Il sindaco barbiere, campione di umanità, salutato da una folla sterminata di persone accorse da tutta la Sicilia
di Giuseppe Savà
Militello Val di Catania – “Il vostro numero, la vostra presenza, la vostra commozione. Sono la misura dell’amore che il sindaco Antonio Lo Presti ha avuto per la sua comunità e che ha regalato a quanti incontrava”.
Il Vescovo di Caltagirone fra Calogero Peri davanti alla bara del sindaco di Militello Val di Catania morto dopo una banale caduta dalla mountain bike esordisce: “E’ difficile trovare parole sensate, che siano di conforto”.
Poi questo frate francescano diventato Vescovo in maniera inattesa trova una chiave di volta: “La morte può avercelo strappato ai luoghi, alla quotidianità, alla famiglia, agli amici concittadini, ma non può strapparlo al nostro cuore”.
Ci sono migliaia di persone al funerale del primo cittadino di questo paese che conta ottomila anime.
Ma in chiesa, fuori, dentro, nella camera ardente, lungo le strade, le persone sono molte di più.
Una quarantina di sindaci accorsi da ogni parte della Sicilia, deputati, senatori, il presidente Lombardo.
E poi i militellesi illustri: l’on. Giovanni Burtone, l’on. Enzo Oliva, il sottosegretario al Lavoro Nello Musumeci.
Non c’è Pippo Baudo, uno degli 8 mila residenti e votanti.
Strano destino quello di questo paesino che ha dato i natali alla famiglia Majorana.
Un tessuto urbano arcaico, un milieu sociale popolare, che elegge per tre mandati un barbiere per sindaco. E che sindaco!
Comunista, oggi Pd, Antonio è uomo del fare: inaugura musei d’arte sacra, ottiene l’inclusione di Militello nel Patrimonio dell’umanità Unesco.
Ma la scelta coraggiosa è alla fine del secondo mandato.
Eletto nel 1993, rieletto a furor di popolo per la seconda consiliatura, Antonio non si può ricandidare.
E che fa?
Cosa fa in Italia uno che per una decina d’anni ha campato di politica?!
Antonio fa una cosa diversa: riapre la sala da barba.
No, non siamo in un film di Tornatore, siamo a Militello Val di Catania, primi anni duemila.
Tornano a bussare alla sua porta.
I politici di fama nazionale con i natali a Militello gli chiedono di tornare a fare il sindaco, lui dice no: “Aiutiamo qualche giovane a crescere”.
Ma la città vuole lui e viene rieletto per il terzo mandato a furor di popolo.
Dialoga con tutti: con l’Mpa di Enzo Oliva, militellese braccio destro di Lombardo, il Pd, il suo partito, partito dello stesso Burtone, con la Destra di Nello Musumeci.
Registro alto, registro basso.
Pippo Baudo e la gente minuta, che va a chiedergli i soldi per pagare la bolletta.
E’ un portento, una carica di positività.
Una notte dello scorso ottobre, confessandosi in una lunga intervista informale, nella sua Militello, mi raccontò: “Sai, io la politica la faccio in maniera artigianale, perché sono artigiano”.
Fui tentato di chiedergli: “Hai un’azienda che costruisce porte?”
Non so perché, ma secondo me era un bravo falegname diventato piccolo industriale.
Lui colse il mio imbarazzo. Non mi fece fare la domanda e mi anticipò: “Sai, sono barbiere. E’ importante saper parlare con tutti quando tagli i capelli: Devi capire chi hai davanti, cosa puoi dirgli, cosa si aspetta da te: il silenzio, la professionalità, il tono scherzoso, la confidenza, il ragionare.
Io ho applicato le regole della sala da barba alla politica. Con onestà”.
E quando durante la prima legislatura gli fanno la mozione di sfiducia, che, con la vecchia legge prevedeva un referendum che poneva gli elettori davanti all’opzione: o mandate a casa il sindaco, o mandate a casa il consiglio, lui risolse con una trovata geniale.
“Sentite, manco a fare spendere soldi al Comune, che ne ha pochi.
L’opposizione faccia un banchetto in piazza, raccolga le firme dei cittadini, registrando il numero di carta di identità. Quando arrivate alla metà più uno dei militellesi io mi dimetto all’istante”.
Non ci andò nessuno a firmare contro di lui.
Ciao Antonio, che Dio ti abbia in gloria.


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