Cultura
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17/04/2011 09:57

Il timballo del gattopardo, lo spettacolo

Carlo Cartier e Carmelo Chiaramonte in scena

di Redazione

Chiaramonte e Cartier
Chiaramonte e Cartier

Sicilia cotta e servita. Dagli arancini del commissario Montalbano al timballo del Principe di Salina un viaggio letterario nella fastosa storia gastronomica dell’isola a tre punte rivela tesori antichi variamente interpretati secondo il gusto dei moderni. Dopo il successo del debutto estivo al Festival di Taormina approda sulla scena del «Brancati» uno spettacolo innovativo che rende omaggio alla nostra terra, coniugando cucina, grande letteratura e teatro. Nato da un’idea dell’attore Carlo Cartier, scritto dalla penna sapida di Rosario Galli e diretto da Giancarlo Sammartano «Il timballo del Gattopardo» chiama sulla scena anche uno chef professionista, il modicano Carmelo Chiaramonte, astro nascente della ristorazione nazionale, inquieto ricercatore di sapori che puntano alla natura emozionale e sensuale della cucina.

Nella sontuosa scenografia dell’allestimento, firmata da Antonello Geleng, domina una tavola elegantemente imbandita per 13 commensali (sic!), dove troneggia, diversa dalle altre sedie, uno scanno di velluto destinato all’ospite d’onore, una famosa Baronessa. Due cuochi, uno anziano depositario della tradizione e uno giovane più portato alla sperimentazione, si cimentano in una singolare tenzone culinaria che diventa pretesto per ricostruire la ricchissima storia filosofica e antropologica di una Sicilia ombelico del mondo, attraverso le pagine più preziose dei suoi scrittori, da Tomasi di Lampedusa a Camilleri, da Brancati a Vittorini, dall’Abate Meli a De Roberto e a Verga. Di cucina e di ricette si parla, ma alcuni piatti vengono realmente preparati durante lo spettacolo e gli spettatori possono degustare le creazioni dello chef Chiaramonte. 
«E’ un intreccio molto carico di suspense – spiega il regista Sammartano – i due cuochi preparano il banchetto per una mitica Baronessa che non apparirà mai, e c’è un finale a sorpresa. In scena abbiamo allestito una cucina vera nella quale verranno realizzate solo alcune delle 52 ricette di cui si racconta. Tra i due protagonisti si stabilisce una dialettica vivace e a tratti molto divertente. La mia regia ha voluto marcare l’aspetto fantastico e un po’ metafisico del plot».
«Oggi la cucina è veramente al centro della vita quotidiana – incalza Carlo Cartier – pensiamo al proliferare dei programmi televisivi. In Italia si mangia bene dappertutto, ma la cucina siciliana è superiore perché deriva dalla contaminazione e dalla mescolanza di molteplici culture. I cuochi sono alchimisti, combinano in forme originalissime e con arte segreta elementi apparentemente incompatibili».
«La cucina siciliana riassume i viaggi da Oriente ad Occidente – gli fa eco lo chef Chiaramonte – i nostri prodotti sono fondamentalmente orientali: agrumi, mandorli, peschi, ciliegie, olive, carrube, frumento. In ogni caso, la nostra è una cucina nella quale non deve mai mancare il profumo. Nello spettacolo si parla di ricette destinate agli aristocratici dell’Ottocento ma non mancano anche quelle popolari e povere».