Una metafora della vita, la strada di Malavita
di Saro Distefano
Ragusa – Saranno forse venti chilometri. Ma sono entrati da tempo nella storia ragusana. Quando scrivo “da tempo” intendo qualche millennio.
Faccio riferimento alla strada provinciale numero 60 che però tutti – dicasi tutti – i ragusani chiamano “a strata ri Malavita”. Emblematico, nevvero, il nome di quella che ancora oggi è una strada ad alta densità di traffico da e per Santa Croce e zone rivierasche, oltre che fondamentale asse di connessione a tutta una fittissima rete di strade, vanelle, “bracci” per raggiungere le tantissime aziende agricole oltre alle ville e alle case di villeggiatura che specie nella zona di Donnafugata sono abitate anche per molti mesi l’anno.
Ma oggi, agosto del 2011, percorrere quei venti chilometri è anche fare una esperienza strana, oserei definirla “filosofica”. Ma è bene che spieghi subito cosa intendo dire, per non creare confusione prima di ogni altro in me stesso. Percorrere la “Malavita” significa – immaginando la partenza da Ragusa in direzione Santa Croce – fare i primi chilometri attraversando quella che per molti decenni fu la estrema periferia cittadina, fatta di antiche case rurali ristrutturate e poi, nel quartiere conosciuto come “Pianetti”, ammirare (non sempre, a volte anche solo osservare con curiosità e in alcuni casi anche con ribrezzo) le ville che a partire dalla fine degli anni ’60 ivi costruirono i ricchi cittadini. Magari non quelli possedevano antiche ricchezze e palazzi nobiliari nel quartiere di San Giovanni o ad Ibla, ma quelli che erano arricchiti in fretta, possibilmente nel settore dell’edilizia, quelli che nel gergo cittadino sono accomunati dalla parola “appartaturi”. I Pianetti sono oggi “superati”, si intende in distanza dal centro, da un altro, nuovissimo quartiere. È quello di “Bruscè”, che nell’arco di pochi anni è diventato una piccola città, con centinaia e centinaia di famiglie tutte allocate in villette mono e bi-familiari. Ma tutte uguali, omologate, grigie (anche se dipinte a colori vivaci), nulla a che vedere con certe ville davvero belle dei Pianetti.
Ma l’excursus storico del viaggiatore sulla strada di Malavita è a quel punto solo all’inizio. Perché subito dopo Bruscè incontrerà altre contrade, un tempo rurali, ed oggi magari anche tali, ma allo stesso tempo proiettate verso il futuro: dalle maestosa trivella petrolifera della più classica forma di sfruttamento ambientale per trarne energia, al futuribile impianto solare di contrada Mendolilli, dalle pale eoliche alle cisterne con l’acqua per gli armenti dove è ancora possibile trovare il massaro col secchio e la corda a sudare sotto il sole agostano.
Una metafora della vita, la strada di Malavita, concedetemi lo scontato gioco di parole. E se la metafora può valere, allora ci affidiamo alla ultima immagine importante che salta agli occhi del viaggiatore sulla Malavita, sempre procedendo da Ragusa a Santa Croce. La metafora è fornita da quanto accaduto in contrada Pescazze, alle porte di Casuzze, frazione balneare di Santa Croce Camerina, quando si è ormai a due passi dal mare. I fatti sono noti, alcuni mesi fa ne parlarono tutti i giornali: in una ampia “ciusa” vennero estirpati tantissimi alberi di carrubo, secolari, maestosi. Dovevano essere tolti per far spazio all’ennesimo impianto di pannelli solari – attualmente in costruzione. Bene, quegli alberi non vennero tagliati (come l’impresa avrebbe potuto fare senza creare scandalo in una collettività ormai abituato a tutto) ma semplicemente estirpati, con parte del pane radicale, e ripiantati lungo tutto il perimetro della chiusa. È operazione fattibile, nemmeno troppo complicata, se si vuole, costosa e da far fare ad esperti vivaisti e botanici. Bene, ribadisco bene, tenendo conto della metafora prima cennata, è con piacere che riferisco di come quegli alberi abbiano ripreso le loro funzioni vegetative, “buttando” a tutta forza polloni e nuovi ramoscelli, nonostante la capitozzatura. Se metafora deve essere, è confortante.
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