Cultura
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16/01/2009 22:18

Il terremoto del 1693 e la ricostruzione del Val di Noto

di Giuseppe Savà

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Agli inizi del XVII secolo le chiese collegiate, i conventi ed i monasteri riprendevano le antiche gare per ricostruire in fretta ed in forme sontuose. In tutta la contea si affrontavano due differenti modelli di architettura ecclesiastica: il primo, cronologicamente più precoce ma stilisticamente più conservatore, ripeteva il consueto impianto basilicale attingendo al repertorio dei trattati tardocinquecenteschi (i cantieri di S. Pietro a Modica, di S. Giovanni a Ragusa e di S. Matteo a Scicli), mentre il secondo, con qualche decennio di ritardo, come spiega sempre Giuseppe Barone ne “L’oro di Busacca”, inaugurava i temi della convessità delle facciate, le soluzioni piramidali e a torre, la spazialità complessa tipica dell’età tardo-barocca e della scuola di Rosario Gagliardi (i duomi di S. Giorgio a Modica e Ragusa, le chiese del Gesù e del Salvatore a Modica, le chiese e monasteri di S. Michele e S. Giovanni a Scicli).

 

Alla rivoluzione culturale del linguaggio architettonico e figurativo partecipano le famiglie aristocratiche di Scicli con i palazzi Beneventano, Penna, Grimaldi (oggi Mormino), Spadaro, che lungo il ‘700 qualificano l’impianto scenografico della città.  Sul colle, invece, la chiesa madre di S. Matteo combatteva in splendido isolamento la sua ultima sfida.

 

I giurati avevano convocato “consiglio generale” il 19 luglio 1703 per decidere la definitiva collocazione urbanistica del tempio, ma inter Siclenses orla fuit magna disparitas votorum, tra coloro i quali stimavano più opportuno intitolare ex novo la chiesa a S. Guglielmo e ricostruirla a valle, nel quartiere centrale dell’Udienza, e gli irriducibili sostenitori del sito originario usque adhuc habetur parvula capanna constructa. Non conosciamo purtroppo i protagonisti né le ragioni addotte in quel dibattito, anche se alla fine omnes se concordaverunt iterum esse rehedificanda in illomet loco, situ et ambitu ubi noster Protector se spante contulit.

 

Sull’onda della commozione popolare affluirono numerose le elemosine, nel 1704 furono addirittura venduti all’asta l’argento, il rame e il bronzo ricavati dalla fusione dell’urna-reliquario di S. Guglielmo (realizzata nel 1667 dall’argentiere messinese Mario D’Angelo), ma dopo i primi lavori urgenti l’opera era stata sospesa sia per difetto di mezzi, sia perché si riaccesero acuti i contrasti interni a laici e clero, alimentati anche dalle chiese collegiate della Consolazione, S. Maria la Nova e S. Bartolomeo che preferivano mantenere in posizione marginale la vecchia matrice. Nell’agosto 1711 i giurati Giovanni Cartia, Giambattista Riera e Guglielmo Riera nominarono l’arciprete Guglielmo Virderi e gli altri procuratori ad incipiendam et finiendam fabricam Matricis Ecclesiae, senza riuscire però ad impedire che i lavori procedessero in modo discontinuo fino ad essere abbandonati del tutto. A quella data, tuttavia, la città aveva dovuto superare un’altra drammatica prova, per il riacutizzarsi dell’epidemia di peste e vaiolo che nel 1709-10 provoca un’autentica strage a Modica e Ragusa, dove si contano rispettivamente 5600 e 2400 morti.

 

A differenza del 1626, questa volta Scicli registra solo alcune centinaia di vittime, ma la paura di un nuovo “castigo di Dio” e l’insicurezza collettiva rallentano la ricostruzione e riaccendono il fanatismo religioso. La brusca impennata della mortalità, il calo delle nascite e dei matrimoni sono anche conseguenze inevitabili della invasione delle locuste e della generale carestia che colpiscono la contea. Nell’estate del 1708 i giurati Guglielmo Salonia, Cesare e Vincenzo Palermo e Gugliemo Papaleo rifiutano agli ufficiali del conte la consegna del frumento che doveva essere “estratto” dallo scaro di Pozzallo “per l’imminente bisogno de’ popoli”. La crisi mette in ginocchio commercianti, artigiani e la plebe urbana, né risparmia gli arrendatari delle gabelle civiche per la contrazione del gettito fiscale.

 

Una grande processione di ringraziamento per lo scampato pericolo della peste il 30 giugno 1709 si snoda per tutta la città, dagli anfratti tortuosi di Chiafura alla “strada mastra” delle botteghe artigiane, portando a spalla nobili e popolani il simulacro della Madonna delle Milizie “sopra un destriero bianco con spada alle mani e palma della vittoria, con veste ricamata e piena di bracciali d’oro e catene”: la relazione coeva di uno dei giurati descrive per la prima volta la complessa “macchina” della festa barocca, con cori di musici, “disparo di mascoli” ad ogni stazione, e culminata nella rappresentazione teatrale della battaglia del 1091 tra mori e cristiani.

 

Ma salvarsi dal rischio dell’epidemia non equivale a porre fine alla carestia che continuava ad affamare la popolazione, annota lo storico Giuseppe Barone. La richiesta di sospendere ancora le gabelle civiche e lo stesso dazio sul macino conferma la gravità della crisi.

 

                                                                  Giuseppe Savà

 

11 gennaio 1693. Un terremoto rade al suolo il Val di Noto