Morto fucilato
di Un Uomo Libero
Madrid – Settantacinque anni orsono, il 18 di agosto del 1936 a Granada moriva fucilato Federico García Lorca.
Settantacinque anni sono tanti per una memoria tanto imbarazzante che né il tempo né la storia hanno saputo cancellare.
Federico aveva la stessa età di mio padre, classe 1898, per questo ho incominciato da tempo a interessarmi a lui e a studiarlo con curiosità fino a diventare una mia ossessione quotidiana, una mia fissa, l’amico del cuore.
Lo scoprii, giovanissimo, leggendo le prime traduzioni di alcune delle sue liriche (Romancero gitano) fatte da Carlo Bo nel 1968.
Rimasi folgorato dalla sua poetica, dalla sua musica, dalla sua Andalusia mistica e sanguigna, assolata e nascosta tra le pieghe di un’eterna solitudine.
Le torri della metropoli americana (Poeta en Nueva York) in seguito si sarebbero allegramente confuse con le torri dell’Alhambra granadina, autentica sfida alla bellezza del paradiso, per una pazza intuizione che solo i grandi poeti possiedono.
Studiai lo spagnolo più tardi per poterlo leggere nella sua lingua. Per sentire le sue parole scritte come suggerite dal suono della sua voce. Per ascoltare il gemito del toro agonizzante e la disperazione delle sue lacrime calde, affidate al vento di una tarde, in un lamento straziante composto in ricordo di un amore ferito a morte nell’arena.
Verte(1) e verde, un incredibile enigmistico cambio di consonante per esprimere l’angoscia dell’abbandono o l’ansia di un amore impossibile e tuttavia corrisposto e struggente.
Dalí ben conosceva questi suoi stati dell’anima. Come pure li conosceva Buñuel. Li conosceva tutta Granada, gelosa e sorpresa dal successo del poeta granadino.
Li conosceva, unico grande privilegiato, l’ultimo amante della sua vita, il suo segretario. Arruolatosi nel bando repubblicano, un anno dopo la cattura del poeta, senza saper notizie sue, l’uomo preferì che l’aviazione franchista lo falciasse durante un bombardamento proprio il 18 di agosto.
L’amore li aveva riuniti dopo un anno esatto di lunga e penosa separazione. “Non sapeva più vivere senza Federico” aveva confidato ad alcuni commilitoni prima di cadere.
Federico io l’ho inseguito per tutta la mia vita come un figlio insegue la vita segreta del padre.
Per le strade della vecchia Madrid e alla Residencia de Estudiantes, nelle spiagge e per le strade di Malaga, nella sua casa di Fuente Vaqueros, dove il pianoforte aspetta ancora la sua mano virtuosa, nella sua casa di Granada.
L’ho inseguito nei suoi versi, nelle lettere note e meno note, nei personaggi delle sue opere che tutti hanno qualcosa di lui, nelle fotografie d’epoca e nei filmati originali del tempo più o meno rari, scovati di qua e di là, cercati con l’avidità di chi non si rassegna all’idea che l’uomo più importante della sua giovinezza non possa esistere più.
L’anno scorso, contrariamente al desiderio espresso dalla famiglia, lo Stato spagnolo autorizzò l’apertura della fossa comune nella quale alcuni testimoni avevano indicato la presenza dei suoi resti mortali. Ma fu una ricognizione inutile.
Federico non c’era. Forse la famiglia sa dove il poeta riposa ma, se così fosse, sarebbe un segreto troppo ingombrante e difficile da mantenere.
Federico non appartiene a loro da tempo. È patrimonio dell’umanità.
Anche se le sue ossa non sono state trovate, il suo spirito vaga per ogni angolo della sua Spagna, anche il più piccolo e povero, per denunciare gli orrori di un regime, le nefandezze di un clero che a lungo fraintese e tradì il Vangelo di cui si era fatto portavoce, garante e interprete.
Federico è, senza dubbio, la Spagna. Federico ha sconfitto, lui solo, il regime che lo fucilò.
È la voce di un popolo che mai sarà soffocata, come tutte le voci dei poeti. È il dolore che si è fatto prima strazio e poi parola. È la luce di un’Andalusia che identificava nel bianco il diafano e spento colore della morte come un tempo i pittori nell’alba e nel verde il senso complice di una trasgressione, di un segreto che giocava con le parole solo per dire cose che non potevano essere pronunziate con le labbra.
Voce lacerata di flamenco, la sua, voce di delirio e di sofferenza.
Voce di una Nazione confusa e ancora ferita che cerca oggi disperatamente come allora le ragioni di un’identità e di una speranza.
(1) Verte (vederti) suona in castigliano come la parola “verde”. Il giuoco di parole è reso abilmente nel verso famosissimo “Verde que te quiero verde”. Questo verso tradotto alla lettera (verde, ti amo verde) non significa nulla. in effetti, il poeta invece vuole dire: “vederti, voglio vederti”. Verde è il colore che da sempre in Spagna ha indicato la condizione omosessuale.
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