La replica del direttore di Ragusanews Gabriele Giannone
di Gabriele Giannone
Ragusa – Abbiamo pubblicato la seconda replica dell’avv. Giovanni Tolomeo all’inchiesta di Ragusanews sulla selezione che vede la figlia di questi classificata seconda in una graduatoria per le assunzioni all’Asp di Ragusa.
Plenipotenziario o no, la sostanza non cambia. Perché quando si è capo del personale, direttore degli affari generali e del protocollo, capo dipartimento dei servizi amministrativi, le responsabilità non si possono diluire in giochi lessicali. Altro che definizioni diplomatiche.
L’avvocato Giovanni Tolomeo rassicura tutti. Sarà tutto un equivoco, una svista collettiva, un gigantesco “lapsus calami” replicato tre o quattro volte.
Prima si assume, poi si rettifica.
Prima si firma, poi si corregge.
Prima si pubblica, poi si spiega.
Del resto, come pare suggerire la linea difensiva, errare humanum est. Certo. Ma quando l’errore diventa metodo, quando la toppa segue sistematicamente il buco, allora viene in mente un’altra massima, ben più calzante: excusatio non petita, accusatio manifesta.
Peccato che, nelle procedure pubbliche, non funzioni così. Perché la trasparenza, quella vera, non si rettifica. Si pratica.
Apprendiamo dallo stesso avvocato Tolomeo che il vincitore della selezione è il figlio di un dipendente dell’ASP. E sia chiaro: nessuna norma lo vieta. Ma proprio per questo, proprio in questi casi, trasparenza e rigore dovrebbero essere cristallini. Non opachi. Non pasticciati. Non rattoppati dopo. E speriamo ci si fermi qui, caro avvocato.
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E invece scopriamo che solo per l’ASP di Ragusa esistono delibere pubblicate in versione integrale e in versione con omissis delle firme. Sarà pure previsto dal sistema informatico, sarà pure prassi tecnica, ma il punto è un altro: quando attorno a una procedura si accumulano anomalie, refusi, rettifiche e chiarimenti postumi, la fiducia vacilla. Inevitabilmente.
Poi c’è il capitolo “refusi”. Non uno. Non due. Tre, addirittura quattro. Dovuti all’urgenza. Addirittura lo scambio tra “infermieri” e “assistenti amministrativi”. Un errore materiale, un “lapsus calami”, sfuggito – udite udite – anche alla Direzione generale che ha sottoscritto l’atto. E qui la domanda sorge spontanea: ma chi prepara gli atti non ne risponde? Davvero la responsabilità evapora lungo la filiera fino a dissolversi?
Si procederà a rettificare, ci viene assicurato. Bene. Ma quando? Dopo che il vincitore è già contrattualizzato e al lavoro? A selezione conclusa, con le carte ormai cristallizzate negli effetti? È questa la sequenza corretta delle cose: prima si assume, poi si aggiustano gli atti?
E veniamo al punto più delicato. Nel bando si fa riferimento ai titoli. Poi i punteggi dei titoli “scompaiono”. O meglio: diventano un refuso, qualcosa che “tamquam non esset”. Nessun punteggio previsto, nessuna valutazione effettuata. Eppure l’avviso li richiama. Sono un obbligo di legge. E l’uomo di legge dell’Asp come si giustifica? Annuncia una rettifica della delibera, del bando a posteriori. Tanto, cosa vuoi che sia!
Ora, fermiamoci un attimo. In una procedura pubblica, i criteri di valutazione non sono un dettaglio ornamentale. Sono l’architrave della legittimità. Modificarli, chiarirli o ridimensionarli dopo la conclusione della selezione – con il candidato già assunto – non è un passaggio neutro. È un fatto grave. Gravissimo sul piano del metodo, prima ancora che del merito. E su quello penale, avvocato Tolomeo?
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