoro.-
Vincenzo aveva intanto aperto il cancello. Entrai come un ospite dentro la mia casa.
-Avrai sostenuto delle spese, immagino, per sistemare tutto questo. – Domandai impacciato. -Quantificale, per favore, te le rimborserò non appena sarà perfezionato l’atto di vendita. Perché non mi hai chiesto mai nulla? – Lo rimproverai affettuosamente.
-Oh, figurati! -Minimizzò l’uomo. -Ti sbagli. Non ho speso un patrimonio e, spesso, ho aiutato personalmente il giardiniere. Amo questo genere di lavori. Molte cose le ho fatte nel mio tempo libero. –
Vincenzo aprì la persiana e, subito dopo, la grande portafinestra che dava in un’ampia sala. In essa una volta si ricevevano informalmente gli amici, le persone di famiglia, i mezzadri che a scadenza venivano a corrispondere gli affitti. Per gli ospiti importanti si aprivano invece i salotti, ubicati nel lato posteriore della casa, spalancati sul mare del Canale, resi più ampi e freschi da un soprelevato e ventilato terrazzo.
Tutto era in ordine come lo aveva lasciato mia madre. Come se il tempo si fosse fermato in quelle stanze che erano state veri e propri rifugi dell’anima e una mano invisibile, per preservare ogni cosa, avesse steso un velo leggero o un impercettibile cellophan.
La penombra invase discreta il salone, il corridoio. Li colorò di tinte tenui, sfumate, fino a quando Vincenzo non spalancò anche le grandi persiane dei salotti. La luce allora entrò con l’irruenza del fulmine e avvampò il mobilio e gli spazi, proiettando ombre dense sugli intonaci dei muri screpolati dalla salsedine, tra i divani coperti di bianche lenzuola.
Un forte odore d’alga mi mozzò il respiro e, per un attimo, i luoghi si riempirono di fruscii leggeri, di echi familiari, di brusii lontani che la spiaggia restituiva per magia al mio sbiadito ricordo.
Rimasi in piedi sul vasto terrazzo acciottolato, fermo e ipnotizzato di fronte al mare.
Vincenzo mi parlava ed io non riuscivo a sentirlo, perso in un orizzonte sfumato e basso.
Un chiacchiericcio mi destò da quell’improvvisa malia.
Vincenzo intanto aveva scavalcato un muretto che separava, a mo’ di sedile di pietra, il terrazzo della villa dall’altro della casa attigua. Aveva varcato un uscio.
Una giovane donna apparve improvvisamente da una porta insieme con un’altra molto anziana su una sedia a rotelle.
-Ecco, zia Santina, volevate vederlo? E’ qui.- L’uomo m’indicò con la mano alla vecchia signora.
La donna aguzzò gli occhi e borbottò qualcosa. La carrozzina si mosse verso di me, spinta dalla badante.
-Non te la ricordi?- Mi chiese Vincenzo. – La zia Santina, la cugina di tuo padre e di mio padre?-
Rimasi inebetito prima, saltai poi subito il muretto anch’io e mi avvicinai a lei. La ragazza, dall’italiano incerto e dall’accento rumeno, ci lasciò, rientrò nella casa, ritornò con due poltroncine di vimini e ci invitò a sederci ai lati della sedia a rotelle.
Zia Santina mi fissava con i suoi occhi piccoli e acquosi mentre le mani scheletrite e scure tremavano per un’età venerabile che le ciprie e le creme invano avevano tentato di mascherare. I capelli bianchi con qualche riflesso viola erano ancora folti, curati, arricciati da un’antica permanente. Un prezioso cammeo chiudeva, sotto il mento, l’orlo di un’elegante camicetta nera, plissettata, di seta.
Mi curvai per darle un bacio.
-Come stai? – Mi chiese lei con un filo di voce e una commozione percettibile, cara. Dopo una lunga pausa, riprese con aria di rimprovero. -Da un bel po’ desideravo abbracciarti e parlarti per un’ultima volta! Non ci speravo quasi. Sono vecchia, sai? A ottobre compio novantadue anni. Son tanti! L’udito è buono, la vista invece non mi aiuta. La mia vita è fatta ormai di masse colorate indistinte sempre che una cosa non la avvicini agli occhi. Non posso leggere più ma almeno mi consola la musica. E tu? Che cosa fai? Dove sei? Mi è stato detto che non vivi in Italia.-
Zia Santina m’incalzava con la curiosità delle donne anziane e sole, avida di conoscere la mia vita, il tempo della mia assenza che le era sfuggito, tenacemente legata, come solo a quell’età si può essere, agli affetti e ai ricordi.
Pregai mio cugino di lasciarmi là con lei, avrei raggiunto a piedi l’albergo. Più tardi, un po’ più tardi. Vincenzo mi accontentò. Parlammo, io e zia Santina, di tante cose, quando restammo soli.
Il tramonto lasciava sull’acqua una scia di braci, ardenti come le memorie riesumate dalla sua voce appassionata e antica. Allora tutto mi parve strano in quel posto. Diverso, surreale.
-Ma perché vuoi vendere questa casa? – Mi domandò a bruciapelo quando la ragazza le annunciò che la sua cena era pronta e capì che dovevamo lasciarci.
Zia Santina mi prese le mani fra le sue.
-Alla fine della mia lunga vita -mi confidò – ho imparato che siamo impastati di odori, di colori, di profumi, di suoni. Di sensazioni forti che hanno bisogno però di cose palpabili per esistere. Io, per esempio, so riconoscere a occhi chiusi dal suo profumo una stanza da un’altra, una persona dal suo odore, le cose che mi circondano dal colore delle masse e dalla densità delle ombre. Senza questa concreta fisicità intrinseca, la vita, penso, non avrebbe né senso né leggerezza. Sembrerebbe un ossimoro. In effetti, non lo è. I miei nipoti volevano ricoverarmi in una di quelle residenze per anziani ma io non ho pensato neppure per un momento di lasciare questo luogo. Qui è tutta la mia storia, il mio passato e il mio presente, il posto in cui posso ancora progettare un futuro senza giorni. Il denaro, credimi, non potrà mai restituirti la voce di tua madre che queste mura oggi custodiscono e un tempo conobbero e amarono. Se ascolti attentamente lo sciabordio del mare, la sentirai, come spesso io sento le voci dei miei, il tenero rumore dei baci rubati dal mio povero marito nel dormiveglia, l’impercettibile fruscio di un’amorevole carezza fatta col dorso della sua mano sulla mia guancia assonnata o il semplice rumore del suo cuore che batte. Domani, quando il tuo corpo si arrenderà come il mio all’inevitabile decadimento della carne, tutto questo ti mancherà e tu non lo potrai più ritrovare. Ti maledirai per non avere ascoltato le mie parole. Maledirai il momento in cui barattasti con uno sciocco ed effimero compenso ciò che solo è stato indiscutibilmente tuo, il tuo passato. Ti scoprirai davvero, allora, un uomo nudo, un uomo senza memoria e senza storia. Un corpo morto prima ancora che la morte lo abbia colto. Ah, se io non fossi vissuta di ricordi, a quest’ora mi sarei uccisa!-
Una lacrima le scivolò sulla pelle rugosa della gota.
-Mio marito, lo sai, fu un diplomatico. -Continuò, dopo una breve pausa. – Abbiamo abitato in tante parti del mondo. Abbiamo viaggiato in lungo e in largo per il pianeta. Londra, Parigi, Lisbona, Buenos Aires, New York, Berlino, Mosca, Tokyo. Posti belli e incantevoli ma in nessuno di essi, credimi, per quanto affascinanti e rari, in nessuno mai trovò pace l’anima mia come in questa piccola lingua di terra, insinuata nel mare africano. I suoi gelsomini profumano ed eccitano le notti e la luna, che non riesco più a vedere nitidamente ma che intuisco per la sua luce chiara, solo qui mi rammenta i giorni del passato, momenti nei quali fui lontana e felice, protagonista e amata. In questa terra magica e dolce dove il sogno si confonde con la realtà e la realtà col sogno, voglio morire e perdermi. Per raccontare come una sirena maledetta e inquieta una, dieci, cento, mille volte, semplici storie a chi possiede un animo di poeta, fino a quando il mio spirito ce la farà a risorgere per amore dall’acqua.-
La sua voce supplichevole mi commosse. La ragazza le ricordò di nuovo che la cena era pronta da un pezzo. Mi curvai sulla sua guancia e la baciai.
-Non la vendere la casa, promettilo! – Mi sussurrò con accorata inquietudine prima di allontanarsi.
La badante si avvicinò, spinse la sedia a rotelle verso l’uscio.
Scavalcai il muretto. Entrai nella villa. Accesi la luce perché già faceva buio. Rividi la mia stanza, la stanza dei miei genitori con il maestoso letto di ottone, dove mio padre morì. La cucina, la stanza da pranzo. Gli alloggiamenti della servitù. Lo studio di mio padre; il salottino, dove mia madre ricamava e s’intratteneva con le amiche. L’appartamentino di mia sorella morta giovane e lasciato intatto. Presi il vecchio dondolo di vimini del nonno e lo portai in terrazzo, mi ci lasciai cadere di peso.
Donnalucata era là, con i suoi cari fantasmi, inalterata come al tempo della mia fanciullezza, malinconica e bella, eterna nel suo rosso tramonto.
Il molo si popolò di luci: lampare, accese come piccole stelle, piano piano lasciavano con le barche l’attracco per prendere il largo.
Chiusi gli occhi. Sentii la mano di mia madre che mi sfiorava con la brezza leggera il viso, le palpebre chiuse.
Un pianto improvviso mi vinse, mi acquietò.
Caddi in un sonno profondo lasciando la casa aperta e le porte spalancate.
Mi risvegliò a giorno inoltrato la voce di Vincenzo. Mi aveva cercato in albergo e non mi aveva trovato. Nessuno della reception mi aveva visto rincasare. Preoccupato, era subito accorso alla villa e la aveva trovata aperta e incustodita.
-Che cosa ti è successo? -Mi chiese, ansimando, scuotendo leggermente il mio braccio.
Lo guardai con aria strana, imbambolata.
-Nulla. – Risposi, sorpreso. – Mi sono appisolato. E così ho dormito tutta la notte, fino a quando ora sei venuto tu. –
-Che paura mi hai messo! -Esclamò più sereno l’uomo.
-Sai, stamattina mi hanno telefonato dall’agenzia immobiliare. Il compratore e l’intermediario ci aspettano per perfezionare la vendita della villa domani dal notaio. Devo solo confermare l’ora, se tu sei d’accordo.-
-L’agenzia immobiliare? – Domandai stranito.
-Scusa, perché sei venuto, dunque? – Sbottò spazientito l’uomo.
-Ascolta, – dissi- ho cambiato idea. Ho deciso di non vendere più.-
-Come non vendi più?- Ribatté allibito Vincenzo.
Lo guardai a lungo negli occhi.
-Da giovane -gli spiegai- sempre mi raccontavano storie di sirene e c’era chi giurava di averle viste proprio qui vicino, fra gli scogli a mare. Dormivo su questo terrazzo nelle notti d’estate e di luna piena sperando anch’io di poterne incontrare una. Dovevo invecchiare e vivere tanto perché il mio sogno diventasse magnifica realtà. Ed ho capito finalmente, stanotte, che certi incontri sono solo possibili là dove con la fantasia puoi ritrovare il tuo tempo passato, di ragazzo, e riviverlo, per una magica suggestione della mente, nel segreto più intimo del cuore.-
Una caligine bianca avvolgeva ora l’orizzonte lontano. Sul molo una piccola folla aspettava il rientro delle barche con il pesce pescato.
Un silenzio imbarazzante e strano scese come un sipario sulle mie ultime parole.
-Tempo di scirocco!- Esclamai con la sicumera e la ieraticità di un vecchio lupo di mare. Soprappensiero, aggiunsi: -Forse lascerò Madrid per Donnalucata. Che sciocco! Da tanto tempo ho cercato altrove quello che già qua possedevo da sempre. –
Vincenzo ascoltava preoccupato e non capiva. Mi appoggiò la mano sulla fronte.
-Vieni! – Mi pregò. – Hai la febbre. Ti porto alla Guardia Medica. E’ meglio che ti veda un dottore. Sicuramente hai preso un colpo di calore. –
(1) Un pensierino affettuoso.
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