Italia ed Europa: quali sono i rischi?
di Redazione
Il monitoraggio globale dell’hantavirus si è attivato lo scorso 2 maggio 2026, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un focolaio di gravi patologie respiratorie a bordo di una nave da crociera MV Hondius. Il bilancio, al momento, conta otto casi complessivi tra passeggeri ed equipaggio, con almeno tre decessi già confermati. Le analisi di laboratorio hanno identificato l’agente patogeno nel virus Andes, una variante specifica della famiglia degli hantavirus nota per la sua aggressività. La situazione è attualmente sotto l’osservazione costante dell’Ecdc e dell’Oms per coordinare la risposta internazionale e contenere la diffusione del contagio.
Cosa è l’hantavirus
Gli hantavirus appartengono alla categoria dei virus zoonotici, microrganismi che risiedono naturalmente nei roditori e possono colpire l’essere umano in modo occasionale. Come precisato dall’Istituto Superiore di Sanità, l’infezione può evolvere in quadri clinici severi, con esiti spesso infausti. La geografia del virus ne determina la manifestazione: nelle Americhe prevale la sindrome cardiopolmonare, caratterizzata da un rapido deterioramento delle funzioni vitali, mentre in Europa e Asia è più comune la febbre emorragica con sindrome renale. Sebbene i numeri globali restino contenuti, la letalità nelle aree endemiche può superare il 25%.
Italia ed Europa: quali sono i rischi?
Al momento non si registrano casi autoctoni sul territorio nazionale. Gli esperti, tra cui il professor Gianni Rezza dell’Università Vita-Salute San Raffaele, sottolineano che il rischio per la popolazione generale europea rimane molto basso. Anche in riferimento ai cittadini italiani coinvolti in recenti protocolli di sorveglianza per contatti indiretti su voli internazionali, le autorità sanitarie rassicurano: le misure di isolamento fiduciario rappresentano un eccesso di cautela giustificato dalla gravità della patologia, non da un’effettiva facilità di trasmissione. Inoltre, il serbatoio naturale del virus Andes non è presente nel nostro continente, rendendo improbabile una stabilizzazione del virus nelle popolazioni di roditori locali.
Sintomi e come si trasmette
Il contagio avviene prevalentemente attraverso l’inalazione o il contatto con escrezioni di roditori infetti, come urina, feci o saliva. Sebbene la trasmissione interumana sia un evento rarissimo, il virus Andes rappresenta l’unica eccezione documentata, potendosi trasmettere in caso di contatti stretti e prolungati. I primi sintomi, che compaiono generalmente tra le due e le quattro settimane dall’esposizione, includono febbre alta, dolori muscolari, vertigini e disturbi gastrointestinali. La fase critica si manifesta con improvvise difficoltà respiratorie e ipotensione. Attualmente non esistono vaccini o terapie antivirali specifiche: la gestione medica si basa esclusivamente su trattamenti di supporto e terapia intensiva precoce.

Cosa fare se si viaggia
Per chi si reca in aree dove il virus è endemico, come alcune zone del Nord e Sud America o dell’Asia Orientale, è fondamentale adottare comportamenti prudenti. Il rischio è maggiore in contesti rurali, foreste o strutture rimaste chiuse per lungo tempo che potrebbero ospitare colonie di roditori. Ai viaggiatori si raccomanda di evitare il contatto diretto con gli animali selvatici e di soggiornare in alloggi che garantiscano elevati standard di igiene. È opportuno evitare di dormire a stretto contatto con il suolo in aree boschive e assicurarsi che i contenitori di cibo siano sempre sigillati per non attirare vettori.
Paesi più a rischio e zone da evitare
Secondo i dati dell’Iss e dell’Oms, le zone a più alta endemia includono gran parte delle Americhe, con particolare rilevanza per l’Argentina e il Cile per quanto riguarda il ceppo Andes, e gli Stati Uniti sud-occidentali per il virus Sin Nombre. In queste aree, la sindrome cardiopolmonare resta una priorità di salute pubblica a causa dell’alto tasso di mortalità registrato nelle comunità rurali. Spostando lo sguardo al continente eurasiatico, il quadro epidemiologico muta sensibilmente. La Cina e la Repubblica di Corea continuano a segnalare migliaia di casi annuali di febbre emorragica con sindrome renale, sebbene le campagne di prevenzione abbiano ridotto drasticamente l’incidenza rispetto ai decenni passati. In Europa, le zone più interessate sono quelle dell’area balcanica (virus Dobrava) e del Nord Europa (virus Puumala), dove i picchi di infezione sono ciclici e correlati alle fluttuazioni demografiche delle popolazioni di arvicole rosse.
Come difendersi
La difesa primaria contro l’hantavirus risiede nel controllo dell’ambiente circostante. L’Istituto Superiore di Sanità suggerisce di sigillare ogni possibile accesso per i roditori nelle abitazioni e di mantenere una rigorosa pulizia dei locali di stoccaggio. Durante le operazioni di bonifica in aree potenzialmente contaminate, è vitale non sollevare polvere: l’uso di aspirapolvere o scope è sconsigliato poiché favorisce l’aerosolizzazione delle particelle virali. La procedura corretta prevede l’umidificazione delle superfici con disinfettanti prima della rimozione dei residui. In presenza di focolai noti, restano validi i presidi di igiene respiratoria e il distanziamento fisico per limitare i rischi legati alle varianti trasmissibili tra persone.
© Riproduzione riservata
