Gioca chi vuole giocare, quale che sia la sua maglietta
di Saro Distefano
Santa Croce Camerina – L’integrazione razziale (che bruttissima parola!) affidata al campo di calcio. Una involontaria quanto efficace opera di integrazione al e nel territorio di extracomunitari affidata ad un pallone. È quanto avviene domenicalmente nello “storico” campetto di calcio a sette di Caucana.
Si tratta dello spazio, retrostante il Lido della Polizia, di sterrato misto a sabbia, a pochi metri dal mare, dove da oltre quaranta anni si gioca tutte le domeniche, “intorno” alle dieci.
Non ci sono convocazioni. Gioca chi vuole giocare, quale che sia la sua maglietta, quale che siano le sue scarpe, quale che sia il suo livello tecnico ed atletico. L’importante è presentarsi e magari portare qualche amico, che però non deve essere troppo bravo, per non “rovinare” la media dei giocatori in campo, molti dei quali hanno da tempo superato l’età della massima vigoria fisica.
Una partita, che dovrebbe essere di sette contro sette per via delle dimensioni del campo di gioco, che però sovente è di cinque contro cinque o otto contro otto (ma si è giocato anche dodici contro dodici, in una partita che non è più tale, ma è solo confusione e pallonate in faccia).
Al campo di Caucana hanno giocato ragazzini di quaranta anni fa, che adesso continuano a presentarsi alle dieci della domenica. Alcuni di loro hanno sessanta anni, e tra cerotti e fasce elastiche riescono ancora a correre (sic!) e calciare. Praticamente sono gli stessi, i “sopravvissuti”, del campo di Caucana. per loro fortuna, però, negli ultimi tempi l’età media dei partecipanti si è abbassata, e contestualmente si è alzato il livello medio delle partite, perché nel mentre alcuni di questi quasi sessantenni ragusani, santacrocesi, comisani, mazzariddari si mantengono in condizione fisica accettabile e si permettono anche qualche bella giocata perché io piedi sono e rimangono buoni, alle partite del campo sterrato arrivano anche tanti ragazzi e giovani uomini tunisini, egiziani, marocchini.
Giocano con magliette in estate e felpe in inverno di quelle del mercato, ovviamente, ed altrettanto ovviamente ai piedi hanno scarpette in plastica e non le raffinate Mizuno degli indigeni. Ma corrono, corrono tantissimo e si divertono, si divertono tantissimo. Il fatto è, ci spiega un amico ragusano ultracinquantenne che non perde una domenica anche a costo di litigare colla moglie e usare chili di arnica e zoppicare per una settimana, che alle partite della domenica a Caucana vengono a giocare solo quelli come lui, i nostalgici ormai anziani, e gli extracomunitari.
Mancano, insomma, tutti i locali che hanno tra i venti e i quarantacinque anni. Infatti, appare evidente ed anche comprensibile, il ragusano, il comisano, il santacrocese (qui si riferisce solo di chi è coinvolto a Caucana, ma lo stesso vale per modicani, sciclitani e pozzallesi, insomma per tutti) che è appassionato di calcio o calcetto, giocherà sempre e solo in strutture costruite ad hoc, su campi in cemento o, meglio, in erba sintetica, che calpesterà con Nike o Adidas da cento euro indossando completino tecnici possibilmente della squadra del cuore (ma solo se originali, non si debba mai dire di indossare maglie di Juve, Inter o Milan comprate nelle bancarelle).
Per concludere, il campo di Caucana è diventato, almeno negli ultimi anni, un luogo di ritrovo per il tramite di un sano passatempo (sano non sempre, chè spesso distorsioni a caviglie e ginocchia costringono gi atleti a cure fisiatriche). E moltissime partite sono finite – qualche che sia stato il punteggio – con un appuntamento in pizzeria, per tutti i partecipanti: anziani indigeni e giovani forestieri, che attorno ad un tavolo diventano tutti compagni di gioco, solo e soltanto.
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