Ma antichi proverbi e “cariennuli” ci avevano avvertito
di Saro Distefano
Ragusa. Sabato freddo, domenica bruttissima di pioggia e vento, lunedì piovoso. Tutti a chiedersi se il tempo non sia davvero impazzito visto che a fine maggio ancora ci riserva condizioni tipicamente autunnali, tra l’alto dopo aver illuso i molti che da un paio di settimane erano già alle prese con stuoie e creme solari.
Ma tutti questi, e sono tanti specialmente tra le nuove e nuovissime generazioni (qui non si vuole assolutamente fare la parte del vecchio che dall’alto della sua incontestabile saggezza è sempre pronto a ergersi sull’altare dell’inappellabile “io l’avevo detto”) evidentemente non conoscono le antiche tradizioni locali, i modi di dire vecchi di millenni che un tempo erano pane quotidiano, utilizzati sempre e sempre opportunamente, e adesso sono di fatto scomparsi. Proprio un vecchissimo modo di dire – tra i tantissimi che fanno riferimento alle mutazioni e alle condizioni meteorologiche – è perfettamente adeguato alla situazione che stiamo vivendo e che noi contemporanei riteniamo anomala. Il vecchio adagio diceva: “a maju nun luvàri, a sittiemmuru nun mìntiri”. Facile la traduzione nella lingua di Dante: “a maggio non togliere, a settembre non mettere”, ed altrettanto semplice la spiegazione: “nel mese di maggio non togliere repentinamente il vestiario più pesante, nonostante qualche bella e calda giornata di sole. Così come a settembre non devi pensare di indossare cappotti e lana solo perché la temperatura è leggermente rinfrescata possibilmente a causa del tipico temporale che proprio in quel mese si scatena sovente con danni enormi”, e basterebbe pensare al 1902 e all’alluvione che uccise centinaia di modicani dopo un giorno ed una notte di fortissima pioggia.
Ma causa la inarrestabile evoluzione e sopratutto uniformità dei costumi (quella che i giornalisti da qualche anno fanno rientrare nel più ampio ed adattabile termine di “globalizzazione”), causa certamente la perduta memoria relativamente alle abitudini che centinaia di generazioni avevano creato e perpetuato sulla sola scorta dell’osservazione diretta dei fenomeni (qui si intende quelli meteo, quindi fisico-naturali, ma il concetto è estensibile ovviamente anche alla sfera più propriamente umana, etica, sociale, financo religiosa), ci troviamo adesso nella condizione che a dettare il nostro guardaroba sia più la vetrina del negozio di moda e le immagini – oggi a che sul web oltre che via etere – delle passerelle e delle sfilate che il tempo effettivamente percepito. Succede quindi che già a marzo, alla prima giornata di timido sole (che sull’altopiano ibleo è comunque tiepido, forse) ecco le signore in tailleur di lino che hanno fretta di mostrare; e con loro ragazzi in moto colla sola maglietta in maniche corte nonostante i dodici o al massimo tredici gradi. E dire che anche in quel caso non mancherebbe l’antico proverbio che – riportato alla memoria – impedirebbe certi eccessi intempestivi: “u suli ri marzu tinci u catinazzu, i fridu ri marzu pércia i corna o voi”. Tradotto letteralmente sarebbe: “il sole di marzo arroventa il lucchetto, il freddo di marzo buca le corna del bue”. E la spiegazione è ovvia: “a marzo può esserci un sole forte abbastanza da arroventare un pezzo di ferro, ma c’è anche il freddo intenso che addirittura gela, cristallizza l’osso che forma il corno del bue”.
Inutile proseguire. I proverbi e i modi di dire sarebbero migliaia. Quanto si voleva significare è che siamo tutti contenti di essere “assistiti” e guidati da grandi creatori di moda e coinnesseurs che ci dicono dagli schermi che “è arrivata la primavera” (e con mente sono ai magazzini già pieni di scorte). Forse la soluzione migliore è quella da sempre adottata da mia madre (che l’ebbe in consegna da sua madre e questa da sua madre ancora, e siamo così ai primi dell’ottocento): “i cariennuli”. Ovvero le calende. Semplice – quanto antico – il funzionamento: prendere un calendario e segnare le condizioni meteo dei dodici giorni che vanno dal 14 al 25 dicembre. Ogni giorno rappresenta un mese dell’anno che verrà. Se, poniamo, il giorno 14 è stato freddo e piovoso, così sarà gennaio, e se il 25 sarà un giorno limpido e tiepido, ci sarà da aspettarsi per il prossimo anno un mese di dicembre terso e senza pioggia. Ma anche senza ricorrere alle cariennule, basterebbe affacciarsi dalla finestra e decidere cosa è meglio fare: mettere giubbotto e cappello perché l’aria è fredda, oppure camicia aperta sul petto e piedi senza calze perché il TG ha detto che “è arrivato il bel tempo”, e contemporaneamente chiamare lo pneumologo (che non si occupa degli pneumatici della nostra macchina).
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