Giudiziaria Il dossier

Acate, chi si ricorda di Daouda Diane?

Il punto a due mesi dalla scomparsa del 35enne operatore ivoriano

 Acate – Due mesi senza che di Daouda Diane sia saltato fuori neanche un capello, una soffiata. Tanto è passato dalla scomparsa del 37enne lavoratore ivoriano da Acate, il 2 giugno scorso, e l’inchiesta è ancora su un binario morto: non ci sono aggiornamenti rispetto all’ultimo punto sul fascicolo dei pm che facemmo esattamente un mese fa. Non escludere nessuna pista dalle indagini, come afferma il prefetto di Ragusa, Giuseppe Ranieri, equivale più o meno a non averne, continua a indagare nell'ombra aspettando il passo falso dei killer o attende placidamente che si avvicinino i tempi per l'archiviazione del caso?

Polizia e carabinieri si affidano alla sorte aspettando che tra anni un cane, un escursionista o una ditta impegnata in lavori s’imbattano per caso nei resti, nel frattempo dissotterrati dalle intemperie? Oppure c’è una traccia da approfondire, un filo che gli inquirenti stanno tirando nel massimo riserbo? Le ipotesi investigative, alla fine, si riducono a due: esecuzione o infortunio sul lavoro, entrambe concluse con l’occultamento del cadavere. Finora gli unici sospetti, rimasti solo tali all’esito dei rilievi del Ris, sono ricaduti sull’azienda edile in cui Daouda fu visto, in video, per l’ultima volta, denunciare lo sfruttamento dei migranti nei cantieri del territorio ibleo. Nel frattempo, il dossier Diane si è prima gonfiato di rivendicazioni sociali, quindi di istanze politiche. Gli ultimi sussulti sul tema da Pino Pisani Stefania Campo, senatore e deputata M5S, che hanno sottolineato l’urgenza di una bonifica della “fascia trasformata”.

A onor del vero, sono stati gli unici finora - assieme all’Usb - ad aver preso a cuore la vicenda tra tanti partiti, sindacati e associazioni. Dall'agricoltura all’industria, dai campi alle fabbriche la sostanza non cambia: lavoro sommerso, mancanza di sicurezza, orari e paghe disumane. L’assenza di una condizione minima di civiltà rende impossibile un livello minimo di sviluppo, e quindi di giustizia. Continuiamo per quanto possiamo, come testata locale, a sollevare l’attenzione sul delitto Diane: ogni 2 del mese se necessario, affinché non cada insieme ad altri nel dimenticatoio e - in una società civile, come ebbe a dire la moglie (foto allegata) dall’Africa, rimasta sola con un bimbo di 8 anni - non rimanga senza perché, senza spiegazione e senza colpevoli. 


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