Esposta un'imbarcazione del quinto secolo avanti Cristo, dopo un lungo restauro
di Redazione
Gela – Gela ha inaugura il museo dei relitti greci: si svela la nave di Bulala dopo 38 anni. È un’imbarcazione del quinto secolo avanti Cristo
Il museo dei relitti greci inaugurato ieri, con la nave greco arcaica che emerge come un’apparizione dal tempo e attorno le vetrine che custodiscono i reperti del suo carico e di quelli degli altri due relitti di Bulala (uno in restauro, l’altro ancora da recuperare), racconta con forza rinnovata il ruolo strategico della colonia greca di Gela, un porto pulsante del Mediterraneo e snodo commerciale tra Sicilia, Egeo e Attica. Una polis ricca, proiettata sui traffici e dotata di un grande emporio sul mare, proprio nell’area archeologica dove oggi sorge il museo di Bosco Littorio.
Ieri, invece, il taglio del nastro del museo e l’esposizione del relitto ricomposto in tutti i suoi pezzi su una base che riproduce i fondali marini.
Il museo, progettato dalla Soprintendenza, passa ora nella gestione del Parco archeologico diretto da Ennio Turco, oggi anche Soprintendente del mare. È stato il rup del progetto e ora dovrà occuparsi della gestione, una sfida complessa considerando che dispone di soli sei custodi impegnati anche in un altro museo e nei siti archeologici.
Nel museo dei relitti c’è una sala realizzata con il sostegno di Eni Mediterranea Idrocarburi, in ottemperanza alle prescrizioni previste per lo sviluppo del progetto Argo Cassiopea: una camera immersiva che ospita una video narrazione multiproiezione dedicata alla vita di bordo e al naufragio della Nave di Gela, raccontata attraverso i reperti recuperati. L’intervento è stato progettato da Studio Azzurro, collettivo storico della videoarte italiana, con il supporto scientifico della Fondazione Eni Enrico Mattei.
L’installazione si sviluppa come un diario di bordo: la voce del comandante racconta il viaggio interrotto dal naufragio, mentre due grandi proiezioni sincronizzate creano l’orizzonte visivo del mare. L’interazione avviene tramite il tocco di sei lastre scenografate che narrano altrettante storie. La regia è affidata al pubblico che, sfiorando le tavolette in cera, interrompe l’orizzonte liquido per scoprire le vicende del carico e dell’equipaggio della nave greca. A Gela in tanti desiderano che il museo sia dedicato a Sebastiano Tusa.
I ricordi
I ricordi partono dal 1988, l’anno della scoperta del relitto nei fondali marini ad opera di due sub Gino Morteo e Gianni Occhipinti, uno di Gela l’altro di Ragusa. Tra il pubblico ieri c’era Nicolò Bruno, archeologo subacqueo in servizio attualmente alla Soprintendenza di Ragusa, e prima alla Soprintendenza del mare.
Il suo è un ricordo di un episodio fondamentale, senza il quale forse oggi non ci sarebbero stati né la nave greca né il museo del mare.
In quel lontano 1988 Nicolò Bruno all’inizio della sua carriera era impegnato in corsi di archeologia subacquea nella struttura di un amico ragusano. La stessa che frequentava uno dei due sub scopritori della nave che è ragusano pure lui. L’incontro in quella struttura tramite il titolare loro comune amico fu provvidenziale.
«Mi parlò di alcuni reperti che aveva trovato in mare» racconta il dott. Bruno, «e poi li ho anche visti. Capii subito che poteva essere materiale collegabile ad una nave greca. Reperti importanti. Parlai con lui sottolineando che l’unica cosa da fare subito era consegnare quei reperti al museo archeologico di Gela. Cosa che è avvenuta. Siamo andati al museo per la consegna, si fece un verbale e da lì si è messo in moto il meccanismo che ha portato all’avvio delle ricerche subacquee per il primo relitto di Gela».
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