Da Repubblica
di Francesco Merlo
L’Eden non era in Persia né a Damasco, ma a Pachino. E non era un giardino, ma una serra con quattro frutti proibiti. Il più buono è il “costoluto”, un duro che, aspro al contatto, si rivela poi dolce, maschio ma non macho, come Clint Eastwood: è la prova che il pomo d’Adamo è d’oro. Il “grappolo” invece è morbido ma non molle, ha il colletto scuro come un seno e va accarezzato con la mano prima di metterlo in bocca: è la tentazione di Eva. Il “tondo liscio” cambia colore e dal verde al rosso seduce con tutte le sfumature del demonio: fu la lussuria di Eva, lo scandalo al sole. Il più famoso è il “ciliegino”: rosso, piccolo e rotondo, è il delitto più sensuale. Ha la pelle di Eva e una tenera solidità della polpa misurata in brix, che a Pachino pronunziano brixy, indiavolata variazione di sexy: fu il peccato originale.
Gli studiosi (e quasi ci sono più storici del pomodoro che pomodori) raccontano che a pummarola ‘ncoppa fu la nostra prima coca-cola, l’occidente di importazione. Ma per americani e conquistadores era velenoso (proibito, appunto), dunque solo ornamentale. Gli italiani e i francesi osarono invece addentarlo, noi perché famelici e loro perché cacciatori di afrodisiaci: a Parigi fu pomme d’amour e da noi mala (mela) aurea o pomodoro. Per gli altri è ancora il velenoso tomatl azteco. I disperati siciliani infine, con pali e plastica, eressero sulle dune sabbiose del litorale ragusano le chiese del frutto proibito: le serre. E oggi solo nei templi di Pachino il pomodoro, ” putenza della pruvvidenza! “, sa di pomodoro. Difatti Neruda, per rendere sapido il suo pomodoro cileno, ha dovuto usare cipolla, olio, pepe, sale, prezzemolo, patate, arrosto, sugo … Da quelle parti «l’abbondanza senza ossa, senza corazza, senza squame né spine» non sa di niente. A Pachino è nostalgia di paradiso.
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