Lettere in redazione
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08/08/2012 14:52

Felicetta, un centimetro più in alto del resto del mondo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Maria Concetta

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Felicetta
Felicetta

Modica – Era il 1989, frequentavo la V elementare e facevo i compiti al doposcuola della Furio Camillo, dove mia mamma e Felicetta insegnavano. Un pomeriggio, stanca dei miei compiti, mi alzai e andai vicino mia mamma sull’uscio dell’aula, dove stava chiacchierando con Felicetta. Questa, dopo qualche momento, mi lanciò uno sguardo di rimprovero, e mi invitò severamente a rientrare, giacchè non era buona educazione ascoltare i discorsi tra le maestre.

 

Con la testa bassa rientrai, ma riuscivo già a sentire mia mamma che, sorridendo, le diceva che ero sua figlia. Poco prima di arrivare al mio posto Felicetta mi raggiunse per scusarsi, e lo fece in modo felliniano. Mi prese, mi girò e mi portò al petto stringendomi, mentre con la sua voce grave si scusava e mi coccolava. Io ero molto imbarazzata, mi sentivo un pupazzo tra le sue braccia forti. Lei era profumatissima, curatissima, truccatissima. Da quel giorno, complici le leggende e gli aneddoti che si susseguivano al suo passaggio, io la osservavo attentamente ogni volta che la vedevo passare.

 

E mentre gli altri coltivavano l’arte del cuttiggghiu non mancando di accompagnarla con lo sguardo e con un sorrisetto beffardo, io mi chiedevo cosa ci fosse, in Felicetta, di così forte da farle attraversare il corso principale, davanti alle quotidiane reazioni delle persone (di cui non poteva non accorgersi) ogni giorno senza demordere e senza attutire quel suo modo appariscente di passeggiare. Lei non passava: lei passeggiava, anche con due borse della spesa nelle mani.

Ancora oggi che non c’è più, al ricordo di lei, mi chiedo ancora, piuttosto che “chi sia stata nella vita”, come si fa a passeggiare qualche centimetro più in alto rispetto al resto del mondo.