Se non riusciamo a farci sentire nemmeno quando la Natura ci punisce
di Saro Distefano


Ragusa – Certo, nessuno si è fatto male. Ma i danni sono stati davvero ingenti, pesanti, forse definitivi specie per l’agricoltura e in tempo di crisi conclamata. Il ciclone che ha investito la nostra provincia quel maledetto sabato 10 marzo non lo dimenticheremo presto. Anzi.
Chi invece lo ha dimenticato, ma in certi casi nemmeno ricordato, è la grande stampa italiana. Giornali e telegiornali nazionali hanno posto qualche minuto della loro attenzione sul salvataggio dei 19 membri dell’equipaggio della piccola petroliera arenatasi davanti Augusta. E secondo me solo per il fatto che le immagini di un elicottero che prende in carico un marinaio alla volta per depositarlo a terra, al sicuro, è una tipica sequenza di “real tv”. Repubblica, Corriere, Tg1 e Sky hanno dedicato pochi minuti, pochissimi a quanto di straordinario è accaduto da queste parti in venti ore di forte maltempo.
Una situazione che, fosse accaduta altrove, avrebbe scatenato orde di inviati. Vero è che una ondata di maltempo di uguale intensità procura danni differenti rispetto a dove si scatena. Una forte pioggia a Ragusa significa qualche ora di “cina”, come la chiamiamo gli indigeni, ovvero la piena di acqua che prende corpo e velocità per scaricarsi nelle “cave” e quindi “o sciumi ranni”, quell’Irminio che nel passato anche recente ha trascinato alberi e pecore, massi del Monte Lauro e purtroppo anche massari e vignaioli. La stessa pioggia a Messina e dintorni provoca frane e smottamenti a volte anche forieri di morte e distruzione. È come il terremoto, che non a caso si misura secondo la scala Mercalli (cioè i danni provocati) e la scala Richter (cioè la energia scatenata dall’evento): ne consegue che un terremoto di magnitudo 9 in pieno deserto ha livello 1 nella scala Mercalli, mentre un Richter 6 con epicentro sotto una cittadina fatta di mattoni e paglia ha un grado Mercalli dieci.
Il ciclone mediterraneo, come lo hanno chiamato gli esperti, ha colpito con inaudita violenza una parte del Paese che a Roma e a Milano considerano meno che il Vietnam (con tutto il rispetto per gli amici dell’estremo oriente). Noi contiamo poco. E adesso ascolteremo per qualche giorno i nostri deputati alzare la voce per chiedere lo stato di calamità naturale e per qualche giorno ancora vedremo i prezzi di frutta e verdura triplicati.
I metodi usati dal movimento dei Forconi non saranno propriamente da country gentlemen, ma se non ci si riesce a farsi sentire nemmeno quando la Natura ci punisce oltre modo, allora ben venga qualche puntatina a Piazza Montecitorio, senza fare i danni di un ciclone, anche se mediterranei lo siamo, eccome.
© Riproduzione riservata