Giudiziaria
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18/06/2026 15:03

Incidenti lavoro: Morì in una cava, condannata titolare ditta di Acate

la tragica morte di Giuseppe Città nel 2017.

di Redazione

Acate – È stata condannata in primo grado di giudizio a 3 anni di reclusione per omicidio colposo e inosservanza delle norme di sicurezza per la morte di Giuseppe Città, deceduto a 47 anni a seguito di un incidente sul lavoro
il 4 luglio del 2017 ad Acate. Si chiude una prima fase processuale che vedeva imputata davanti al Tribunale monocratico di Ragusa Claudia Sonia Xerra, legale rappresentante della ditta “Treelle” di Piano Colla, ad Acate. Le indagini che vennero effettuate dai carabinieri e dal personale dello Spresal con il coordinamento del sostituto procuratore Gaetano Scollo avevano accertato che Giuseppe Città precipitò da un’altezza di sei metri mentre stava cercando di manutenere un nastro trasportatore di una cava di sabbia dismessa, assieme a un operaio della ditta, già condannato in primo grado con rito abbreviato e in secondo grado di giudizio (2 anni e 2 mesi ridotti a 1 anno e 4 mesi, pena sospesa).
Quest’ultimo avrebbe azionato un mezzo meccanico e sollevato Città trasportandolo all’interno della benna per portarlo all’altezza della manutenzione da effettuare. Qualcosa non andò per il verso giusto e Città precipitò riportando ferite gravissime che ne causarono la morte. Il pubblico ministero Concetta Vindigni aveva chiesto la condanna della donna a 2
anni, condanna richiesta anche dalle parti civili. La difesa della donna,  nel rispetto del dolore per i congiunti e per la tragedia avvenuta, aveva fatto emergere una ricostruzione diversa.
Sarebbe stato lo stesso Città a decidere di arrampicarsi sul nastro trasportatore non raggiungibile, in base alle consulenze
fornite, solamente con il sollevamento con la benna; il comportamento imprevedibile di Città avrebbe interrotto, secondo il difensore il nesso di responsabilità dell’imputata per la quale ha chiesto l’assoluzione per non avere commesso il
fatto, e in subordine attenuanti generiche equivalenti alla aggravante contestata e la concessione dei benefici di legge. Il giudice Gemma Occhipinti, al termine della camera di consiglio, ha condannato la donna a 3 anni di reclusione in primo grado rimandando in sede civile il risarcimento per in parenti dell’uomo che si sono costituiti parte civile. È stato già
preannunciato ricorso in appello.