Attualità
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23/06/2011 15:53

I bambini extracomunitari e i dipinti del Cambellotti, a Ragusa

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Faccetta nera

di Saro Distefano

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Il Prefetto Cannizzo e i bambini extracomunitari
Il Prefetto Cannizzo e i bambini extracomunitari

Ragusa – Leggo oggi su “La Sicilia” un bell’articolo del collega Antonio La Monica che riferisce di una festa celebrata nei locali di rappresentanza della Prefettura. Festa conclusiva di un ambizioso progetto che ha coinvolto molti cittadini extracomunitari residenti dalle nostre parti.

Presente il Prefetto Cannizzo, la festa ha visto anche l’esibizione musicale alla quale fa riferimento la foto che pubblichiamo, gentilmente fornita dalla stesso collega La Monica.

Ed è una foto emblematica, estremamente significativa di un fenomeno in corso da decenni e che parrebbe essere finalmente maturato, almeno in questo lembo di Isola, quello più a Sud di Tunisi. Il fenomeno al quale si fa cenno è, evidentemente, la integrazione nella collettività di centinaia, forse migliaia di lavoratori, giovani, famiglie, che, complice una oggettiva condizione economica che, nonostante la fortissima crisi, riesce ancora a esprimere realtà lavorative importanti specie nell’agricoltura, e quindi a creare condizioni di lavoro anche per i più disagiati.

Per rimanere a fatti oggettivi, appare evidente l’essere oggettivamente grande e sempre dimostrata l’ospitalità degli indigeni iblei, nei confronti di chiunque.

Ma quanto in queste poche righe si vuol fare notare è che esiste un preciso segnale della evoluzione, forte e decisa, nei rapporti tra popoli (un tempo si sarebbe detto tra razze). Ed è proprio a quei tempi che facciamo riferimento, grazie alla foto pubblicata: si vede il Prefetto circondata da ragazzini e bambini di colore nel salone di rappresentanza con alle spalle, inequivocabile, inconfondibile, riconoscibilissimo un quadro, per la precisione una tempera su muro intonacato, opera di Duilio Cambellotti, anno 1934.

Quella tempera rappresenta, tutti i ragusani lo sanno, la “esaltazione della rivoluzione fascista”, con in primo piano il Duce e tutto intorno i maggiori gerarchi con in mezzo Filippo Pennavaria.

Ne è passato di tempo, più di settanta anni, quando quel Presidente del Consiglio dei Ministri (regolarmente eletto, è forse il caso ricordarlo) firmò – quasi in contemporanea con la fine dei lavori di Cambellotti a Ragusa – le cosiddette “leggi per la difesa della razza”. Quelle “faccette nere” non sanno – per loro fortuna – nulla di tutto questo, ma noi che sappiamo, e non siamo in grado di dimenticare, facciamo salti di gioia a guardare come, nei fatti e non soltanto a parole, la nostra collettività si sia evoluta e forse anche superato quella fase triste e squallida della storia nazionale. Ad essere precisi, ed anche un poco storici, sappiamo noi siciliani che quella fase storica nella nostra terra fu veramente un segmento di storia, un passaggio, una parentesi. Noi siciliani veniamo da tremila anni di storia, fatta di contaminazioni (qualcuno le chiama ancora conquiste, o invasioni), di permutazioni, di assimilazione nei fatti (e nella genetica, ecco spiegato il motivo del perché le donne siciliane sono le più belle del mondo). Quindi, pace all’anima del Capo e dei suoi gerarchi, ma sotto la tempera cambellottiana che li ritrae oggi, giugno 2011, ballano e cantano le “faccette nere”, e non lo fanno quale esibizione di colonizzati davanti ai colonizzatori, ma quali uomini e donne libere in uno Stato libero. Si spera.