Un'intervista-itinerario con Paolo Nifosì
di Giuseppe Savà
Ragusa – E’ nella sintesi tra progetto e artigianato il “lato B” del barocco ibleo. Lungo l’arco del 1700 un grande cantiere coinvolge le arti maggiori e minori e nel trionfo dell’artigianato è il successo del tardobarocco del Val di Noto.
Mentre i grandi capimastri, come Rosario Gagliardi, si occupano di tradurre la lezione romana del barocco in chiave siciliana, un nugolo di argentieri, orafi, falegnami, stuccatori, decoratori lavora al “lato B”, alla seconda linea di un’esperienza ricostruttiva che fa della rinascita del Val di Noto dal terremoto del 1693 un valore assoluto, riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’Umanità.
“E’ un trionfo di abilità e competenze espresse ai massimi livelli, competenze locali, indigene, della Sicilia minore, fatte di relazione tra centri minori e capitali barocche, con città come Palermo, Messina, quando non c’è una relazione con Roma, verso cui si guarda per la committenza di tele, dipinti”.
A parlare è lo storico dell’arte Paolo Nifosì.
Un aspetto poco conosciuto, e però importante, di alcuni interni tardobarocchi che costituiscono uno dei valori aggiunti della civiltà del ‘700 sono i cicli decorativi di stucco. Si trovano in luoghi poco conosciuti. A Modica, ad esempio, nella chiesa di San Francesco Saverio, nel quartiere di Santa Maria di Betlemme, ma anche nell’interno stesso della chiesa del Carmine, in piazza Matteotti.
A Scicli un prezioso documento rococò è l’abside della chiesa di San Bartolomeo. Poco visto, anche se imperdibile, è l’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore di Ispica.
“La componente rococò è l’aspetto tardo barocco più importante nell’ambito europeo nel secondo 700”, spiega Nifosì. “Il ciclo pittorico di Olivio Sozzi e gli stucchi dei Gianforma, Giuseppe, Giovanni e Gioacchino, e la tela centrale di Vito d’Anna”, a Ispica, “rappresentano l’altra faccia del barocco del Sudest siciliano che andrebbe valorizzata di più”.
Il lato segreto è nelle arti minori: gli stalli lignei di grande qualità e fattura, del San Giorgio di Ragusa, del San Giorgio di Modica, di San Bartolomeo a Scicli, di Santa Maria delle Stelle a Comiso. Ma anche negli altari di marmo rococò di grande bellezza: l’altare centrale della chiesa del Santissimo Rosario di Modica, l’altare di Santa Maria del Gesù a Ispica, l’altare del Santissimo in San Giorgio a Ragusa, l’altare centrale della chiesa di San Vincenzo ad Acate. Il lato B è nelle urne reliquiarie: l’urna reliquiaria di San Giovanni Battista a Ragusa Ibla, di San Giorgio a Modica di San Bartolomeo a Scicli.
Il lato ancora da scoprire e valorizzare è negli argenti: nelle pissidi, calici, ostensori, opere di orafi e argentieri palermitani e messinesi e che vengono acquistati dalla committenza iblea.
Nel 700 non si bada a spese per abbellire le chiese: “A Scicli ci si rivolge a Roma per la tela di Santa Maria La Nova, che sarà realizzata da Sebastiano Conca, tra i più bravi pittori del 700 italiano”, aggiunge lo storico dell’arte.
Il segreto del successo di questa esperienza? “Il risultato organico tra progetto e realizzazioni monumentali, comune negli esterni e nella ricchezza decorativa degli interni, laddove la lezione serpottiana (Gioacchino Serpotta, attivo a Palermo, è il più grande stuccatore italiano del ‘700) ha la possibilità di esprimersi in molti suoi allievi in tanti spazi religiosi del Val di Noto”.
Di chi è il merito di tanto sfarzo e ricchezza? “Se una civiltà tardo barocca è stata inventata, lo si deve ai committenti, del clero e della nobiltà. Senza una solida, consapevole e intellettualmente dotata committenza, tutto ciò non avrebbe potuto esserci”, conclude Nifosì.
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