Attualità
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21/02/2008 17:17

Ilvo Diamanti: Passioni e ri/sentimenti in un tempo di cambiamento

di Redazione

Il caso di Casini è utile per capire ciò che sta capitando in questi tempi di cambiamento politico. Non peraltro gli abbiamo dedicato particolare attenzione, negli ultimi mesi. Al proposito, la questione che suscita maggiore curiosità (e discussione), è la seguente. Quanto pesano, sulle scelte di Casini, le ragioni “personali”? Quanto, invece, le ragioni “politiche”? Casini giura che il suo unico (o perlomeno: principale) interesse è di salvaguardare l’identità. Il marchio del partito. Che riassume una storia democristiana. Per cui: l’eredità della DC. Di garantire lo spazio e i valori del Centro, contro il “nuovismo” della logica maggioritaria, espresso da PD e PDL. Grandi contenitori anonimi senza tradizione. Per cui ha chiesto, invano, di mantenere la sua bandiera. In altri termini: di potersi apparentare senza sciogliersi nel nuovo partito di Berlusconi. Seguendo l’esempio della Lega, piuttosto che quello di Fini e di AN. Divenuti PdL e Popolari europei dalla sera alla mattina. O viceversa: dalla mattina alla sera. Senza esitazioni. D’altro canto, Berlusconi e Fini, echeggiati dai megafoni che li circondano, hanno liquidato la scelta di Casini come un fatto personale. Indotto – secondo loro – dall’insofferenza nei confronti del Cavaliere. Il Padrone, che tratta gli alleati da beneficiati. Ragazzi fortunati, che, se non lo avessero incontrato, sarebbero rimasti a fare la gavetta a vita. Uno a destra l’altro al centro. Entrambi “fuori” (gioco). Invece hanno ricevuto poteri e onori. Onori e poteri. Occupando perfino cariche politiche e istituzionali importanti. Casini: la Presidenza della Camera. Dopo essere stato allievo e assistente di Forlani, interpretare la parte dell’attor giovane e belloccio nella rappresentazione politica e mediatica allestita da Berlusconi: insopportabile.

Un’altra lettura “personale”, suggerisce che Casini non riuscisse ad accettare di vedersi ridotto al quinto-sesto posto nella gerarchia del nuovo partito. D’altronde, come interpretare altrimenti il modo in cui si era materializzato il PdL: nuovo prodotto politico del centrodestra? Inventato da Berlusconi in autunno. Per non lasciare la bandiera del “nuovo” al Pd di Walter Veltroni. E per smuovere le acque nella CdL. In FI: congelata e frammentata da mille interessi e mille particolarismi. E, a maggior ragione, per addomesticare gli alleati, AN e UdC. Che tanto l’avevano fatto penare ai tempi del suo governo. Ma anche dopo. Sempre pronti a sfidarlo, a marcare le distanze, a mettere in discussione il suo primato. Era ora di finirla. Per cui, anno nuovo, partito nuovo. Chi ci sta ci sta. Gli altri: a casa loro. D’altronde, aveva sdoganato lui Fini e il suo partito, quando non era neppure considerato post, ma neo-fascista. E i Dc di Casini. Pochi voti e molte pretese. Senza di lui sarebbero scomparsi. Anche perché, in maggioranza, i loro elettori non li avrebbero seguiti. Sarebbero rimasti con il Cavaliere. Bossi e la Lega, invece: alleati fedeli. Non hanno mai creato problemi, dopo il “ritorno a casa”, nel 2000. Basta assecondare il loro chiodo fisso: il Nord, il federalismo. Tollerarne le intemperanze. Il PdL, nelle intenzioni di Berlusconi, serviva, anzi: serve a spazzare via tutte queste resistenze. Come foglie secche. Anche Fini aveva polemizzato violentemente con Berlusconi, nei mesi scorsi. Però, le elezioni alle porte, ha dovuto decidere in corsa. Prendere o lasciare. Ha preso. Anche perché Berlusconi lo ha coinvolto “prima” di Casini. Ciò che ha il significato di una investitura. Come avesse vinto lui la “guerra di successione” (formula di Sofri), che lo ha opposto a Casini, negli anni e nei mesi scorsi. Non importa che i tempi del ricambio al vertice del nuovo partito siano tutt’altro che precisi e definiti. Berlusconi, d’altronde, è – e, comunque, ritiene di essere – eterno. Il problema è di “gerarchia”. Chi ambisce alla fascia di capitano, se finisce in panchina, ha chiuso. Da ciò la reazione di Casini. Se non è possibile ambire alla successione del “grande partito di centrodestra”, allora meglio restare il leader di un “piccolo partito di centro” alleato con la destra. Meglio n. 1 dell’UdC che il 5 del PdL. Richiesta inaccettabile, soprattutto per Fini (che ha rinunciato a tutto, per fare il n. 2 alla PdL). Poi si sa: una parola tira l’altra. Ciascuno chiede all’altro di fare un passo indietro, e pianta la propria bandiera un passo in avanti. Fino a che la discussione degenera e non c’è più spazio per le mediazioni. Fino a che nessuno può fare altro che andare per la propria strada. Con un certo timore. Perché i voti dell’UdC, anche se smagrita, servirebbero a Berlusconi, per vincere sicuro. E la Grande Casa di Berlusconi è sempre stata accogliente, per Casini. Per quanto vi abbia vissuto da inquilino. E come tale sia stato trattato.

Va detto che, nella narrazione dei media, ma anche nei discorsi pubblici, l’interpretazione personalistica ha preso il sopravvento su quella politica. I conflitti privati hanno convinto più dei discorsi sulla missione del Centro. Questa micropolitica della vita quotidiana, che valuta le stanze del potere come fossero luoghi di relazioni private. Posta in questi termini, tuttavia, la questione risulta incomprensibile. Perché oppone “personale” e “politico”. Come se la dimensione “biografica” fosse alternativa a quella “partitica”. Non è così. Non è mai stato così. Ma oggi meno di sempre. Perché la differenza fra i partiti e i leader è sfumata. La distanza: sottile. La scena politica è affollata da partiti personali e personalizzati. Leader senza partiti. Oppure, con intorno partiti “à la carte”. Usa e getta. Creati su misura. Inutile tornare sull’argomento. Per un catalogo aggiornato (dal PiDG al PLD) preferisco rinviare alle altre, precedenti Bussole.

Resta l’impressione che per interpretare la politica italiana (e non solo) occorra andare oltre la scienza e la sociologia politica. Oltre gli studi e le discipline istituzionali. Oltre le analisi elettorali e geopolitiche. E dedicare più tempo al gossip, alle confidenze, ai sussurri, al pissi pissi. Consultando, sui giornali, le cronache del Palazzo. Ascoltando le voci di corridoio. Attenti a Dagospia oltre (più) che alle riviste del Mulino. Più della classica coppia amico/nemico, in politica contano la gelosia, l’ambizione, l’irritazione, l’invidia. Sentimenti e risentimenti piccoli, capaci di suscitare grandi passioni.