di Redazione
Ho sperato che il Partito Democratico potesse rappresentare una novità positiva nel desolante panorama politico del nostro Paese.
Quanto accade è, invece, molto deludente.
Le correnti interne ai partiti si sono consolidate e aspramente confrontate in una guerra di posizione per la conquista dei posti di potere all’interno della nascente formazione.
I vari leaders, o presunti tali, coltivano un obiettivo fondamentale: essere in prima fila nella corsa a futuri incarichi politici e istituzionali sempre più elevati e di prestigio.
La società civile, quella vera, esterna e lontana dalle vecchie logiche, è rimasta fuori. Essa, nelle varie liste per le primarie del 14 ottobre, è rappresentata, in larga parte, da soggetti cooptati dalle diverse oligarchie dei DS e della Margherita.
Le quali, per evitare sorprese, hanno scelto il sistema della “lista bloccata”; condannato, a parole, quando lo ha imposto il centro-destra alle ultime elezioni politiche, ma che adesso risulta utile per la conservazione del potere e degli equilibri interni da parte degli oligarchi del nascente Partito Democratico.
È mancato il coraggio di dar vita ad un partito veramente nuovo, aperto a quei cittadini che si sono allontanati dalla politica e che andavano rimotivati attraverso un ampio processo di partecipazione democratica, che li facesse sentire protagonisti di un percorso di rinnovamento.
Ha prevalso la vecchia partitocrazia, quella che ha separato e continua a separare il “palazzo” e la sua nomenclatura dai bisogni reali e dallle aspettative delle persone.
L’esito delle primarie è scontato. Veltroni sarà eletto segretario e Franceschini suo vice.
La Bindi e Letta, proporzionalmente ai consensi ottenuti, saranno rappresentati in quota nei vari organismi dirigenti.
E così, a cascata, dal centro alla periferia. Degli altri candidati neppure a parlarne.
I futuri segretari regionali sono stati scelti a tavolino dai capi corrente, con criteri di spartizione selvaggia.
Chi intendeva candidarsi per garantire un minimo di competizione democratica, e poteva scompaginare gli accordi già presi, è stato spesso “invitato” a rinunciare, magari con la promessa di incarichi o prebende in futuro.
Un vero e proprio mercato di basso profilo.
Si intravede, all’orizonte, la nascita di una nuova Democrazia Cristiana, con qualche difetto in più rispetto alla prima. Le copie, di solito, vengono peggio dell’originale.
L’opinione che esprimo è sempre più diffusa e condivisa da tanti che avevano sperato in un rinnovamento che non c’è.
La politica nuova è possibile solo se a costruirla sono donne e uomini nuovi, lontani dalle logiche di potere personale e animati da spirito di servizio. Ma in giro non ne vedo.
Bisogna inventare altri strumenti e percorsi per cambiare il nostro Paese.
Occorre costruire un progetto che, a partire dalle realtà locali, riesca a determinare un ricambio della classe dirigente, che sia giovane non solo anagraficamente ma soprattutto nella testa e nel cuore.
Donne e uomini lontani dalla logica del potere per il potere, per i quali la ricerca del bene collettivo sia l’unica ragione dell’impegno politico.
È una vecchia utopia? Certo che lo è. Ma non smetterò mai di coltivarla.
Catania, 28/9/2007
Enzo Guarnera
© Riproduzione riservata