Attualità
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30/06/2008 01:27

E’ finita. San Pietro ha dato le chiavi di Modica ad Antonello

di Redazione

E’ finita.
La voce di Nando Martellini festante nell’estate del 1982 risuona nella mente dei modicani.
E’ finita.
Sarà stata anche “breve ed intensa” come l’hanno definita, ma sicuramente è stata pesante.
La campagna elettorale che va in archivio e che riporta il centrosinistra al governo della Città dopo sei anni, sebbene in “condominio” con l’Mpa, chiude una lunga parentesi elettorale che a Modica è iniziata con le dimissioni di Piero Torchi lo scorso 3 marzo, è proseguita con le convention al “vetriolo” (si ricordi il Miccichè “furioso”), la guerra sui manifesti, la chiusura della Finocchiaro nella sua città, la “prima” vittoria di Nino Minardo e l’ennesima di Peppe Drago, la sconfitta di Torchi e Carpentieri e lo sbarco a Palermo di Riccardo Minardo Poi spazio alle Amministrative, con i tavoli di concertazione, i nomi dei papabili candidati sindaco, il “lancio” di Scucces, i “tentennamenti” del Pd e le proposte circa l’ “accordo di centro”, la rottura dell’Mpa, la campagna infuocata, i comizi al veleno, i preannunci di querele, la conferenza stampa del “redivivo” Torchi, il pareggio al primo turno e l’apparentamento (o inciucio) tra Buscema e Scarso, i cambi di casacca.
Ma quella che va in archivio sarà ricordata come la campagna elettorale dei big. Da Berlusconi che accoglie e “lancia” Giovanni Scucces, a Raffaele Lombardo, Governatore di Sicilia, che lancia siluri all’indirizzo di Peppe Drago, il quale risponde per le rime.
E’ stata anche la campagna elettorale dei Santi.
Si sono festeggiate infatti in rapida successione le festività di Sant’Antonio (auguri a Buscema), San Giovanni (auguri a Scucces) ed infine San Pietro che ha concesso le chiavi di palazzo San Domenico al “suo figlioccio” Buscema.
Adesso che è finita (lo si grida pensando festanti al relax), due obblighi per vincitori e vinti: ripulire strade e muri da manifesti, volantini e affini; lavorare per l’esclusivo bene di una città: Modica.
E l’orologio del Castello, che guarda dall’alto, continua a battere incessante le ore.

Giorgio Caruso