Economia Sicilia

Dighe colme, campi a secco: la chimera della desalinizzazione del mare

Burocrazia non fa rima con tecnologia, l’unica siccità è quella politica e finanziaria

https://immagini.ragusanews.com//immagini_articoli/11-08-2022/dighe-colme-campi-a-secco-la-chimera-della-desalinizzazione-del-mare-500.jpg La diga Santa Rosalia, il bacino artificiale del Libero consorzio comunale di Ragusa

 Ragusa - L’acqua negli invasi in Sicilia c’è, addirittura il 17% in più rispetto all’estate 2021. Nessuna emergenza siccità dunque, come per la pianura Padana. I nubifragi invernali hanno riempito le dighe, il problema dell'Isola è tutto nella rete idrica colabrodo: in media, oltre metà dell’acqua immessa nelle tubature va persa lungo il tragitto verso piantagioni e abitazioni a causa della mancata manutenzione; ma c'è anche un 15% circa rubato con allacci abusivi. Secondo le ultime stime Istat a Siracusa se ne disperde il 67%, a Messina il 52, a Catania il 51, a Palermo il 42%. La provincia di Ragusa, nonostante i tanti disagi dei cittadini che ci scrivono, pare che stia messa meglio.

A soffrire maggiormente è l’agricoltura: la distribuzione delle acque irrigue è affidata ai consorzi di bonifica, ma hanno reti obsolete. Gli interventi "straordinari" chiesti dal governatore Musumeci alla Protezione civile sarebbero, in realtà, ordinarissimi se le aziende idriche facessero il loro lavoro. “Non può esserci soltanto un intervento d’urgenza - dice Francesco Ferreri, presidente di Coldiretti Sicilia -, è una questione che dev'essere affrontata a lungo termine”. L’approvigionamento d’acqua in Sicilia, almeno per quest’anno, sembra che non sarà un problema ma è ovvio che serve subito una ristrutturazione complessiva di impianti e tubazioni, in un territorio ad alto rischio desertificazione per i cambiamenti climatici.

Eppure, in una regione circondata dal mare, la tecnica della desalinizzazione per rendere potabile l'acqua del mare potrebbe avere enormi potenzialità di sviluppo: perché non è mai stata presa in considerazione? La risposta è sempre quella: burocrazia. Vincoli e lacci normativi che rendono la vita impossibile a chi vorrebbe investire nel settore. In Europa ne esistono, invece in Italia "questi impianti non sono stati ancora sviluppati e oggi, con l'ultima previsione della legge Salvamare, diventa ancora più complicato costruirli” spiega l’economista Alessandro Marangoni, autore del paper "la desalinizzazione, una risposta alla crisi idrica" elaborato dalla società italiana Althesys, di cui è Ceo, e dalla spagnola Acciona.

“Quest’ultima legge - osserva il manager - complica l’autorizzazione prevedendo una Valutazione di impatto ambientale che nella maggior parte dei casi potrebbe essere non necessaria, trattandosi di impianti che hanno impatti ambientali limitati". Un ingolfamento burocratico complicato da "mancanza di strategia di lungo periodo, interessi contrastanti e opposizioni pseudoambientaliste - aggiunge Marangoni -. Ad esempio le isole minori sono rifornite con navi cisterne e togliamo business a questa attività, un po’ come chi ha i traghetti sullo Stretto e non vuole il ponte". Sulla questione ecologica ci sarebbe da discutere, ma come dar torto a chi rischia il posto e non è certo che sarà riconvertito dall’azienda?

C’è poi sempre la problematica dei costi industriali, che non sono certo irrisori per centrali idriche di tale portata, ma l’acqua è il bene per eccellenza e saranno comunque ammortizzati da quelli che stiamo già pagando per lo stravolgimento climatico, in buona parte ormai irrecuperabile. Ci vogliono mediamente 2-3 anni per costruire un desalinizzatore, secondo la portata prescelta, che però irrigherà colture e fornirà le case attorno per 20-30 anni. In Spagna, a Barcellona, c’è il più grande del Mediterraneo: è così che ci arrivano le loro arance pure d’estate. Dobbiamo pensarci prima della siccità vera, che deve ancora arrivare; ed evitare di sprecare per strada pure quest’acqua potabile del mare


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