Cultura
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12/08/2012 21:51

Giò Pio De Piro: la chiave di un mistero

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Uomini e famiglie nella Scicli del Settecento

di Un Uomo Libero.

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Madrid – La recente pubblicazione del testo del Pluchinotta “Cenni sulle case di alcune famiglie di Scicli” mi ha incoraggiato a riprendere in mano una mia vecchia e meticolosa ricerca e a pubblicarne finalmente gli esiti.

Il Primo Settecento nella storia di Scicli è un’epoca di grande confusione e di ricostruzione che vede operare in città faccendieri, architetti, inquisitori e speculatori.

Il terremoto dell’11 gennaio del 1693 non solo aveva distrutto questa parte dell’isola, ne aveva seppellito la memoria, ne aveva scoraggiato in seguito il desiderio del ricordo. L’urgenza della ricostruzione aveva preso, in effetti, il sopravvento sul lutto e sul dolore.

E’ capitato di imbattermi per caso, nel corso di alcune mie ricerche sull’Inquisizione, nella figura di Giò Pio de Piro. La incrociai una notte di tanti anni fa. Un uomo quasi sconosciuto agli storici locali, misterioso quanto basta per sbrigliare la fantasia anche del più prudente studioso. Mi resi conto subito, allora, che bisognava scoprirne l’identità, ricomporne, cioè, il puzzle della parabola terrena che è anche una parte della nostra storia cittadina, appassionante quasi come un giallo.

Dapprima ho provato a cercare nel testo principe di tutte le ricerche storiche sulla città di Scicli “Notizie storiche della città di Scicli” dell’arciprete Antonino Carioti (l’edizione a cura di Michele Cataudella) ma ho trovato in quest’antico manoscritto appena una citazione frammentaria della sua famiglia.

Mi sono stati molto d’aiuto, invece, i cenni storici pubblicati in Internet dalla famiglia De Piro e dei Baroni di Budach.

In seguito ho desunto delle preziose informazioni da un nutrito scambio epistolare con gli eredi stessi della famiglia, ora residenti a La Valletta (Malta) che ringrazio per la gentile collaborazione.

Infine, soprattutto, è stata determinante un’importante corrispondenza da me avuta col dott. Anthony Galizia Caruana, al quale sono infinitamente debitore e grato, ricercatore dell’Università di Oxford, che della storia della famiglia De Piro ha fatto l’argomento della sua tesi dottorale “Family, Clientelism and Nobility: the Depiro in Eighteenth-Century Malta”.

 

Dalla biografia consultabile via Internet ho appreso, infatti, che Giò (Giovanni) Pio de Piro nasce nel 1673 a Malta, studia a Roma e si laurea in utroque jure. Nel 1716 il Gran Maestro dell’ordine di Malta Perello gli concede il titolo di Barone di Budach. Nel 1720 diventa “segreto” dell’Inquisizione, nel 1728 rappresenta il Sant’Uffizio. In seguito diventa “secreto” di Malta, Gozo e Comino. Nominato luogotenente dell’esercito, carica onorifica che era concessa abitualmente a familiari di Gran Maestri dell’Ordine, ricopre poi la carica di Regio Secreto (1) di Siracusa e, finalmente, nel 1742 Filippo V di Spagna gli concede il titolo di marchese de Piro del Regno di Castiglia.

Giò sposa Anna Antonia Gourgion, figlia del ricco latifondista Giovanni, “Magistro di sala” del Palazzo del Gran Maestro dell’Ordine e mecenate di Mattia Preti.

E’ un tipo brillante e soprattutto ha il pallino degli affari. Compra terre, navi, commercia in grano, zucchero, caffè, fibre tessili. Assicura navi, presta denaro non solo ai Cavalieri di Malta ma addirittura a fra Carlo Albani, nipote del papa Clemente XI.

Quest’uomo ambizioso e indomabile si dedica tra l’altro alla compravendita di schiavi musulmani infedeli, commercio all’epoca molto fiorente e redditizio in tutto il bacino del Mediterraneo.

Un finanziere, oggi diremmo a tutto tondo. Un uomo interessante sotto il profilo dell’imprenditoria. Ma anche un mercante di schiavi e, quindi, un uomo di pochi scrupoli che non va certo per il sottile.

Quale nesso, allora, unisce quest’uomo a Scicli e perché indagarne la vita, a questo punto, si potrebbe obiettare?

Giò racimola con mezzi leciti e illeciti una fortuna incalcolabile e, da accorto e astuto uomo d’affari, si guarda intorno e inizia a fare degli oculati investimenti. Compra case e terreni a Valletta e a Mdina. Oltrepassa lo stretto Canale di Sicilia e investe in latifondi nella piana di Girgenti (Agrigento). Rileva proprietà e palazzi a Scicli e ad Avola.

Queste, più o meno le notizie che si possono leggere nel portale ufficiale della famiglia.

Restano, invece, il lavoro molto più approfondito e interessantissimo del ricercatore di Oxford e un’importante scoperta da me fatta nel “Archivo Histórico Nacional” di Madrid, nonché dati, notizie e riferimenti desunti dal testo del Carioti, a volte frammentari, da me confrontati e scambiati con altri dati e riferimenti in possesso del ricercatore a permettere una ricostruzione accettabile della sua vita e del suo tempo.

Ma leggiamola questa ricostruzione fatta dal ricercatore di Oxford:

“Alla fine del sec. XVII i membri maschi della famiglia De Piro, residenti a Valletta, Malta, agivano come agenti finanziari e commerciali di alcuni Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni.

Erano diventati, cioè, ufficiali del piccolo Stato dei Cavalieri nel momento in cui Giò assunse l’incarico di “Ambasciatore dei grani” a Licata dal 1703 al 1706. L’ufficio consisteva nell’acquisto e nella spedizione di carichi di grano siciliano da destinare all’arcipelago maltese sfruttando i privilegi di antica concessione grazie ai quali tali spedizioni erano esenti da dazi e balzelli. Pare che addirittura Lorenzo Ubaldesco De Piro, padre di Giò avesse mani in pasta nella “Massa frummentaria di Messina” e che la famiglia continuasse a commerciare in questo settore anche durante la presenza di Giò a Licata.

Nel 1706 Giovanni De Piro rientra a Malta, rileva e organizza molti uffici di quella burocrazia. Nel 1716 è insignito, per questi alti meriti, dal Governo del Gran Maestro del titolo di Barone di Budach.

La famiglia continua a prestare la sua opera al servizio dell’Ordine dei Cavalieri e dell’Inquisizione. Per tali delicati incarichi Giò verso il 1720 si trasferisce in Sicilia e lo troviamo a Palermo, forse anche per curare da vicino gli affari del padre relativi alla “Massa frummentaria di Messina”. Nel 1727 è a Siracusa sicuramente interessato alla produzione di canna da zucchero, coltura molto diffusa allora nella vicina città di Avola e, alla fine, ne rileva le piantagioni.

Più tardi ottiene anche i diritti della Segrezia di Siracusa che gestirà con altri notabili siracusani per circa tre anni. A Siracusa entra in contatto con la nostra più ricca aristocrazia locale.”

Scicli, come tutta la Sicilia Sudorientale, in quel tempo faceva parte del territorio siracusano.

Lo storico oxoniense continua con il suo racconto:

“I primi contatti con la famiglia Ribera di Scicli Giò li ha comunque a Palermo. Nel luglio del 1729, anno nel quale l’intraprendente maltese ottiene i diritti della Segrezia di Siracusa, combina il matrimonio della figlia Eugenia con Ferdinando Ribera, più tardi insignito del titolo di barone di San Paolino. La sposa apporta una dote incalcolabile, lo sposo appartiene a una famiglia di alto lignaggio. Nel 1731 il Nostro ritorna ad Avola per curare personalmente i suoi interessi. Lo raggiungono là il genero, la figlia e la nipotina Anna, nata da quell’unione. Nel 1734 entrambi i genitori della piccola Anna muoiono (sicuramente a causa di un’epidemia, ndr) e Giò si ritrova con una ragazzina alla quale deve fare da padre e da tutore. (Ha 61 anni ndr.) Anna è l’unica erede della coppia per cui tutta l’eredità Ribera, compreso il feudo di San Paolino passa nelle sue mani. Gli altri componenti della famiglia Ribera intentano allora cause lunghe e complicate, soprattutto per ritornare in possesso del patrimonio sciclitano. La vicenda avrà comunque un epilogo felice: Anna, l’ultima dei Ribera, sposerà don Francesco Maria Montalto, figlio primogenito di don Alberto, duca di Montalto, nobile anche lui di antico lignaggio, imparentato con i duchi di Frugnito di Napoli. Un matrimonio non solo d’interesse ma straordinariamente strategico. In buona sostanza pare che proprio Don Alberto, il padre dello sposo, facesse parte di un collegio di supervisori che avevano il compito di vigilare per conto del Duca di Terranova, di cui il De Piro era un affittuario, il buon andamento della produzione della canna da zucchero ad Avola.”

Il Nostro Giò non era per niente, dunque, un fessacchiotto. Se usò, come usò, le donne della sua famiglia per imparentarsi con la più altolocata aristocrazia isolana e per risolvere le proprie traversie giudiziarie lo fece con molta disinvoltura e scaltrezza. Doveva anche essere, però, in effetti, molto attaccato alla roba.

Il Carioti (1683 – 1780), che io ho minuziosamente consultato, a pagina 281 del I volume “Notizie storiche della Città di Scicli”a cura di Michele Cataudella dà solo un’indicazione frammentaria a proposito di “Antiche famiglie nobili estinte in Scicli”.

“Donna…Ribera figlia del barone Ferdinando Ribera e Donna…Piro di Malta, il cui genitore…di Siracusa, imparentata a Siracusa al…”

Mi pare strano che il Nostro caro Arciprete, contemporaneo del maltese, di solito così prodigo nell’informare sia tanto lacunoso e reticente nel dare informazioni su una famiglia sciclitana così importante come quella dei Ribera e l’altra tanto potente, anche se non sciclitana ma comunque presente in città, dei De Piro.

Oggi possiamo ad ogni modo, grazie a questa ricerca, finalmente integrare il suo vecchio manoscritto con nomi e cognomi.

Interrogato da me sull’esistenza di un eventuale carteggio, il ricercatore m’informa che sì, esiste una discreta corrispondenza tra la famiglia De Piro e membri della famiglia Ribera. Ci sono anche lettere di un certo Guglielmo Granata, uno dei tanti “uomini”, sguinzagliati da Giò in tutta questa parte dell’isola, attraverso i quali l’incredibile uomo d’affari gestiva un patrimonio veramente ingente. Guglielmo Granata fu, in effetti, il procuratore a Scicli degli interessi della famiglia De Piro.

Altre lettere provenienti da Scicli sono scritte da Aloisio Pace, dal sacerdote Carmelo Galofaro, da don Gaspare Lutri e da fra Filippo Donzelli.

Aloisio Pace, che tanto ha incuriosito il nostro ricercatore, sarà con molta probabilità lo stesso fra D. Luigi Pace, citato dal Carioti tra i vari cavalieri sciclitani che ricevettero dal Gran Maestro dell’Ordine di Malta fra D. Emanuele Pinto la Croce di Grazia per “aver gratuitamente servito la Religione, non solo negl’interessi privati dell’Ordine, ma ben pure negli affari marittimi”. Questo cavaliere moriva a Scicli nel 1764 e il Carioti c’informa che fu seppellito, per suo desiderio, nella chiesa del convento dei Padri Carmelitani. C’informa ancora che il nipote sulla sua sepoltura pose, in ricordo, una lapide il cui testo l’arciprete riporta nel suo libro di memorie a pag. 183 del primo volume (ed. a cura di Michele Cataudella).

A Scicli, riferisce il Carioti più avanti a pag. 183-185 nello stesso volume sempre a cura del Cataudella, l’Ordine Gerosolimitano, sin dal primo Settecento, manteneva uno dei suoi cavalieri col carattere di “Ricevitore” e manteneva “nello scalo di Sampieri, a sua disposizione, una feluca od una così detta speronara, che le serviva per dare sicuro recapito a’ grossi plichi della posta, che da varie parti della Sicilia e fuori della stessa pervenivano a questo Ricevitore”. “Spesso fissò in Scicli la sua residenza il Vicario generale delle Commende di Modica e Randazzo, appartenenti al cennato illustre Ordine Gerosolimitano per la difesa de’ foresti, abitanti nel Contado di Modica”.

Il Carioti racconta a pag.298 e ss. del Vol I delle sue “Notizie storiche” a cura di Michele Cataudella che “il celebre cavagliere Don Matthias Ribera come da un testimoniale di più testimoni militari prodotti in Piazza, 9 aprile 1564…Scicli ne’ codici di notar Antonino Palazzolo 26 febbraio, 11 indizione, 1568, sergente maggiore del Terzo di Caltagirone, di nazione spagnuolo, avendo servito nove anni il re di Spagna in Lombardia ed altrove in guerra, rifiutato avendo in Napoli una compagnia di cavalli per portarsi venturiero in Malta (assediata) dall’armata del Turco, ove come dissesi di lui nel cap. 6, diede saggio del suo valore fino avere auta la croce dal Gran Maestro; domiciliatosi in Scicli, vi fu sergente maggiore di tutto il Terzo del contado.”

E lo storico prof. Giuseppe Barone nella sua relazione al secondo Convegno di studi per il settimo centenario della Contea di Modica, Modica, dicembre 1996 “Costruire il blasone/Note sulle aristocrazie della contea nel Seicento”, contenuta in “1955-2005 Cinquant’anni di Archivio/ Sette secoli di storia”, volume I a cura di Anna Maria Iozzia così scrive a proposito della famiglia Ribera:

“Grandi proprietari ed allevatori, originari di Toledo, anche i Ribera non sfuggono a questo “carattere originale” dell’ascesa sociale nell’ancién régime. Don Mattia Ribera era stato combattente valoroso tra i cavalieri di Malta, e per questi meriti militari fu ricompensato con la nomina a sergente maggiore del Terzo di Scicli nel 1629.”

Esiste, a mio parere, tra lo storico nostro contemporaneo e il Carioti una discrepanza nelle date o nei nomi in quanto il Carioti a pag. 299 sempre del Volume I delle sue “Notizie” indica un “Don Guglielmo Ribera capitano della fanteria pedestre ed equestre per patente spedita a 20 luglio 1615: in atto lo era sergente maggiore della piazza d’armi di sua patria e del suo Terzo militare.”

 

La baronia di San Paolino (feudo oggi ricadente in territorio di Ragusa) fu comprata nel 1636 da Girolamo Ribera in favore del nipote Mattia dal Viceré di Sicilia Moncada. (1955-2005 Cinquant’anni di Archivio Sette secoli di storia, vol. I, a cura di Anna Maria Iozzia, Edi ARGO, 2005, Ragusa, pag. 235)

 

In uno scambio epistolare un discendente della famiglia così mi scrive:

“In the meantime I shall search for references to Scicli where, indeed, Giò Pio had a house in a piazza near

 the fountain. I would love to identify it if it still exists.” (Nel frattempo cercherò notizie sulla città di Scicli dove, di fatti, Giò Pio possedeva una casa in una piazza vicino a una fontana. Mi piacerebbe identificarla, se ancora esiste.)

 

Mario Pluchinotta nel suo “Cenni sulle case di alcune famiglie di Scicli” a cura di Antonio Sparacino, pubblicato di recente come già accennavo prima, così scrive a pag. 44 sul Palazzo Ribera.

“L’antico palazzo Ribera era sotto il quartiere Altobello, e la sua facciata tutta di pietra da taglio con finestre a sesto acuto cariche di stemmi è ora chiusa dal muro di cinta che chiude l’antico ritiro. Questo palazzo infatti che resistette al terremoto del 1693, era stato abbandonato dal B.ne Ribera sin dal secolo XVII ed era stato unito a quello della famiglia Pistone, dove fu fondato il Ritiro, che ha il prospetto sulla via Castellana. Gli ultimi Ribera abitavano accanto alla Chiesa di San Michele, in una casa palazzata con un giardino dove era una ricca fontana. Quando la famiglia Ribera si estinse questa casa fu venduta alla famiglia Alfieri, da cui la ereditò il Dott. Giuseppe Peralta nel sec. XIX; passò quindi alla faglia di costui Rosa Peralta maritata Bonelli, e fu ricostruita dalle fondamenta; è quella attualmente posseduta dal signor Francesco Bonelli”.

 

A quale casa allude l’erede maltese secondo alcune evidenze del suo archivio? Alla casa inglobata tuttora nel Ritiro la cui facciata è veramente interessante e piena di stemmi, sopravvissuta al terremoto del 1693 o all’altra, demolita e ricostruita, con prospetto su via Francesco Mormina Penna? In entrambe si fa riferimento a delle fontane ma solo la prima è vicina a una piazza (l’antica piazza Fontana). Secondo il mio modestissimo parere credo che l’antica casa dei Ribera (cui accenna nella lettera l’erede maltese e che vorrebbe ritrovare) sia proprio quella nascosta dietro un brutto e anonimo muro e che ancora oggi testimonia la grandezza e la potenza di quell’antica famiglia sciclitana.

Personalmente ho avuto, come accennavo prima, il merito di avere rintracciato presso l'”Archivo Histórico Nacional” di Madrid l’atto pubblico con il quale FelipeV insignì Giò Pio del titolo di Marchese De Piro. Ho spedito alla famiglia una copia dell’importante e prezioso documento di cui qui pubblico la prima pagina.

Non so se io e l’illustre ricercatore di Oxford siamo riusciti nell’intento di ricomporre a distanza di secoli il mosaico di una vita.

So soltanto che il mosaico della storia sciclitana oggi ha una tessera in più e ben sistemata.

Per il resto forse è meglio lasciare riposare in pace la memoria di quest’uomo la cui esistenza ha avuto sicuramente tante luci ma anche tante ombre.

Un’ultima domanda mi sorge e m’intriga in particolare.

Quale ruolo avrà avuto Giò Pio nella committenza a Mattia Preti della splendida “Deposizione” che a tutt’oggi si conserva nella magnifica basilica di San Bartolomeo di Scicli, giacché proprio il suocero era il mecenate del pittore?

Ma a questa domanda lascerò che rispondano critici d’arte e storici locali, in effetti, molto più qualificati e più documentati di me.

 

 

(1) “Il y a dans chaque ville du Royaume, un Intendant, homme d’épée, qu’on appelle  Secreto qui adjuge

les Fermes du Domaine dans dépendence, et qui fait le recouvrement des sommes qui en proviennent, il

exige les Douanes, et aussi ce qui vient des confiscations dans son ressort, et rend compte de tout au

tribunal du Patrimoine, en portant l’argent dans les coffres du Roi. Ces places de Secreto sont les

charges que le Tribunal vend au profit du Roi. (Description de l’isle de Sicile et de ses côtes maritimes

avec les plans de toutes ses forteresses par Pierre del Callejo y Angulo on y a ajouté un Mémoire de l’Etat

politique de la Sicile présenté au Roi Victor Amedée par le Baron Agatin Apart de la ville de

Catane, Amsterdam, F.Wetstein& G. Smith, MDCCXXXIV)

 

Traduz:” C’è in ogni città del regno un Intendente, uomo d’armi, che si chiama Secreto che vende all’asta le fattorie di pertinenza del Demanio e ne incassa le somme recuperate, riscuote i diritti di dogana, e anche tutto ciò che proviene dalle confische di sua competenza e dà conto minuziosamente al tribunale del Patrimonio, trasferendo le somme nelle casse del Re. Queste attribuzioni di Secreto sono incarichi che il tribunale vende per conto del Re.

 

 

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