Cultura
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12/02/2009 20:19

Francis Bacon, profeta e testimone del secolo ferito dall’uomo

di Redazione

 

Madrid – Dal 2 febbraio di quest’anno è possibile visitare nel Prado un’eccezionale e interessante retrospettiva. Il museo madrileño, in collaborazione con la Tate Britain di Londra e il Metropolitan  Museum of Art di New York, ha voluto commemorare così il centenario della nascita di Francis Bacon, celeberrimo pittore inglese di origini irlandesi. Dagli inizi della sua carriera artistica (1946-1949) fino alle ultime creazioni del 1991, la retrospettiva tenta per la prima volta di fornire una chiave di lettura psicologica, storica e artistica di tutta la sua opera. Per il suo stile figurativo, impattante e drammatico, intensamente commovente e umano, Bacon si è confermato uno degli artisti più originali del secolo passato. Mito e leggenda vivente, affrontò nella sua opera la cruda realtà senza voler fare concessioni o riserve. Giustapponendo la relazione sensuale e la pulsione fisica alla disperazione e all’irrazionalità, mostrò l’essere umano come un animale e forse più che un animale. In un’epoca dominata dall’astrattismo, riunì nel suo studio londinese un vasto fondo d’immagini virtuali che abbracciava l’arte del passato, la fotografia, il cinema. Le inquietudini artistiche e filosofiche dell’uomo Bacon sono il vero filo conduttore della mostra. Nella sua pittura la rappresentazione bestiale della natura umana si combina con concrete allusioni alle devastazioni compiute dalla seconda guerra mondiale. Il nudo maschile, studiato in Michelangelo e nelle migliaia di foto di atleti e lottatori, assurto a simbolo di una fragilità umana in contrasto con l’idea della virilità, e il grido, che esprime sofferenze represse, a volte violenza, saranno vere e proprie costanti della sua opera. Le pitture iniziali testimoniano lo sforzo dell’artista nel volere equilibrare la penetrazione psicologica con la materialità della carne, con lo spessore del pigmento.

Ho avuto modo di riascoltare una sua intervista registrata qualche anno prima di morire. Mi colpì l’insistenza nel voler guardare a tutti i costi la realtà fino a “cacciarsi” dentro. Per questo, confessava, non amava dipingere alla presenza dei suoi modelli. La sua era un’arte solitaria che, lui stesso, attribuiva al caso. Non voleva ferire -riferì in quell’occasione- le persone con le sue deformanti visioni della natura e della realtà. Un pudore quasi lo inibiva, gli procurava disagio e angoscia. Bacon stesso non sapeva spiegarlo ma era sicuro che gli venisse da lontano, da molto lontano. Le figure nelle opere del 1950 appaiono immerse in gabbie, reti, strutture che creano, in chi osserva, una profonda tensione psicologica. Margaret Thatcher le definì orribili. “Per estrapolare l’immagine dal suo contorno naturale” ebbe a scrivere, invece lui, giustificandosi.

Appare in questi anni la diffusa serie dei ritratti di Innocenzo X, elaborazioni del celeberrimo dipinto del Velasquez (1650. Roma, galleria Doria Pamphilj). Mai Bacon aveva visto quella pittura. L’aveva invece più volte trovata e studiata in numerosi libri d’arte. Ne era rimasto colpito. Ossessionato. In queste elaborazioni il viso del pontefice è stravolto dal suo stesso grido che rappresenta le insicurezze del potere, messe alla scoperto, violate nella loro astuta dissimulazione. La bocca aperta esprime in modo sublime la tensione tra lo spazio interiore del corpo e gli spazi che abita; il cipiglio del papa, severo nell’originale, in Bacon assume un’espressione di terrore e chiaramente allude all’isolamento dell’uomo moderno. Nell’intervista sopra ricordata, il pittore ammise di aver vissuto a Roma per circa due mesi e di non avere avuto mai il coraggio di guardare l’originale “delle sue sciocchezze”.

Così definiva la sua nuova e rivoluzionaria concezione del ritratto moderno.

Bacon si professò da subito non credente. La sua omosessualità, vissuta nel periodo dell’adolescenza come un’intima colpa, si liberò attraverso la pittura e più in generale l’arte, definita dallo Stesso “una delle distrazioni che l’uomo ama costruirsi per non pensare seriamente alla morte”.  Le sue crocifissioni non hanno niente di soprannaturale, di sacro. Sono atti comuni del comportamento degli uomini. Gli istinti di brutalità e paura si combinano con una profonda fascinazione per il rituale del sacrificio. I santi lasciano il posto alle Eumenidi, le placate furie vendicatrici della mitologia greca. “Effettivamente siamo carne commestibile, solo potenziali carcasse. ” Ebbe a dichiarare su questo argomento.

Il dramma della guerra e gli orrori del nazismo si fanno presenti nella sua vita attraverso il racconto e le crisi esistenziali di uno dei suoi amanti. Peter Lacy, ex pilota della RAF. Avventuriero, pianista in un locale di Tangeri per sbarcare il lunario. In esilio volontario in quella città, meta frequentata da vari intellettuali come Paul Bowles, William Burroughs, Allen Ginsberg. A Tangeri, capitale della trasgressione omosessuale, Bacon vivrà un tempo della sua vita. G. Dyer, l’amante che riempì, al ritorno dal Marocco, nel suo cuore il vuoto lasciato da Peter Lacy, gli apparve come un uomo fragile e poetico. Si toglierà la vita  per il pittore il 24 ottobre del 1971 alla vigilia dell’apertura di una grande retrospettiva al Gran Palais di Parigi. Di questa fine Bacon se ne farà rimorso e carico per sempre.

L’inevitabilità e la presenza costante della morte lo assediano e lo ispirano. La poesia di T. S. Elliot con il personaggio di Sweeney prima, la poesia di Federico Garcia Lorca e il mondo taurino poi.

Per Bacon non esiste nessun mistero nella pittura. L’unico mistero è riuscire a creare l’immagine perché possa raggiungere immediatamente i centri nervosi di chi la osserva. La vita è un semplice viaggio in cui tutto si risolve in un iter esistenziale: nascita, copula, morte. Null’altro. Una controllata casualità che si fa gesto di sfida nella storia.

 

Bacon frequentava spesso il Prado. Amava visitarlo a porte chiuse. Annegava nell’alcol del famoso Bar Cock, all’uscita, le sue angustie, le sue tristezze. La proprietaria del locale madrileño aveva riservato un tavolo appartato, lontano da occhi indiscreti, al pittore. Là ricevette il suo ultimo amante. Un giovane spagnolo che era divenuto il suo unico motivo per desiderare ancora di vivere. Un giorno di aprile del 1992, in un’anonima Madrid, la clinica Ruber di via Juan Bravo lo annoverò fra i suoi tanti pazienti illustri. Si spense lentamente come un antico stoico, tra le braccia di una suora ignara -ironia della sorte!-, solo. Pochissimi furono al suo funerale. Da quel giorno riposa nel cimitero dell’Almudena ad alcune centinaia di metri dal luogo, dove fu sepolto il suo grande e ammirato maestro Velasquez.

Oggi Madrid lo ricorda e ne perpetua la memoria.

 

Un Uomo Libero