La denuncia del produttore. «Importante verificare - dice Corrado Vigo - ogni fatturazione e ogni aumento dei costi»
di Andrea Lodato
Catania – Alberi carichi di arance, un po’ perché i capricci del clima hanno ritardato alcune fioriture, molto perché raccoglierle costa troppo e venderle non rende un tubo. Brutta storia, ci torniamo perché la situazione rapidamente peggiora e moltissime imprese agricole, in attesa che venga varato il Piano di Sviluppo rurale, per il quale, ha promesso il presidente della Regione, Lombardo, si sta accelerando, sono nel pieno del dramma. Il settore agrumicolo, portante per gran parte della Sicilia, è stritolato dai debiti, dal fatto che le arance non valgono quasi nulla, tanta fatica per tirarle su, poi se va bene si vendono a 25 centesimi, se va bene. Ed è inutile pensare che, le stesse arance, quando arrivano sul mercato, superata la lunga filiera, vengono vendute da 1 euro e 50 sino al 3 ed anche di più, in qualche caso. E i produttori? Nei giorni scorsi Corrado Vigo, agronomo ma, in effetti, soprattutto agricoltore da una vita, ha pubblicato sul suo blog una foto che è la sintesi esatta del dramma in cui il settore è precipitato.
«Si avvisa la gentile clientela che senza il saldo di quanto dovuto non si consegnerà più nessuna merce. C’è scritto così – racconta Vigo – in un cartello che ho trovato sulla porta di un negozio che vende fitofarmaci, prodotti per la campagna. Perché i fornitori ormai hanno fatto troppi anticipi, troppa vendita rateale aspettando che i produttori recuperassero un po’ di liquidità e saldassero. Così sono costretti a sospendere la vendita a credito, anche perché loro, in questo stesso lasso di tempo fatto enorme incertezza e di difficoltà economica, i prodotti presi dai grossisti li hanno dovuti pagare. C’è, in sostanza, un pericoloso avvitarsi su questa crisi che sta mettendo tutti con le spalle al muro».
Così se nell’articolo di sopra parliamo di filiera del pomodorino, qui non cambia molto parlando di arance. Solo che Vigo, e non solo lui, nella sopravvivenza legata spesso più alla passione del la materia e per la campagna che al business, ha fatto quattro conti e un’analisi.
«La filiera è, come abbiamo detto mille volte, troppo lunga. Il produttore non riesce più ad uscirci neanche con le spese, mentre gli intermediari fanno un po’ i prezzi che vogliono, gestiscono la fase intermedia in cui il prodotto venduto sull’albero da 10, 15 a 25 centesimi se siamo fortunati, arriva sui banconi delle rivendite anche a 3 euro e 50. Abbiamo analizzato il percorso e ci sono molte cose che andrebbero chiarite, perché non tutti i rincari, su cui possiamo discutere anche, non solo sono comprensibili, ma nemmeno rispondono ad una logica aritmetica, Voglio dire che, a conti fatti, ci sarebbero almeno 80 centesimi che si potrebbero riparametrare rispetto all’attuale distribuzione tra i soggetti della filiera e potrebbe portare anche ad un aumento di 25 centesimi del profitto per il produttore. Il che significa che vendere un chilo di arance a 50 centesimi darebbe ossigeno al mercato».
Già, ma anche qui come fare? Un’idea, vera, qua c’è: siccome tutto ciò che avviene in filiera non è un fenomeno gassoso, nel senso che di ogni operazione, dalla prima vendita delle arance sugli alberi, all’intervento dei vari intermediatori, sino ad arrivare alla vendita al dettaglio, devono esserci fatture, beh non si potrebbe escludere di chiedere la partecipazione straordinaria di un soggetto ulteriore.
«La Guardia di Finanza – spiega Corrado Vigo – che avrebbe competenze e autorità per fare verifiche sulle fatture e, quindi, sull’aumento dei costi e dei benefici di chi davvero guadagna. Così si potrebbe arrivare a quella più onesta divisione, tirando fuori la quota minima che comincerebbe a ridare forza alle imprese».
Che hanno un ulteriore problema, a proposito di vendita fatta con la garanzia del “pagherò”, come si diceva una volta. Se è vero, infatti, che a conti fatti i maggiori acquirenti del prodotto oggi sono i soggetti della Gdo, la grande distribuzione organizzata, è anche vero che nel giro di alcuni mesi, certamente per la crisi che ha investito anche questo settore, i pagamenti della merce sono stati rimandati alle calende greche, Ai 60, 90, 180 giorni, diciamo, i produttori che servono direttamente erano abituati, e sopportavano, ma oggi…
«Oggi – dice Vigo – siamo a pagamenti che arrivano a 180 giorni, cioè bisogna aspettare anche sei mesi per avere quanto ci spetta. Un tempo infinito, anche perché gli altri non aspettano noi. E così siamo al non si fa più credito appeso alle porte dei negozi».
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