Due casi clamorosi, di dipendenti a tempo determinato riassunti poco dopo la liquidazione ferie
di Gabriele Giannone
Ragusa – La monetizzazione delle ferie non godute, che per legge dovrebbe rappresentare un’eccezione residuale e rigorosamente motivata, sta diventando un fenomeno sempre più frequente nella pubblica amministrazione.
La normativa è chiara nel qualificare la monetizzazione come extrema ratio, ma la realtà racconta di ferie accumulate per anni, dirigenti che certificano “esigenze dell’amministrazione”, enti che, a posteriori, si trovano costretti a pagare.
Dopo l’inchiesta dell’ASP di Ragusa lanciata da Ragusanews, la questione riemerge ora anche al Comune di Ragusa, dove nel solo mese di dicembre 2025 il Settore decimo, “Organizzazione e gestione Risorse umane” ha adottato una serie di determine di liquidazione delle ferie maturate e non godute per importi complessivi rilevanti. Le cifre: oltre 50 mila euro liquidati.
Per il personale a tempo indeterminato collocato in quiescenza, risultano tre determine: n. 218 del 27 novembre 2025: 3 mila 147,74 euro, n. 227 del 9 dicembre 2025: 17 mila 834,21 euro, n. 233 dell’11 dicembre 2025: 7 mila 783,70 euro.
A queste si aggiungono le liquidazioni per personale a tempo determinato: n. 234 dell’11 dicembre 2025: 6 mila 053,37 euro e la n. 235 dell’11 dicembre 2025: 15 mila 984,32 euro.
Un totale che supera abbondantemente i 50 mila euro.
In questo contesto, si inserisce anche un paradosso che sa molto di beffa. A giugno 2025 il Comune di Ragusa aveva tentato di “dire basta” al proliferare di questi casi, emanando una direttiva interna che ribadiva l’obbligo di fruizione delle ferie; il divieto di monetizzazione, salvo casi eccezionali; la responsabilità diretta dei dirigenti nella programmazione e nel monitoraggio delle ferie.
Una direttiva dettagliata, che richiama norme nazionali, giurisprudenza europea, pareri ARAN e Corte dei Conti, e che punta il dito proprio contro l’accumulo patologico di ferie pregresse e i conseguenti esborsi per l’ente. Quindi basta? Macchè. La direttiva ha il sapore dell’acqua fresca.
Pochi mesi dopo, le determine di pagamento si moltiplicano.
Il caso più delicato? I due dipendenti a tempo determinato, ex categoria D e inquadrati nell’ufficio di supporto agli organi di direzione politica del sindaco, ex art.90 del Tuel (testo unico enti locali). Entrambi cessano il proprio rapporto di lavoro il 31 maggio 2025.
Appena tre giorni dopo, presentano istanza al Comune per ottenere la monetizzazione delle ferie non godute: 109 giorni il primo; 72 giorni il secondo.
La motivazione addotta è identica e ricorrente: le ferie, seppur programmate, non sarebbero state fruite per esigenze dell’amministrazione, che di fatto ne avrebbe impedito il godimento.
Dalle determine emerge però che, a seguito dell’istruttoria interna, i giorni effettivamente riconosciuti vengono ridotti (102 e 52 giorni), confermando comunque importi complessivi superiori ai 20 mila euro.
L’elemento più controverso è addirittura un altro: dopo una breve interruzione del rapporto di lavoro, i due dipendenti vengono riassunti con lo stesso contratto a tempo determinato, avendo nel frattempo “cristallizzato” la cessazione formale necessaria per chiedere il pagamento delle ferie.
L’interruzione di pochi giorni parrebbe come un escamotage amministrativo per trasformare un diritto alla fruizione in un beneficio economico.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: si tratta di casi eccezionali o di una prassi ormai strutturata?
Potrebbe interessarti anche...
© Riproduzione riservata
