Dovevo voltare pagina e riprendere in mano la mia vita
di Ascanio Bonelli
Non dovevo colpire Sara, sapevo di non doverlo fare perché da bambina aveva visto suo padre alcolizzato picchiare sua madre e il ricordo di quelle violenze continuava a perseguitarla. Me lo aveva confidato qualche mese dopo il nostro incontro, quando ero riuscita a fare breccia nel suo cuore e a convincerla a trasferirsi nel mio appartamento. Non ero mai stato così felice come in quel periodo, averla vicina mi faceva sentire migliore. La mattina presto la sentivo scivolare dal letto per andare in cucina a preparare la colazione, sentivo il forte odore di caffè attraversare la cucina. Ma la domenica, il giorno in cui dormiva qualche ora in più, ero io a sorprenderla portandole la colazione in camera. Filava tutto a meraviglia fino al giorno in cui il mio capo officina mi comunicò che ero stato licenziato perché l’attività andava male e i debiti con le banche ormai mangiavano i guadagni.
Ero in preda a uno stato di ansia e angoscia ma quando nei parlai con Sara, lei mi rincuorò dicendo che un meccanico bravo come me non ci avrebbe messo molto a trovare un altro impiego. Due mesi dopo mi resi conto che le sue previsioni erano state troppo ottimistiche. Nonostante i colloqui, le inserzioni sui giornali e il passaparola con gli amici, ero ancora disoccupato e senza uno straccio di lavoro che non mi facesse sentire un fallito. Sara mi supportava in tutti i modi ma non bastò. Cominciai a bere qualche bicchierino di troppo e fu per questo che una sera litigai con lei. Non ricordo chi iniziò, so solo che la colpii con uno schiaffo che la fece cadere sul divano e prima che potessi aiutarla ad alzarsi e a implorare il suo perdono, lei fuggì sbattendo la porta urlando che ero come suo padre e che tra noi era finita. Pensai che mentisse e invece dovetti ricredermi: il giorno successivo bussò alla mia porta Marta, la sorella maggiore di Sara, che era venuta a recuperare le sue cose. Non mi degnò di una parola e con l’efficienza di un’istitutrice svizzera cancellò ogni traccia di Sara dalla mia abitazione. La convivenza con l’amore della mia vita era durata solo 5 mesi. Ci provai in tutti i modi a rimediare, davvero. Le mandavo fiori e regali che ritornavano regolarmente indietro, le inviavo messaggi d’amore, ma mi fermai quando ricevetti un sms da Marta che mi minacciava di denunciarmi per stalking se non avessi smesso di perseguitare Sara.
Come eravamo arrivati a tanto?, mi chiesi. La colpa era mia, non potevo biasimare nessuno. Probabilmente anch’io avrei reagito alla stesso modo se qualcuno mi avesse messo le mani addosso. Dovevo voltare pagina e riprendere in mano la mia vita. Per sentirmi meno solo ripresi a frequentare Carlo, un caro amico di vecchia data che guidava i Tir e per più di sei mesi all’anno attraversava tutta l’Italia fino alla Francia e alla Germania. Ci vedemmo una sera: avevo bisogno di sfogarmi e quando gli raccontai perché il rapporto con Sara era naufragato disse solo: <
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Sei mesi dopo tornammo definitivamente a casa. Quando ritornai nel mio appartamento capii che ero ancora innamorata di Sara. Ogni oggetto mi parlava di lei, sentivo il suo profumo e la sua risata squillante. Ero depresso, volevo stendermi sul divano e dormire per dimenticare tutto, ma avevo un appuntamento con Carlo in un bar del centro al quale non potevo mancare. Di malavoglia mi preparai e lo raggiunsi proprio mentre ci provava con due ragazze che lo guardavano con aria maliziosa. Ero distratto e annoiato, la mia attenzione era altrove ma all’improvviso una voce familiare mi costrinse a girare lo sguardo verso un tavolino alle nostre spalle.
Era la voce di Sara. Istintivamente cercai di alzarmi ma Carlo mi bloccò mettendomi una mano sulla spalla. Lei era lì, ignara della mia presenza, bellissima e affascinante nel suo vestito nero attillato, accanto a un uomo atletico in giacca sportiva e un sorriso bianchissimo da mostrare alla prima occasione. Ridevano e si abbracciavano mentre si facevano un selfie, era evidente che fossero intimi. Una donna dai lunghi capelli biondi li raggiunse e sedette in mezzo a loro. Tutti e tre insieme si fecero un secondo selfie.
Sentii una fitta al cuore. Sara aveva un nuovo amore e una nuova amica e io ero escluso dalla sua vita.
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Matrimonio? Ero andato via per sei mesi, le avevo augurato la felicità e lei se l’era presa. Non c’era nulla di sbagliato, conclusi gravemente. Meglio così, avrei voltato pagina più facilmente e questa volta per sempre.
Il pomeriggio successivo andai a trovare un mio collega che lavorava in un’officina del centro. Stava controllando un macchinone blu che costava quanto un monolocale. Feci un fischio di ammirazione.
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In quel momento il rombo di un motore catturò la nostra attenzione. Il mio collega mi chiese di andare a vedere chi fosse. L’auto si fermò e ne scesero un uomo e una donna che avevo già visto: lui era il fidanzato di Sara e lei l’amica della sera precedente. Strano che fossero lì insieme, pensai.
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Tornai a casa con la testa che mi scoppiava: il fidanzato di Sara la tradiva con la sua amica! Sedetti sul divano per riordinare le idee. In realtà la situazione non mi riguardava, avrei dovuto lasciare perdere ma ovviamente non potevo farlo. So cosa poteva sembrare dall’esterno ma non stavo cercando il pretesto per riconquistare Sara, era una questione di principio.
Dovevo intervenire nel modo giusto. Ci pensai a lungo e alla fine decisi di parlarne con Marta, lei avrebbe sicuramente trovato la soluzione migliore. Era a casa da sola e mi accolse con gentilezza.
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Marta era confusa,
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Sedetti sconfortato sulle scale del pianerottolo. Non doveva andare così, ero stato troppo brusco, troppo emotivo. Ormai non mi avrebbero più creduto, avrebbero detto che mentivo per gelosia. Dovevo procurarmi delle prove incontrovertibili. Decisi che avrei seguito Alberto per coglierlo in fragranza di reato con Silvia. Sarebbe stato il mio ultimo regalo a Sara.
Carlo mi avrebbe certamente dissuaso, per questo decisi di non dirgli niente. Rispolverai la mia macchina fotografica e la mattina successiva mi svegliai alle cinque. Un’ora dopo ero appostato in macchina sotto il palazzo di Sara e Marta, aspettando che qualcuno uscisse. Attesi due ore, poi vidi spuntare Sara e Alberto. Salirono in auto e fecero colazione in un bar del centro. Per il momento non c’era bisogno di usare la macchina fotografica ma fissare Sara mi provocò una profonda malinconia, così le scattai una foto solo per me, per conservarla nel portafoglio come si fa nelle grandi storie d’amore. I promessi sposi, non per molto, pagarono e ripartirono. Li seguii in modo discreto senza dare nell’occhio. All’incrocio girammo a destra; si fermarono dal fioraio. Alberto giocava allo sposo perfetto, era collaborativo e faceva domande alla commessa, chiedendo se poteva scattare foto alle composizioni floreali. Non potevo sentirli perché non ero sceso dall’auto ma era evidente dalla loro mimica.
Quale sotterfugio avrebbe trovato il medico per incontrare la sua amante?
La tappa successiva fu la chiesa. Un prete accolse i promessi sposi all’esterno. Abbassai il finestrino, ero distante ma forse sarei riuscito a sentire qualcosa. Il parrocco aveva un gran vocione per questo riuscivo a sentirlo.
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Sara era felice e vederla in quello stato mentre veniva ingannata mi faceva soffrire. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Un auto li raggiunse pochi minuti dopo, ne scese Silvia, l’amica bionda che la stava tradendo. Era tutta in tiro, vestita e truccata a festa. Alberto la guardò con aria furtiva e soddisfatta ma Sara non se ne accorse perché stava parlando con il parroco.
Che sfacciati! Ma vi sistemo io, pensai pronto a immortalarli con il dito sulla macchina fotografica, come il grilletto di una pistola.
Il parroco fece strada verso l’entrata della chiesa ma Alberto sussurrò qualcosa a Sara nell’orecchio, probabilmente che l’avrebbe raggiunto dopo. Sara seguii il parroco mentre lui rimase in compagnia della sua amante. Imbarazzante: non si nascondevano neanche, aspettavano solo che Sara scomparisse dalla sua vista per baciarsi senza ritegno. Scattai foto a ripetizione e poi, soddisfatto, salii in macchina e tornai a casa. Domani sarebbe tutto finito.
La mattina successiva mi appostati di nuovo fino a quando vidi uscire dal palazzo tutti i componenti della casa: Sara, Marta, Silvia e il medico. Come avevo previsto, andarono direttamente in chiesa. Non era un giorno festivo, quindi non si celebrava alcun rito liturgico. Il parroco li accolse con la consueta disponibilità mentre io, nascosto nell’abitacolo della macchina, aspettavo il momento in cui Marta fosse da sola per mostrare le foto dei due amanti in atteggiamenti compromettenti. Era a meno di 50 metri di distanza dalla mia macchina, ma non volevo avvicinarmi e correre il rischio di essere visto dagli altri. La chiamai al cellulare, ma quando vide il mio numero sul display attaccò indispettita.
Riprovai a chiamarla ma lei aveva già spento il cellulare. A quel punto il gruppetto si sciolse, e mentre Sara, Silvia e Alberto si avviarono in chiesa, Marta sedette su una panchina a fumare una sigaretta.
Era il momento giusto. Presi la cartellina con le foto e uscii velocemente dall’auto.
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Lei si guardò attorno, controllò che non ci fosse nessuno e tornò a sedersi.
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Marta non si scompose. Ammirevole qualità per una donna, pensai. Alzò lo sguardo su di me, poi scoppiò a ridere.
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Rientrai in auto. Avevo fatto tutto il possibile ma non era servito a nulla. Ero stanco e deluso. Ora si che avevo bisogno di una dormita. All’improvviso qualcuno bussò al finestrino. Era il parroco.
Abbassai il vetro.
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Ci mancava solo di essere rimproverati da “un ministro di Dio”.
La chiesa era semivuota. Individuai subito il confessionale e ci entrai. Il parrocco non disse nulla, quindi lo feci io senza perdere altro tempo.
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Una risatina ruppe il silenzio.
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Era proprio Sara ma cosa ci faceva li? Perché aveva organizzato quella commedia?
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Sara rise come una bambina, in quel suo modo così particolare.
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Cosa? Non poteva essere.
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Mi sentivo un…cretino.
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Avevo perso su tutta la linea. Era meglio sparire con la poca dignità che mi era rimasta.
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Lei fece per alzarsi, il legno scricchiolò e la sentii uscire dal confessionale. Avrei voluto fermarla, ma non avevo il coraggio, Il mio cuore batteva forte e mi presi un momento per razionalizzare quello che era appena successo. Era stato bello ascoltare la sua voce ma non sarebbe cambiato nulla, io rimanevo un meccanico disoccupato che rovinava senza ragione i matrimoni degli altri.
Quando raggiunsi il sagrato, di lei non c’era alcuna traccia. Mi vibrò il cellulare: “Questo è il mio numero, cretino. Giovedì potrei essere libera” diceva il messaggio.
Giovedì? Risi e le risposi:”Giovedì è il 14 febbraio, è il mio giorno,“ il giorno di Valentino”.
Avevo fatto ancora il “cretino”, ma che importava.
Mentre aspettavo che Sara mi rispondesse, incrociai lo sguardo divertito di Marta dall’altra parte della chiesa.
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