Scrive Pietro Storniolo
di Pietro Storniolo
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano intervenendo ieri – 14/09 – a Salerno ha evidenziato citando alcuni studi fra cui il rapporto Svimez, che le immagini fuorvianti e spesso caricaturali che vengono offerte del sud Italia sono frutto di polemiche e schermaglie fantasiose sui dati.
Per fornire ulteriori elementi di analisi e di riflessione sulle considerazioni espresse dal Presidente vengono evidenziati gli ultimi due rapporti:
Il Rapporto SVIMEZ del 2009.
“L’attuale mix di crisi economica e delegittimazione politica che il Sud sta attraversando pone ad alto rischio la possibilità di completare la transizione verso una economia più competitiva e allo stesso tempo indebolisce qualsiasi prospettiva di ripresa del sistema nazionale.”
Il rapporto SVIMEZ 2009 metteva in luce le difficoltà che il Mezzogiorno attraversava evidenziando come in questi anni il progetto nazionale per la crescita del mezzogiorno e per la valorizzazione delle sue potenzialità sia stato in gran parte disatteso.
L’impatto della crisi internazionale ( 2008-09 ), si sta riflettendo con particolare intensità sul mercato del lavoro meridionale, con brusche riduzioni dell’occupazione e contemporanei incrementi del tasso di disoccupazione e conseguente contrazione dei redditi da lavoro delle famiglie. Tali dinamiche si riflettono in una ulteriore contrazione della domanda interna che va ad aggravare la tendenza recessiva.
Le stime della SVIMEZ mostrano come già nel 2008 l’economia meridionale abbia registrato una recessione, sia pur di poco, più grave che nel Centro-Nord: -1,1% contro il -1% del resto del Paese; recessione che, in base agli indicatori congiunturali territoriali relativi alla prima parte del 2009, ha conosciuto al Sud una ulteriore forte incentivazione.
Una prospettiva critica che incide su un area già con elevata disoccupazione e con diffuse situazioni di povertà e che quindi rischia di determinare effetti pesanti sia in termini economici che sociali.
Nelle fasi congiunturali negative , determinate, come in questo caso, da fattori esogeni, il Mezzogiorno, proprio per effetto della sua minore apertura internazionale, tendeva a risentire meno del rallentamento dell’economia mondiale: questa volta invece è proprio nel sud che la crisi rischia di mordere maggiormente, con effetti fortemente negativi sulla dinamica dei consumi, degli investimenti e dell’occupazione.
Questo perché l’economia meridionale somma all’inversione ciclica debolezze strutturali che affondano le loro radici nel tempo e che si aggravano nell’attuale fase congiunturale.
Il divario in termini di prodotto per abitante, (che è la misura comunemente utilizzata per valutare le differenze di sviluppo economico fra aree,) è invece lievemente diminuito a causa dei flussi migratori meridionali ed esteri in direzione del Nord. Il Pil procapite del mezzogiorno è risultato essere leggermente in crescita solamente per effetto della perdita della popolazione.
LA MANCANZA DI CONVERGENZA DELLE REGIONI IN RITARDO DI SVILUPPO CON QUELLE PIU’ RICCHE CHE SI VERIFICA IN ITALIA NELL’ULTIMO DECENNIO E’ IN CONTROTENDENZA CON QUANTO AVVIENE NEL RESTO D’EUROPA.
Tra il 1995 e il 2005 la quota italiana della popolazione europea che viveva in regioni con un PIL pro capite inferiore dell’85% della media UE è passata dal 50,7 al 69,8%. Se si ordinano le 208 regioni europee rispetto al PIL pro capite si nota che le 8 regioni meridionali si situavano nel 1995 tra il 112° e il 192° posto; nel 2005, esse si collocavano tra la 165° e la 200° posizione.
Dall’inizio del decennio alla fine del 2008 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti al Sud del 9,3%, quasi due punti percentuali in meno che nel Centro-Nord (11%). Se si analizza solo il settore dell’industria in senso stretto – che conta nel mezzogiorno un terzo delle unità locali localizzati nel Paese – gli investimenti sono crollati cumulativamente nel 2001-2008 del 15,7% a fronte di una flessione cumulata del 5,1% nel resto del Paese.
Va sottolineato che è proprio il meccanismo di accumulazione – in realtà non solo di capitale fisico ma anche umano e tecnologico – che guida il recupero di produttività e quindi di capacità competitiva. Analizzando i dati di lungo periodo si verifica che un significativo processo di convergenza si è realizzato soltanto nel periodo compreso tra il 1951 e il 1973, periodo in cui il processo di accumulazione è stato nel mezzogiorno elevato e sempre superiore a quello registrato nel Centro-Nord. Tra il 1951 e il 1973 il rapporto tra investimenti e Pil al Sud è circa raddoppiato dal 17% al 33%, raggiungendo un livello superiore di oltre 10 punti a quello rilevabile nel Nord.
Nel 2008 invece si è verificata una contrazione della dinamica dei consumi delle famiglie differenziata al nord – 0,9% al Sud – 1,4%. I consumi alimentari sono calati nel 2008 del 2,7% al Sud, un punto in più rispetto al Nord, spia di difficoltà a mantenere lo standard di vita da parte di ampi strati della popolazione.
Alla base del progressivo impoverimento del Mezzogiorno c’è la brusca contrazione dell’occupazione, registratasi già nel corso del 2008, (-1,9% nel quarto trimestre, ) poi riconfermato nel primo trimestre del 2009. tra gennaio 2009 e gennaio 2008 si sono persi al Sud 114.000 posti di lavoro.
Nel solo comparto industriale l’occupazione si è ridotta di 57.000 unità ( – 6,6% a fronte del 0,6% al Centro-Nord). Ciò vuol dire che molti lavoratori, spesso precari e quindi senza tutele si sono trovati senza lavoro e senza reddito. Simili dinamiche, in un area dove lavora appena il 44% della popolazione in età da lavoro e le donne che lavorano sono meno di 3 su 10, costituiscono una situazione di potenziale emergenza sociale, trascurata dalla politica nazionale, che richiede risposte più incisive.
Inoltre il flusso migratorio coinvolge circa 300.000 persone l’anno. Di questi 120mila abbandonano definitivamente il luogo di origine. Si tratta per lo più di giovani individui con un buon livello di scolarizzazione. Tale processo porterà in un ventennio alla perdita per il Sud di circa un milione e mezzo di persone – dagli attuali 20,8 milioni a circa 19,3 milioni – con una crescita sconsiderata di popolazione anziana con i relativi problemi dell’età adulta in una economia matura, senza aver superato la condizione di ritardo nello sviluppo.
L’INTERRUZIONE DI UNA SIA PUR MINIMA TENDENZA ALLA CONVERGENZA TRA AREE DEBOLI E AREE FORTI DEL NOSTRO PAESE COSTITUISCE, UN ANOMALIA NEL PANORAMA EUROPEO.
Il Rapporto Svimez 2010
Il 20 Luglio 2010 è stato presentato il Rapporto SVIMEZ sulle politiche generali e settoriali, dove si confermano i dati degli anni precedenti e per certi versi sono ancora più pesanti.
Ma quello che si evidenzia con più nettezza e l’ulteriore perdita di competitività e di crescita che si è verificato nel Mezzogiorno d’Italia. “ Ormai da otto anni consecutivi il Sud cresce meno del Centro-Nord, cosa che non è mai successa dal dopoguerra ad oggi”.
Una misura efficace per misurare quanto affermato la dà il PIL per abitante: nel 2009 nel Mezzogiorno è stato 17.317 euro, circa il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro).
Diversamente dai precedenti periodi di recessione, nel 2009 anche l’Agricoltura meridionale è stata investita dalla crisi, infatti dal 2001 al 2009 il Sud agricolo ha perso 115mila posti di lavoro facendo emergere le gravi carenze sul fronte dell’organizzazione della filiera (produzione-trasformazione-distribuzione) in parte compensate in passato dai vantaggi climatici ed ambientali proprio del Sud Italia.
La crisi in atto ha colpito duramente, a livello nazionale e non solo il settore industriale, soprattutto il manifatturiero. Cali della domanda interna ed estera hanno pesato in modo determinante, soprattutto per quanto riguarda i beni durevoli, intermedi, strumentali e gli investimenti fissi lordi.
La crisi non ha risparmiato il settore edile : rispetto all’anno precedente il Sud ha segnato il crollo del valore aggiunto del 9.4% ( che arriva al -16,7% nel periodo 2001-2009 ), degli investimenti dell’8,5% e degli occupati del 3,8% ( circa 23mila posti di lavoro in meno).
Anche i settori dei servizi e terziario hanno avuto un calo per due anni consecutivi per la prima volta dopo cinquant’anni. Circa 88mila posti di lavoro persi nel settore al Sud (-1,9 % rispetto al 2008) con punte del 3,9% nel commercio, il doppio che al Centro-Nord, concentrate soprattutto nel lavoro autonomo.
Dal rapporto SVIMEZ emerge che “nel periodo 2000-2008 il Mezzogiorno è cresciuto la metà del Centro-Nord. Dal dopoguerra non si era mai verificato una così lunga interruzione del processo di crescita tra le due aree. La forte contrapposizione tra Nord e Sud oggi rischia di allargare il divario e ostacola la ripresa economica nazionale.
Di qui la proposta di un “progetto Paese” per valorizzare le aree deboli con politiche nazionali più efficienti e politiche specifiche riformate, che passi attraverso il concetto di Mezzogiorno come frontiera verso il Mediterraneo e le nuove opportunità di sviluppo vengano soprattutto dai settori innovativi.”
Pino Aprile nel suo libro “Terroni” scrive “ che la verità viene scritta ma non viene letta e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti ad indurre ad agire di conseguenza”.
In questo caso parlano i numeri, ed ancora continua Aprile “ Oggi, nuovi fermenti animano una ricerca di verità storica, non solo meridionale, che viene dal basso… . Non è facile capire dove questo possa portare; se a un revanscismo uguale e opposto al razzismo nordista di lega e collaterali, o una comune crescita di consapevolezza e conoscenza: un nuovo meridionalismo non solo meridionale… per ridare un anima decente a un Italia che l’ha smarrita, nel fallimento della politica e la sua riduzione a furia predatoria di egoismi personali e territoriali”.
Pietro Storniolo
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