Giudiziaria Ragusa

Il giallo di Acate, Daouda Diane: tre mesi di silenzio e mistero

Un lugubre viaggio tra gli invisibili del distretto serricolo ragusano

 Acate - Tre mesi senza Daouda Diane, sparito nel nulla dopo aver denunciato la mancanza di condizioni di sicurezza nel cantiere in cui lavorava (foto). Tre mesi dal nostro ultimo punto sul giallo di Acate. "A volte spero ancora di vederlo entrare da quella porta" ha raccontato nel frattempo a Repubblica Marcire Doucoure, amico e coinquilino del 37enne ivoriano (foto allegata). Arrivati entrambi nelle campagne iblee dopo aver sfidato il Mediterraneo su una barca, da 5 anni lavoravano insieme come mediatori culturali. "Ma lui era più bravo di me, parlava bene l'italiano, il francese, l'inglese. Cucinava sempre lui, io non sono proprio capace". Com'è possibile che sia scomparso così, con la tecnologia video e mobile che oggigiorno traccia tutto e tutti?

Dovrebbe rispondere Procura di Ragusa, che da una sessantina di giorni indaga per omicidio e occultamento di cadavere, dopo settimane perse a battere la pista di un inverosimile allontanamento volontario. “Non l'avrebbe mai fatto, era prudente, quando tardava avvertiva, mi informava sempre dei suoi spostamenti. L'ho detto da subito ai carabinieri". Esecuzione o infortunio mortale sul lavoro, certo il corpo è stato fatto sparire da qualcuno. E bene. Anche Marcire, ormai, parla di Daouda solo al passato. "La sua famiglia mi chiama o mi scrive tutti i giorni, mi vergogno - mormora - a ripetere che non ci sono novità". È a lui che alle 14.38 del 2 luglio scorso Daouda ha inviato i due video girati dentro la Sgv Calcestruzzi, dov’era stato almeno un altro paio di volte.

Il primo nel ventre di una betoniera, con un martello pneumatico in mano e zero protezioni, se non delle vecchie cuffie antirumore e una cenciosa mascherina chirurgica; nel secondo non si vede, ma in un lungo messaggio lo si sente dire in francese qui il lavoro è duro, qui si muore. Sono le sue ultime parole. "Quando sono tornato a casa non c'era - prosegue l'amico -. Ho provato a chiamarlo, il suo cellulare risultava spento" ma, sul momento, non si è preoccupato. Ogni tanto Daouda andava a Ragusa, nell'appartamento che aveva affittato quando lavorava in città e a cui non aveva ancora rinunciato. Lì risultava residente. Non tutti i locatori, infatti, registrano i contratti d'affitto

Per modificare i documenti ci sarebbe voluto tempo e lui aveva una moglie e una bimba piccola, che progettava di portare presto in Sicilia. Di case, dunque, ne aveva due "ma per lui non era un problema - spiega Marcire -. Risparmiava ogni centesimo e faceva ogni sacrifico necessario per far trasferire i suoi". Insieme aveva messo una bella somma: una pista investigativa starebbe esplorando proprio l'ipotesi che sia quello il movente del delitto, il tentativo di qualcuno di metterci le mani sopra. Ma quando i militari hanno perquisito la sua stanza, i soldi c'erano tutti e anche i suoi conti correnti sono rimasti fermi. Un personaggio conosciuto, quindi, da anni punto di riferimento per tanti migranti alle prese con la burocrazia italiana.

"Qui è tutto come lo ha lasciato" dice l’amico a proposito della stanza di Douda, inclusa l’ordinatissima cartella in cui custodiva documenti, passaporto, permesso di soggiorno originale, buste paga, estratti conto. Poi una borsa, vestiti, un profumo, l'orologio “buono”, il biglietto aereo già pagato per la Costa d'Avorio, per tornare a trovare la moglie e il figlio di 8 anni, con la partenza fissata il 22 luglio. L'azienda ha ammesso di averlo assunto a giornata per mansioni di pulizia ma da lì, affermano i dipendenti, "è andato via attorno a mezzogiorno sulle sue gambe”. Qualcuno, però, sembra che sia andato a prenderlo all’andata. Non lo si vede uscire dal cantiere comunque, perché l'impianto di videosorveglianza non funziona.

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"Ma da tempo" sottolineano gli avvocati della Sgv, Luca Pedullà e Mirko La Martina. Né è stata trovata traccia del suo passaggio altrove. Prima di spegnersi il telefonino è rimasto agganciato alla medesima cella, ma "non è indicativo” sussurrano fonti investigative. "Da quell'azienda escono decine di camion al giorno, li hanno mai controllati? - dice un lavoratore sotto anonimato -. E nelle cave o nelle vasche vicino, hanno mai guardato" i Ris che hanno effettuato il sopralluogo sul posto, tornando in caserma a mani vuote? Non c'è ancora un nome nel registro degli indagati e l’inchiesta, contro ignoti, procede mestamente verso l'archiviazione.

"Non era un nostro iscritto, ma era di fatto un attivista noto - spiega Michele Mililli del sindacato Fds-Usb, che ha indetto le manifestazioni per chiedere verità e giustizia dopo la sua improvvisa scomparsa -. Quello che gli è successo dà il metro di quanto venga considerata qui la vita di un lavoratore straniero: abbiamo chiesto a sindacati e istituzioni di fare rete, anche per affrontare una volta per tutte il problema dello sfruttamento in questo territorio. Nessuno ha risposto". "Abbiamo evitato la piazza per senso di responsabilità - replica Alfio Mannino, segretario regionale Cgil -: sono le istituzioni che devono dare risposte, ma seguiamo il caso e non permetteremo che cada nel dimenticatoio".

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Nel frattempo "c'è rabbia e paura - aggiunge Mililli -, negli ultimi anni incidenti e morti sono aumentati”. Non solo in serra o in ditta ma pure sulle strade, quando le attraversano camminando sul ciglio, prima e dopo il turno di lavoro. Constantin era su una moto scassata, Hassen in auto e doveva sposarsi l'indomani, Fodey in bici: sono solo alcune delle vite interrotte da auto pirata, guidate da soggetti che spesso neanche si sono fermati a prestare soccorso. E chi è ferito o si male, senza carta d’identità o tessera sanitaria, non sempre si rivolge ai medici o alle forze dell’ordine, per curarsi e denunciare: perché non ha i documenti in regola, o magari sono scaduti in attesa di un rinnovo, una convocazione, un’udienza che non arriva mai.

Nel migliore dei casi, vengono mollati davanti all’ospedale dal padrone. Tra Acate e Vittoria ce ne sono migliaia di braccianti e operai come Daouda: invisibili, sparpagliati nei campi fra casolari, capannoni e magazzini dove chissà cosa succede. Almeno 5mila, secondo la Caritas. Sono loro che mandano avanti il comparto agricolo della zona, ma restano per lo più fantasmi. Qui, nel cuore del distretto serricolo ibleo, da oltre 10 anni Emergency ha un ambulatorio infermieristico fisso e una clinica mobile di medicina generale. E sono centinaia i lavoratori che si presentano con tagli, fratture o contusioni dovuti a cadute dai tetti, shock anafilattici da punture di insetti, intossicazioni da pesticidi.

“Solo nell'ultimo anno, abbiamo accompagnato più di 300 persone in ospedale - rivela a Repubblica il coordinatore, Ahmed Echi -. Alcuni hanno riportato traumi agli occhi e problemi neurologici. Abbiamo diversi casi di tubercolosi - continua -, spesso trascurata o mai indagata se non quando diventa invalidante: solo nei prossimi anni capiremo che impatto ha avuto, su tante persone, usare per lungo tempo acqua conservata in vecchi serbatoi di eternit. Qui è pieno”. Non mancano i problemi psichiatrici, per cui c’è uno sportello di ascolto psicologico: “Non deve stupire. Una vita di sfruttamento nei campi, il disagio sociale della scarsa integrazione, la solitudine. Sarebbe un mix pericolosissimo per l'equilibrio di chiunque".


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