di Redazione
Un punto mette d’accordo tutti i sondaggi: al prossimo governo gli italiani chiedono come prima cosa di migliorare il loro bilancio mensile. E stavolta senza trucchi, tipo una mano che riduce (e di poco) le tasse e l’altra che le aumenta con gli interessi. E proprio su stipendi, lavoro e imposte Silvio Berlusconi e Walter Veltroni giocheranno gran parte della campagna elettorale. Entrambi promettono di ridurre l’Irpef (il Cavaliere anche di cancellare l’Ici sulle prime case); ma sugli stipendi e sul potere d’acquisto, ormai un’emergenza sociale, il leader del Pdl e quello del Pd hanno ricette diverse.
Berlusconi si impegna a ridurre le tasse sugli straordinari e, in misura minore, su tredicesime e quattordicesime. Veltroni ha garantito che porterà a 1.100 euro (cifra poi ridotta a 1.000) la retribuzione minima per i precari.
Intenti lodevoli: ma dove si troveranno i soldi? Fra gli economisti non mancano distinguo e perplessità. “Quello che propongono, sia da una parte che dall’altra, rischia di far saltare ogni parametro di finanza pubblica” avverte Michele Salvati, docente di economia politica alla Statale di Milano. Il quale però si dice anche “fiducioso sul fatto che vengano specificate le coperture. Spero che si dia un’indicazione precisa per i prossimi cinque anni”. Mentre Pietro Ichino, economista che ha appena detto sì al Pd, afferma che l’aumento per i precari non potrà essere a carico dello Stato: “Non deve finanziarlo nessuno, è solo uno standard minimo di trattamento. Funziona da decenni anche in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti e in tanti altri paesi. Svolge la stessa funzione dei contratti collettivi nel lavoro subordinato”.
Pdl: Meno imposte su straordinari e tredicesime
Le proposte del Pdl puntano a una forte riduzione delle tasse sugli stipendi dei lavoratori dipendenti: in particolare su straordinari, premi, tredicesime e quattordicesime. “Proponiamo una tassazione fissa del 10 per cento su tutti gli straordinari, i premi e gli incentivi” spiega Maurizio Sacconi, responsabile nazionale per il lavoro di Forza Italia. “In realtà è molto più della detassazione perché sottrae risorse al cumulo fiscale e alla mannaia della progressività”.
Il Pd propone di detassare la parte variabile degli stipendi, quella legata alla produttività.
Ma quali sono le cifre in ballo? Dai dati della Ragioneria dello Stato emerge che la spesa prevista nel 2008 per gli straordinari nel settore privato dovrebbe essere intorno a 2,5 miliardi di euro. Applicando l’ipotesi di tassazione al 10 per cento, il conto fiscale potrebbe essere intorno a 250 milioni.
Comunque, i calcoli sono destinati a essere rivisti se passa la proposta del Pdl: secondo Sacconi “oggi lo straordinario è erogato ampiamente in nero, ci sarebbe una grande emersione di base imponibile”.
Sta di fatto che, stando alle attuali ore medie dichiarate di straordinario, il beneficio per i lavoratori sarebbe modesto: secondo i calcoli di Panorama, l’aumento netto in busta andrebbe da 100 euro l’anno per un impiegato che fa 30 ore di straordinario a 140 euro per un operaio con 60 ore annue di straordinario.
A questa proposta, appoggiata dalla Confindustria, i sindacati sono fortememente contrari: “Non sono convinta che detassare gli straordinari sia utile a far aumentare la produttività” dice Marigia Maulucci, segretario confederale della Cgil, di cui è responsabile per fisco e politica economica. “Sarebbe molto meglio prevedere sgravi fiscali sugli aumenti di secondo livello”.
Non c’è inoltre il rischio che una minore tassazione sugli straordinari spinga a far lavorare di più chi ha già un posto, frenando le nuove assunzioni? Tra gli industriali si sostiene che “lo straordinario serve a coprire meglio necessità produttive di breve periodo, invece le assunzioni sono legate a progetti di sviluppo nel lungo termine. è chiaro che un uso più flessibile dello straordinario può incentivare la competitività aziendale”. Ed è proprio su questo punto che sarà complicato trovare l’accordo con i sindacati.
Maulucci della Cgil propone, anziché di detassare gli straordinari, di “dare un premio alle imprese che aprono per la prima volta alla contrattazione aziendale, per esempio una riduzione dell’Irap o un altro sostegno fiscale”.
La posta più alta in gioco non è comunque quella sugli straordinari: considerando che il monte retributivo da lavoro dipendente è di circa 250 miliardi, la detassazione maggiore sarebbe la ritenuta secca per tredicesime e quattordicesime. Su questo fronte si sta ancora definendo, per quanto risulta a Panorama, la proposta del Pdl: a fronte di una tassa del 10 per cento su premi e straordinari, quella su tredicesime e quattordicesime potrebbe essere più alta.
Con una minore tassazione su tredicesime e quattordicesime muterebbe pelle anche la contrattazione: con uno stimolo ai sindacati a modificare la dinamica degli aumenti di stipendio, privilegiando le due mensilità aggiuntive.
Le parti sociali sono pronte alla novità? Sia per i lavoratori sia per gli imprenditori è una proposta su cui ancora discutere. Secondo molti industriali “sarebbe meglio una riduzione complessiva delle aliquote sul lavoro dipendente”.
Pd: Mille euro e più protezione per gli atipici
Oggi lo stipendio minimo di un precario è di 800 euro. Aumentarlo a 1.100 per i 3,5 milioni di contratti a termine costerebbe 9,1 miliardi l’anno. Se invece ci si limitasse al milione di contratti di collaborazione, di miliardi ne servirebbero 3. Che si ridurrebbero a 2 se la promessa venisse ridimensionata, come è scritto nel programma definitivo del Pd, a 1.000 euro.
Per gli economisti di area moderata l’idea di Veltroni è la classica montagna che partorisce il topolino. “Tutto qui?” chiede Giuliano Cazzola, esperto di questioni del lavoro. “Il rischio è doppio: rendere molti contratti a termine non competitivi con quelli fissi, provocando un crollo dell’offerta di lavoro per i giovani. E ignorare che, su un altro fronte, esistono già trattamenti superiori a 1.000 euro al mese, per scelta delle parti. Secondo l’Inps, il livello retributivo medio degli iscritti alla gestione separata è superiore a 15 mila euro lordi l’anno. Dopo che il governo Prodi ha aumentato di 9 punti i contributi per i precari, ora, con una finta stabilizzazione, livelliamo verso il basso i contratti?”.
Ichino la vede in modo opposto: “Non è una proposta volta a stabilizzare gli atipici, mira soltanto a proteggerli nelle situazioni di particolare debolezza, dove rischiano compensi innaturalmente bassi. La stessa cosa, in modo meno preciso, è prevista dalla legge Biagi, dove si stabilisce che il giudice deve controllare l’adeguatezza del corrispettivo del collaboratore”.
Sacconi, che con Marco Biagi collaborò alla stesura della legge 30, teme che il vero obiettivo sia di smantellare la flessibilità: “E i danneggiati sarebbero i lavoratori. Hanno pensato Veltroni e i suoi economisti a quante figure professionali nuove si sono create, che sfuggono alla logica del salario minimo e non hanno nulla a che fare con lo sfruttamento? Da chi lavora in un call center qualche ora alla settimana, per arrotondare il budget familiare, a chi si organizza con due o tre contratti. Che facciamo, li vogliamo tutti portare sotto l’ala della Cgil?”.
Già, il sospetto è che dietro vi sia lo zampino della confederazione di Guglielmo Epifani, vicinissimo a Veltroni. Epifani ha da sempre l’obiettivo di smantellare la legge Biagi, una contrattazione collettiva sarebbe il primo passo.
Sospetto che è quasi una certezza per le altre due confederazioni storiche, Cisl e Uil, risolutamente ostili alla proposta sui precari. “Queste materie” è la linea di Raffaele Bonanni, leader della Cisl, “vanno lasciate alla trattativa privata. Altrimenti rischiamo più danni che benefici. Ne abbiamo avuto la prova quando i partiti hanno messo lo zampino nel protocollo sul welfare. A meno che non si tratti di un modo per dare altri soldi alle aziende, magari con i soliti sgravi fiscali”.
Illazioni sproporzionate, secondo Ichino, per qualcosa che va solo nella direzione dell’equità. “Certo” dice “non basta per superare il dualismo del nostro mercato, fra iperprotetti e sottoprotetti. Quello che propone il Pd, in sostanza, è di introdurre una protezione minima in un settore dove finora non ce n’è stata alcuna, precisando un principio che è già enunciato nella legge Biagi. Accade già all’estero: l’esperienza Usa mostra che, se lo standard minimo è calibrato bene, ha solo l’effetto positivo di impedire al datore di lavoro di lucrare una rendita indebita. E non ha effetti sull’occupazione negativi, semmai positivi”.
Insomma, forse Veltroni non migliorerà la busta paga dei precari, ma il Pd otterrà un risultato: far digerire alla sinistra la legge Biagi.
Fonte: Siciliainformazioni.com
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