Economia
|
05/09/2026 09:41

In 11 anni hanno chiuso 10 mila bar in Italia

La trasformazione dei centri storici.

di Redazione

C’è un’Italia che cambia in silenzio, senza annunci né clamore, ma con effetti profondi sulla vita quotidiana delle città. Non la si misura soltanto attraverso i grandi numeri dell’economia o gli indicatori macrofinanziari. La si osserva soprattutto camminando per strada, attraversando i quartieri, guardando le saracinesche che si abbassano e i locali che cambiano insegna.

È l’Italia dei bar che chiudono, dei piccoli pubblici esercizi che per decenni hanno rappresentato non soltanto un’attività economica, ma un presidio sociale. Un caffè al banco, il giornale sfogliato al mattino, il saluto del barista che conosce per nome il cliente abituale: pezzi di quotidianità che raccontano un modello di socialità sempre più sotto pressione.

La fotografia arriva dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da FIPE-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e presentata oggi a Roma. Il quadro restituisce l’immagine di un settore che resta centrale nel tessuto economico e urbano italiano, ma che ha ormai smesso di crescere. Oggi i pubblici esercizi disegnano ancora una rete capillare composta da oltre 262 mila imprese attive, con una densità pari a un esercizio ogni 182 abitanti. Numeri che confermano quanto bar, ristoranti e locali restino parte integrante del paesaggio urbano italiano.

Ma dietro questa apparente solidità si nasconde una trasformazione profonda. Il settore, infatti, ha interrotto la propria espansione e registra una flessione del 3,7% rispetto al 2015. In termini assoluti, significa una perdita netta che sfiora le 10 mila imprese a livello nazionale. Un dato che non racconta soltanto una contrazione numerica, ma un cambiamento strutturale del modo in cui gli italiani consumano, si incontrano e vivono gli spazi pubblici.
Il dato che colpisce di più riguarda i bar, simbolo per eccellenza della socialità italiana. In dieci anni in tutta Italia si contano 22.300 bar in meno. Una cifra che racconta molto più di una semplice dinamica commerciale. Il bar, in Italia, non è mai stato soltanto un esercizio economico. È stato storicamente un luogo di comunità, di relazioni, di micro-socialità quotidiana. Il posto in cui si inizia la giornata, si scambiano notizie, si discute di calcio, politica o lavoro. Un piccolo crocevia umano capace di dare identità a una strada o a un quartiere.

Perché chiudono i bar
La loro diminuzione modifica il volto delle città. Non sempre, però, si tratta di una scomparsa definitiva. Secondo l’indagine, molti di questi bar vengono trasformati in ristoranti, segno di una mutazione dei consumi più che di una desertificazione totale. Dove una volta bastavano caffè, cornetto e aperitivo, oggi il mercato premia formule più complesse legate alla ristorazione, all’intrattenimento serale e alla permanenza più lunga del cliente.
Dietro questa trasformazione si sommano diversi fattori. Il primo è economico: i costi di gestione sono cresciuti sensibilmente. Energia, materie prime, canoni di locazione e costo del lavoro hanno compresso i margini, rendendo sempre più difficile la sostenibilità di attività tradizionali a bassa marginalità come il bar di quartiere. Il secondo fattore riguarda i consumi. Le abitudini degli italiani sono cambiate. La pausa caffè resta, ma si è accorciata. Il lavoro agile ha ridotto parte dei flussi quotidiani nei centri direzionali. Anche la socialità si è spostata, in parte, verso modelli più fluidi.
C’è poi una questione generazionale. Sempre meno giovani considerano la gestione di un bar una prospettiva imprenditoriale attrattiva. Aprire o rilevare un’attività richiede investimenti significativi, tempi di rientro lunghi e una presenza costante. Una scelta che oggi appare meno desiderabile rispetto al passato.

Le città che cambiano volto
L’indagine collega il fenomeno anche alla movida e alla trasformazione dei centri storici. Le città italiane vivono una tensione evidente. Da una parte cresce la domanda di consumo legata a turismo, ristorazione e intrattenimento serale. Dall’altra si riducono le attività di prossimità che hanno storicamente rappresentato l’ossatura commerciale dei quartieri. Il rischio è un paesaggio urbano sempre più polarizzato: grandi flussi turistici e consumo serale da un lato, progressiva rarefazione della socialità quotidiana dall’altro.
Quando chiude un bar, infatti, non sparisce soltanto un’impresa. Spesso scompare un pezzo di identità urbana. Si perde un luogo di relazione informale, uno spazio di contatto umano che nessuna piattaforma digitale può sostituire. Per questo i numeri di FIPE-Confcommercio raccontano molto più di un semplice bilancio di settore. Raccontano l’evoluzione delle città italiane e pongono una domanda di fondo: che forma avrà la socialità urbana nei prossimi anni? E soprattutto, nelle città del futuro, ci sarà ancora spazio per il vecchio bar sotto casa?