Un ricordo di Paolo Nifosì
di Paolo Nifosì
Scicli – E’ venuto a mancare domenica 3 luglio a Milano il pittore Ugo Caruso, personalità significativa della seconda metà del Novecento per la nostra comunità, per la città, per il Movimento “Vitaliano Brancati”, per il Gruppo di Scicli di cui ha fatto parte in alcuni momenti.
Lo conobbi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta ed il nostro fu un rapporto schietto e franco con convergenze culturali, ma anche con diversità di opinioni su temi estetici. Partecipò attivamente al costituirsi del Movimento “Vitaliano Brancati” in una serie di dibattiti nei locali dell’ex mercato che ci aveva messo a disposizione il P.C.I.. Nel prosieguo partecipò ad alcune mostre del Gruppo di Scicli ( la mostra itinerante in diverse città della Sicilia dal titolo “Opere insieme” del 1989, la mostra del Premio Campigna di Santa Sofia di Romagna del 1991, la mostra presso la Galleria Marieschi di Monza del 1999, la mostra presso la Galleria comunale di Conegliano del 2001). Non l’ho conosciuto come l’hanno potuto conoscere suoi coetanei, ma penso che Ugo non abbia mai tagliato il cordone ombelicale con Scicli e col Pisciotto, il luogo della fornace Penna, e proprio a Pisciotto resta come monumento che è la quintessenza dell’antimonumentalità, la sua casa. Una scelta “estrema” la sua nel voler vivere una vita che coincidesse con la natura, a venti metri dal mare, tra le agavi e i cespugli spontanei della macchia mediterranea. In quella casa tutto è artigianale e preindustriale. Oltretutto per mezzo secolo ed oltre a Pisciotto non c’è stata la luce elettrica. Ugo ha fatto tutto senza alterare nulla, una casa totalmente mimetizzata, ma soprattutto una vita spartana la sua in quel luogo, come proposta di vita alternativa alla “civiltà delle macchine”, in questo antesignano di una cultura che oggi si direbbe ecologista.
Ciò non contrastava con alcune traiettorie della cultura europea, tutt’altro. Dal Morris ed Arts and Crafts trae la lezione della nobiltà dell’artigianato, della manualità come resistenza all’artificio tecnologico sempre più invadente nel Novecento; da Cezanne trae la grande lezione del rigore del costruire con la pittura, mattone sopra mattone; dai Costruttivisti russi il progettare come utopia di una società socialista. Queste idee le ritrovava già realizzate nella “conca” di Scicli e nella fornace Penna, emblemi, simboli della civiltà della pietra, di Chiafura come luogo primordiale della vita “naturale”, delle case arroccate lungo i pendii di San Matteo, il tutto vissuto come paradiso perduto, profanato, volgarizzato negli ultimi cinquant’anni. Nascono da questi assunti le sue opere-progetto ( lui che aveva frequentato Architettura a Roma) con l’obiettivo di riprogettare quegli spazi, di intervenire sulla base di schemi essenziali, sullo spazio urbano di Scicli, sullo spazio di Pisciotto, sulla campagna iblea resa geometrica dai muri a secco. Nel momento in cui si parla di eco sostenibilità Ugo si può considerare tra i più radicali protagonisti con una determinazione portata alle estreme conseguenze, esempio vivente dell’alternativa. La sua non è stata una scelta forzata, ma oserei dire una scelta monacale. Le sue non erano privazioni, ma momenti di libertà. Il termometro della cultura formale contemporanea l’aveva vivendo a Milano. In quella città aveva partecipato attivamente al dibattito negli anni Cinquanta e negli anni Sessanta. Nel 1958 espone alla galleria Delle Ore con Vaglieri, Ferroni, Aricò, Banchieri. La cultura del progetto in quella città c’è stata da tempo, ma da artista e da uomo “impegnato”, superata la fase realista ed espressionista traduce le sue idee in opere che si esprimono di già nella tela non trattata, come superficie dove intervenire, dove operare con legni di balsa, o di betulla , con immediate pennellate a suggerire spazi, lontananze, orizzonti. Cultura della pietra e civiltà contadina diventano opere in progetti di cisterne, di fornacelle, recinti di muri a secco, riproposizioni della fonace di Pisciotto, interpretazioni delle rupi di Scicli. Ugo ha sognato una Chiafura ripopolata, un san Matteo rimesso al centro della città storica, ed in parte questo sta avvenendo, ma forse non secondo le sue intenzioni. Alla vita del “Brancati” a partire dai primi del nuovo secolo partecipò mantenendo la sua distanza. Ha vissuto due vite parallele: quella della metropoli lombarda e quella di Pisciotto, due vite che difficilmente possono essere vissute con la stessa tensione. Per lui Pisciotto non fu luogo di vacanza, ma luogo di una vita privilegiata.
Nel 1992 il Movimento Vitaliano Brancati, di concerto con la Provincia di Ragusa, e col sostegno dell’assessore del tempo Adolfo Padua organizzò una sua personale a Palazzo Mormino di Donnalucata. Furono esposte 50 opere, che attraversavano tutta la sua esperienza artistica. Quella mostra Ugo la dedicò a suo padre, “ a Pietro Caruso valente muratore”. In quegli anni aveva in mente di realizzare un progetto per la riqualificazione di Chiafura. Non se ne fece niente, ma quel progetto lo accarezzò per molti anni. Dalla sua ha avuto autorevoli critici dalla Bossaglia alla Dalai Emiliani, da Fagone a Di Genova, da De Micheli a Giuffrè a Passoni, ma per temperamento e carattere è rimasto appartato e in certo qual modo segreto, vivendo e sognando insieme, cosa che in fondo tentiamo tutti, spesso senza riuscirci. Gli amici del Brancati e del Gruppo di Scicli lo ricordano con affetto e con grande rispetto.
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