Le foto di Andrea Scarfò
di Giuseppe Pitrolo
Scicli – Il fotografo calabrese Andrea Scarfò pubblica un libro interamente dedicato al Giòia di Scicli.
Presentiamo qui l’introduzione di Giuseppe Pitrolo
“Nella gioia clamorosa dei fedeli per il Cristo Risorto,
nel simulacro di quel nudo corpo splendente che viene lanciato in alto,
viene fatto vorticare dentro la chiesa di Scicli,
possiamo leggere l’eterna vicenda della rinascita, della gioia, del Gioia,
che fuga ogni lutto, ogni pena, ogni buio del frigido inverno dell’uomo”
Vincenzo Consolo
Scrive così Consolo a proposito del Cristo Risorto di Scicli.
Il “Gioia” di Scicli è una festa che muta continuamente restando fedele a se stessa, sempre diversa e sempre uguale, perpetuamente sorprendente ed affascinante: abbiamo capito meglio i motivi del suo fascino grazie alle foto e all’occhio straniato di Andrea Scarfò.
La caratteristica del Gioia è il movimento, l’imprevedibilità, il divenire, la trasformazione: la vita. E “la vita è bella” perché mescola morte e esistenza, lacrime e risate, dolore e gioia… Scarfò si avvicina al “Gioia” tramite il “metamorfismo” barocco (Getto) di Shakespeare ed Eliot, tramite il “carnevalesco” di Bachtin: la sua lettura spiazza perché i ruoli sono rovesciati. Così come avviene con lo “scandalo” del Cristianesimo, in cui si attua l’ossimoro “e Dio si fece carne”: già Erich Auerbach notava che col Cristianesimo l’alto si fa basso, producendo in arte la “mescolanza degli stili”. Calaciura osserva che con il “Gioia” gli sciclitani “danno del tu a Dio”.
Alla morte di Cristo “il velo del tempio si squarciò” e ci fu un terremoto: Scicli è una cittadina forte, risorta più bella dopo il terremoto del 1693: una città in perpetuo divenire, in cui si valorizza il passato col Barocco, l’UNESCO, le tradizioni popolari, e allo stesso tempo si esalta la contemporaneità col Gruppo di Scicli e la fiction “Montalbano”: la vita va avanti, a Scicli: non siamo un paese che si è fermato: siamo una cittadina che corre e non si stanca. E nel Gioia troviamo la stessa forza, che è anche l’esplosiva energia dei suoi portatori: perché la luce vince sul lutto, la vita sulla morte, l’”orior” sul “m-orior” (G. Dormiente).
E anche le foto di Scarfò sono piene di vitalità, furia, fatte per spiazzare: la caoticità magmatica della festa viene definita dagli scatti: Scarfò ha voluto realizzare qualcosa che abbia la stessa carica, energia e speranza della festa: quindi ha adottato un linguaggio acceso ed eccessivo, perché lo spettatore di ‘U Gioia’ sa che quando vorrà potrà diventare attore, trasportando la statua e da essa facendosi trasportare. Per questo la scelta stilistica delle foto tende ad esaltare i primi piani, il mosso controllato, e a “colpire”.
Bufalino parlava di “luce e lutto” per definire la Sicilia: ma la Sicilia occidentale e quella orientale hanno modi diversi di “lutteggiare” e festeggiare, con la prevalenza nella Sicilia ionica della luce sul lutto (si pensi solo alle altre Feste di Primavera sciclitane: la dionisiaca Cavalcata di San Giuseppe e la spiazzante Madonna a cavallo): Scarfò ha perciò scelto l’evidenza dell’invisibile, affinché l’isola non sia solo sepolcro, ma grembo. Il fluttuare del Gioia corrisponde all’alternarsi di morte e vita: le foto rendono il senso del “barocco che ondeggia”: sembra che i mascheroni siano scesi nella piazza di Scicli, facendosi uomini e portatori.
Col Gioia si crea un’alchimia che mescola l’umano col divino, il sublime con il caos della carne e del sangue, tendendo a superare il dato reale.
“Luce e lutto”, certo, ma il nostro “lutto” è pieno di “luce”, mediterraneo, greco. Cristo è eccesso ed eccezione: per questo ci mette in crisi, perché ogni uomo può essere Dio. Come canta Capossela: “Ha lasciato il calvario e il sudario/ Ha lasciato la croce e la pena/ Si è levato il sonno di dosso e adesso per sempre per sempre è con noi/ Se il Padre eterno l’aveva abbandonato/ Ora i paesani se l’hanno accompagnato/ Che grande festa poterselo abbracciare/ Che grande festa portarselo a mangiare (…) E’ pazzo di gioia, è un uomo vivo…”
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