di Redazione
I greci usavano lo stesso verbo per dire “fare”, “creare”, e “scrivere poesie”: “poieo”.
Giuseppe Leone è uno dei tre papà della provincia di Ragusa, uno dei creatori di questa “prefettura inventata”, per citare Sciascia, insieme a Gesualdo Bufalino e a Piero Guccione. Se oggi gli iblei esistono nell’immaginario collettivo mondiale è grazie all’opera di questi tre intellettuali, che con arti diverse hanno raccontato questa terra. Ma di fronte alla constatazione Leone si schernisce subito: “Io bravo? Io non sono bravo”.
È disarmante la sincerità con cui racconta: “Iniziai a tredici anni, ero ragazzo di bottega da Antoci, qui a Ragusa. Affiancavo all’attività professionale una mia ricerca personale, che oggi definiremmo etno-antropologica, ma non avrei immaginato mai che quello sguardo avrebbe potuto un giorno interessare altri, che le mie foto potessero finire nei libri, essere acquistate in tutto il mondo”.
C’è il senso nobile di chi è consapevole di essere un esponente delle arti figurative nella dignità con cui Leone impugna la sua inseparabile macchina fotografica. “Bastano due obiettivi e una Leica per fare una buona foto”.
Momento, forma, azione. Leone racconta l’antropizzazione dei luoghi, nelle sue foto si ha la sensazione che nessuno guardi, ma è nel rapporto tra l’uomo e i luoghi che vive la chiave di lettura della sua ricerca.
“Ho fotografato la Spagna, l’Egitto, la Tunisia, ho realizzato reportage in tutto il mondo, anche se vengo identificato come il fotografo che racconta la Sicilia. Andai a New York, qualche anno fa, per una mostra. Imbracciai la macchina fotografica e decisi di fotografare la città. Rimasi immobile, incapace. Bisogna prima capire, leggere, scrutare i luoghi e il rapporto che le persone hanno coi luoghi per poterli poi raccontare”.
Già, raccontare. In fondo è nella capacità narrativa dello scatto, nella sua forza di sintesi e di svelamento della verità che Leone trae il senso del suo lavoro. Un rimpianto: “Non essere nato dieci anni prima. Ci sono immagini dell’infanzia a Ragusa impresse nella mia memoria che vorrei aver fotografato per poi sviluppare”.
L’amicizia con Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia, Piero Guccione, Gesualdo Bufalino: “Chissà cosa scriverebbe oggi Leonardo di questo paese. Me lo chiedo spesso”. Fotografo del sacro e del profano, Leone guarda con occhio laico al mondo: “Se credo in Dio? Mio papà era organista in Cattedrale, a San Giovanni, qui a Ragusa. Ho avuto una formazione religiosa forte, oggi direi che sono agnostico. La paura della morte mi accompagna quotidianamente, credo sia un’idea con cui convivere necessariamente. Ho raccontato luce e lutto della Sicilia, spesso scoprendo il lato involontariamente ironico della morte. Credo sia un buon metodo per esorcizzarla”.
Da ragusano, infine, il disagio per una città che si svuota: “La fuga dal centro storico, la perdita della dimensione familiare dei quartieri, delle botteghe”. Quasi uno straniero in patria, incapace di ritrovarsi nell’accelerazione di un mondo che cancella attimo dopo attimo, senza serbare memoria.
Giuseppe Savà


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