di Redazione
Mi complimento con gli intervenuti, per sensibilità e competenza.
Non voglio dare a questo scritto il tono omiletico del precedente, però di una forma di impegno penso e non posso fare a meno comunque di caricarlo.
In effetti, sono “assolutamente convinto” della nulla relazione tra il genius loci della piazza – nella interezza dei suoi manufatti – e l’edificio della Scuola Lipparini. Come le posso assicurare – caro signore – che non siamo in presenza di “un male incurabile”. Questa frase non si pronuncia più, neppure negli ambiti dove prima se ne abusava, figuriamoci per rimediare i danni della città! Siamo solo in presenza di un trapianto che da tempo manifesta segni di rigetto!
Capisco la sua amarezza e la condivido completamente. E sa qual’è l’aspetto che mi inquieta di più….? Che questo manufatto è insensibile al tempo che passa. Scrissi una riflessione tempo addietro (v. Architettura e ambiente, ediz. Scientific press & GdS, Firenze, 1996) dal titolo: “L’architettura sta al tempo, come il sale sta all’acqua. L’architettura si scoglie nel tempo come il sale si scioglie nell’acqua”, e bene, quest’architettura di cemento e metallo non si “scioglie” in niente. Se al posto del collegio fosse stata ricostruita altro manufatto in pietra, azzardo anche di forma differente, la materia poteva assimilarlo al suo intorno, e il tempo – anche una tipologia altra dall’originaria – poteva mitigare l’urlo che ora sprigiona. Ma il doppio danno, di quella forma con quel materiale: sono indigeribili. Passando gli anni, non diventa vecchio … appare degradato! E la stessa impressione che si ha tra un pavimento di ceramica e un parquet. Il primo con il tempo si rovina, l’altro invecchia. (spero chiaro questo confronto). La fornace Penna di contrada Pisciotto, da artificio con il passare del tempo è diventata elemento della natura. Si è sciolta nel suo stesso luogo e si è quasi “imparentata” con le ere geologiche. È diventata un fossile.
Nuovo o antico, nuovo e antico; non una strategia di adattabilità, quanto una occasione di rilettura. L’antico nel suo disegno nascosto del vecchio o del riadattato è la vera struttura su cui appoggia il nuovo, con la propria attenta singolarità necessaria.
Ogni luogo trattiene nei suoi significati un suo statuto, atto che contiene le norme fondamentali del suo essere – nell’Ottocento, carta costituzionale – in piazza Italia – per un tratto – questo statuto è stato – come un vecchio incunabolo – cancellato e riscritto! Riscritto con altra lingua, che non è quella “dell’opera d’arte”, quanto linguaggio corrente legato ad un periodo storico modernista. Il movimento moderno stabilì dei criteri progettuali per dotare “le periferie” di certa qualità stabilendo una sorta di stile internazionale. Quel prodotto, come dice qualcuno, non è tanto errato in se, è solo fuori posto. Il suo posto è “fuori centro”. Certo … forse al progettista non si poteva chiedere di più. “ Questo il Cilia non capì o non volle consapevolmente applicare il dialogo col maestoso e qualitativamente autorevole antico”. Non capì… e sì che non capì, per quella presunzione autoreferenziale di prima o forse non possedeva quel sentire.
Anni addietro ho svolto – con altri – una ricerca convenzionata con il Comune di Pistoia sul Centro antico e una fascia periferica. (vedi: Breschi, Bellia, Clemente “Conservazione o mutamento” ed Alinea, Firenze, 1988). Si giunse alla definizione del recupero di edilizia degli anni Cinquanta. Edilizia moderna, bisognosa di essere riconsiderata: in periferia. Figuriamoci se non si può o non si ha gli strumenti per ridisegnare la facciata della scuola! Il progetto è pratica fattibile. Però attenzione: materiali e forme sono di estrema importanza. Non si può rifare la facciata del Settecento: bisogna agire in punta di matita, con chiari limiti e molte regole obbedendo al concetto della trasformabilità di un valore che non è artistico e neppure ricco di patina di storia. L’intervento andrebbe operato come un “completamento”, che si rivolge verso una ibridazione controllata, adeguata allo spirito vitale della contemporaneità.
Quale attenzioni vanno messe in campo?
Il disegno delle “cose” è guidato dal principio di relazione tra le parti e dall’unicità della materia. L’ordine muove dal dialogo con i frammenti del preesistente e dal modo con il quale il “nuovo vuoto” deve disegnare i profili dei corpi a confronto con le logiche che presiedono alle loro rispettive esigenze di organismi.
Il nuovo deve diventare un complemento dell’esistente: deve rivelarne le possibilità di lettura alternativa e nello stesso tempo sottolinearne l’identità come discorso tra linguaggi diversi. L’attuale edifico, niente di tutto questo – almeno per me- rispetta. Sì, vabbé, è nuovo rispetto al resto dei manufatti della piazza, ma è quel nuovo che ha inferto solo una ferita. Ferita che ancora sanguina, e sapete dov’é ancora il sangue raggrumato? Nei frammenti della chiesa e del palazzetto che sono sospesi nel vuoto tra essi e la scuola. Gocce di pietra in bilico da decenni, che non sanno se mantenersi aggrappati al valore del loro passato o rassegnarsi agli eventi e crollare nel pozzo che la scuola ha lascito tra lei e loro.
Nella pratica del progetto di architettura, la strategia deve essere sempre quella di trasformare ogni edificio, da oggetto autonomo, in elemento della costruzione della città: ciò presuppone un modo “speciale” di essere dello stesso linguaggio architettonico. Significa anche considerare posizione, relazione, forma, interno ed esterno di ogni costruzione come un insieme reinterpretabile attraverso le sequenze percettive. A tutto questo apparato, l’edificio della scuola è sordo.
Gentile signore… dal suo intervento ho avuto testimonianza, perché all’epoca presente, e conferma che il Collegio non era di malferma salute … anzi stentava a distendersi. Quindi mi e le rinnovo la domanda: perché fu demolito? “.. questa risposta non si potrà mai scrivere”, lei mi dice. Caro signore per mio bisogno di ricerca la inviterei, se può – anche attraverso un canale diverso dal sito [email protected] – trasmettermi le sue considerazioni.
Ho letto la Sovrintendenza all’epoca si oppose ripetutamente, il plastico del progetto fu esposto a palazzo di città e in una bacheca di piazza Italia.
“L’amministrazione comunale comunista fu ripetutamente accusata di voler fare l’opera per quel tacito accordo di ‘mutuo soccorso’ tra le roccaforti comuniste di Scicli e di Comiso” … “Si parlo anche allora di barbarie e di vandalismo” (Franco Ventura La Sicilia 8 dicembre 1981). Non ci è dato capire ora quello che allora si intendeva dire, mancando i riferimenti temporali, e le condizioni al contorno di quanto Ventura sostiene.
Però lei, gentile signore, mi sembra di capire ha vissuto con consapevolezza il periodo, e forse ci potrebbe aiutare a dipanare la matassa.
In riferimento alla “riflessione” proposta dall’attento lettore: il rapporto con lo spazio sta mutando. Lo spazio storico, tradizionale, “razionale” sta scomparendo. Lo spazio del presente-futuro sarà una combinazione dello spazio “reale” e di quello virtuale. I nostri movimenti forse saranno gli stessi, ma cambierà il modo di abitare, le relazioni tra interno ed esterno, l’uso degli oggetti. E questi saranno sempre più polifunzionali. Cambierà la nostra maniera di relazionarci con gli oggetti, così come la più generale relazione tra soggetto e oggetto, nonché quella tra oggetto e oggetto.
Se tutto si smaterializza anche gli oggetti cambieranno il loro statuto a cominciare dal significato del loro possesso. Essi saranno possedibili solo come immagine, come “tendenza di pensiero”. Gli oggetti diventano vettori a reazione poetica. Splendida occasione per ragionare di nuovo sui rapporti tra le arti.
Questo è un pensiero del progetto!
Però ricordiamo come la compresenza nella città, addirittura l’affaccio sullo stesso spazio urbano, di materiali provenienti da diverse profondità storiche e da diversi livelli qualitativi, è una condizione che rende specialissima la pratica artistica del disegno urbano. Il progetto si struttura come dialogo con l’esistente, sua modificazione e costruzione di un esistente futuro.
Grazie per l’attenzione
e buone cose sempre
Arch. Pasquale Bellia
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