di Redazione
Ci siamo dentro fino al collo, la campagna elettorale trasuda, incombe, disorienta, tracima nei nostri pensieri più reconditi. Si è impadronita delle telecamere, dei giornali, della rete. Il popolo degli aspiranti candidati sciama nelle stanze delle decisioni, invia e mail, prepara manifesti, assedia il potere, interpella, incontra, pretende suggerimenti, aiuti, buoni uffici, raccomandazioni, fa i conti sul consenso elettorale di cui dispone mentre attende di di ricevere l’investitura.
Quale? La candidatura pura e semplice o la nomina a senatore, deputato, Presidente, sindaco? Ci sono condizioni di partenza che permettono di giungere agevolmente al successo, altre che permettono solo di insidiare il successo altrui, e altre ancora che permettono soltanto una presenza decubertiniana.
La partecipazione, insomma. Ma il candidato è un “eletto” in pectore, sempre. questo non lo rivela nemmeno a se stesso. Eleggibile, al di là di ogni ragionevole dubbio. Presto il popolo degli asopiranti si assottiglierà, resteranno in lizza solo coloro che saranno candidati dai partiti. I partiti? E chi comanda nei partiti? I dirigenti, naturalmente. Eletti da chi? E chi lo sa.
Ci sono partiti che hanno a capo coordinatori che non coordinano e segretari che non contano nulla. Le seconde file hanno perso gran parte del loro peso a favore del leader.Varcata la soglia, i sopravvissuti alla selezione delle oligarchie, scelgono strade diverse.
Chi sta in testa alla lista può frequentare i salotti, che sta in basso deve battere il marciapiede. Apocalittici, integrati, scontenti e contenti, saranno separati da un invisibile muro: da una parte gli eletti, dall’altra gli eleggibili e in un angolo quelli che svolgono compiti di servizio.Al servizio del partito, si dice.
In realtà servono a chiudere la lista. Beninteso la loro militanza in campagna elettorale potrà trasformarsi in una legittima aspirazione. Il servizio non va retribuito in euro, ma in “buoni” fruttiferi. Chi ha il compiuto di una missione impossibile, si aspetta la gratitudine.
Il popolo dei candidati deve mantenere alta la tensione, corteggiare, raggirare, convincere, stimolare l’interesse, stringere mani, inviare messaggi. Anzitutto deve far sapere di esserci, poi deve parlare agli elettori, infine deve convincere a stare dalla sua parte: tre step che richiedono dedizione, competenza, pazienza. DFovremo averne anche noi tanta di pazienza.
Stiamo entrando nell’ultimo certchiop, regionali e politiche insieme, subito dopo le amministrative comunali e provinciali. Il clima è cambiato ormai da giorni. Basta dare uno sguardo ai gioirnali ed ascoltare un telegiuorbnale per rendersene conto. E siamo solo alla vigilia.
Che succederà fra una settimana? Fra trenta giorni? Saremo seppelliti dalle “dichiarazioni” dei candidati in cerca di visibilità. Sta prendendo piede l’abitudine del sequel. Quando il leader esprime un punto di vista, contesta il suo avversario, polemizza con lui, subito dopo arriva una pioggia di comunicati da parte delle seconde file. E quando qualcuno si fa male, subisce un torto, un’intimidazione, un sopruso, giungono solidarietà a grappolo d’uva. E’ diventato un rito solidarizzare, ribadire, confermare.
Ci si aggrappa ai sondaggi ed al loro tasso di verità. Perfino gli americani, che sono i maestri del sondaggismo, hanno caopito che si può fare poco affidamento sui sondaggi, Fosse stato per i sondaggi, Obama farebbe giardinaggio, invece ha sbaragliato il campo e battuto clamorosamente la quotatissima Hillary Clinton. Invece qui viene preso tremendamente sul serio. La ragione? Fare sapere che si ha la vittoria in tasca, che si confida nella tendenza, tutta italiana, di salire sul carro del vincitore. Non è nobile come motivazione.Altri argomenti? Il nuovo che non è nuovo, la grande coalizione fra PD e PDL (il grande inciucio), il centro che vuole diventare grande ma non ci riesce , il buonismo di Veltroni, la quinta volta del Cavaliere (candidato premier), la solitudine dell’Udc e dei socialisti, il posto al sole concesso ai radicali dal PD, il riformismo buono e quello cattivo, il centrodestra che è più destra che centro, ed il centrosinistra del PD che è più centro che sinistra, i dodici punti di Veltroni, il nuovo contratto del Cavaliere, il leghismo alleato al PDL, le bandiere della rivoluzione presto ammainate da Gianfranco Miccichè. Ad essi spetta il compito di scaldare i nostri cuori. Di sicuro faranno vibrare di passione o di sdegno il popolo dei militanti, che si agitano, bloggheggiano, commentano nei bar ed in rete. Ma non più di questo.
Fonte: Siciliainformazioni.com
© Riproduzione riservata