il docente si è accorto che l’autista era incosciente per un malore. È riuscito a sterzare e frenare in autostrada.
di Redazione
Praga – Ci sono momenti in cui il destino cambia direzione in pochi secondi. E in quei secondi serve qualcuno che non esiti, che non si blocchi, che faccia semplicemente la cosa giusta. Su un’autostrada fuori Praga, tra il silenzio ancora pesante di una visita a un campo di concentramento e il ritorno verso la città, quel qualcuno è stato un professore. Domenico Lucifora, vittoriese, docente del liceo Cavalleri di Parabiago, non stava facendo nulla di straordinario. Era seduto davanti, accanto all’autista, come spesso accade in gita, per dare indicazioni. Dietro, una quarta B, stanca, provata, silenziosa. Tra loro anche una ragazza in carrozzina, motivo per cui quel piccolo pulmino da venti posti era diventato, per giorni, l’unico modo per muoversi in una città difficile da affrontare. Poi qualcosa si incrina. Il mezzo scivola sulla corsia d’emergenza. Un dettaglio che agli altri sfugge, ma non a lui. Lucifora alza lo sguardo.
L’autista è immobile, lo sguardo perso nello specchietto retrovisore. Non guida più. Non risponde. “It’s ok?” prova a dirgli. Una volta. Due. Tre. Niente. In quell’istante, il tempo si restringe. Non c’è spazio per il dubbio, né per la paura. Il pulmino corre a quasi cento all’ora. Dentro, una classe intera. Lucifora capisce. E agisce. Si slaccia la cintura, si protende in avanti, afferra il volante mentre le colleghe cercano di scuotere l’autista ormai incosciente. Nessuna reazione. Allora il gesto decisivo: il piede sul freno, il controllo strappato al caos, la traiettoria riportata a un margine di sicurezza. Il mezzo rallenta. Si ferma. Fine della corsa. In tutti i sensi.
Fuori, quasi come in una scena scritta da qualcuno con troppa fantasia, c’è un posto di blocco della polizia. Gli agenti intervengono subito, chiamano i soccorsi. L’autista viene portato via in ambulanza. “Era caldo, sudato, poteva essere un ictus o un infarto”, diranno dopo. Sta bene, oggi. Ma in quel momento, non guidava più. E qualcuno doveva farlo al posto suo. Dietro, i ragazzi riprendono fiato. Non tutti subito. Alcuni crollano, altri si stringono, si parlano, si tengono. È uno di quei momenti che segnano, che restano.
Anche lì, Lucifora torna a fare il suo mestiere: non più al volante, ma accanto a loro. A rassicurare, a spiegare, a ricomporre. “Abbiamo fatto squadra”, dirà poi. Ma la verità è che, per qualche secondo, è stato molto di più. È stato l’uomo che ha deciso che quella storia non doveva finire male. E grazie a lui, una gita è tornata a essere quello che doveva essere: un viaggio da ricordare. Non per la paura, ma per il coraggio.
© Riproduzione riservata