L’uso dell’AI è già evidente nelle scuole europee.
di Redazione
L’intelligenza artificiale è entrata nelle scuole italiane più velocemente di quanto molti istituti siano riusciti a definire regole precise sul suo utilizzo. Nel 2025, il 47,2% degli italiani tra i 16 e i 24 anni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa, secondo Eurostat. Nell’Unione Europea, la percentuale ha raggiunto il 63,8% tra le persone della stessa fascia d’età. Quasi la metà dei giovani italiani aveva quindi già utilizzato strumenti di AI generativa durante il periodo analizzato.
Per le famiglie di Ragusa e del resto della Sicilia, il tema è ormai concreto. Eurostat ha rilevato che il 39,3% degli europei tra i 16 e i 24 anni utilizza l’intelligenza artificiale generativa per l’istruzione formale. Gli studenti usano oggi i chatbot per spiegare argomenti complessi, riassumere materiali, trovare idee per una ricerca e rivedere le bozze. Anche gli insegnanti stanno sperimentando questi strumenti per preparare lezioni, esercizi, verifiche e attività amministrative.
L’Italia sta passando dalla fase sperimentale alla definizione di regole nazionali per le scuole. Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato nell’agosto 2025 le linee guida nazionali sull’uso dell’intelligenza artificiale negli istituti scolastici. Nel marzo 2026, il Ministero ha inoltre annunciato un piano di formazione da 100 milioni di euro dedicato all’intelligenza artificiale.
L’uso dell’AI è già evidente nelle scuole europee
Un sondaggio pubblicato nell’aprile 2026 dalla European School Education Platform offre un’altra fotografia della situazione. Tra le persone intervistate, il 45% riteneva che gli studenti della propria scuola utilizzassero l’intelligenza artificiale “molto”. Circa il 73% dichiarava di utilizzare l’AI almeno in parte per la pianificazione delle lezioni e la preparazione dei materiali didattici.
Un altro 67% affermava di utilizzare questi strumenti per preparare test, attività o materiali di valutazione.
Questi dati spiegano perché un semplice divieto potrebbe risolvere poco. Gli studenti possono accedere a questi strumenti attraverso telefoni e computer personali anche fuori dall’orario scolastico. Gli insegnanti hanno quindi bisogno di regole pratiche che chiariscano quali usi aiutano lo studio e quali superano i limiti dell’integrità scolastica.
I compiti scritti sono al centro di questa discussione. Uno studente può ottenere la struttura di un tema in pochi secondi. Un altro può chiedere una spiegazione più semplice di Dante prima di leggere il testo assegnato. Chi studia inglese può invece utilizzare l’AI per ricevere suggerimenti grammaticali dopo aver scritto una prima bozza in autonomia.
Nessuno di questi esempi dimostra automaticamente una scorrettezza scolastica. Il problema nasce quando il lavoro consegnato non rappresenta più la reale comprensione dello studente. In questi casi, gli insegnanti hanno bisogno di elementi che mostrino come il ragazzo abbia svolto la ricerca, preparato la bozza, verificato le fonti e revisionato il testo.
L’OCSE avverte: risultati migliori non significano sempre migliore apprendimento
L’OCSE ha affrontato questo tema nel rapporto Digital Education Outlook 2026. La ricerca indica che l’intelligenza artificiale generativa può aiutare l’apprendimento quando gli insegnanti stabiliscono principi chiari per il suo utilizzo. Il rapporto avverte però che una prestazione può migliorare senza produrre un vero progresso nell’apprendimento.
I dati OCSE mostrano inoltre che il 72% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado ritiene che l’intelligenza artificiale possa danneggiare l’integrità accademica.
Questa distinzione può aiutare le scuole italiane a progettare meglio i compiti. Gli insegnanti possono chiedere agli studenti di consegnare gli appunti della ricerca insieme al testo finale. Possono richiedere una scaletta iniziale prima della versione completa. Un breve confronto orale può inoltre verificare se lo studente comprende davvero gli argomenti presentati nel proprio elaborato.
Anche la cronologia delle revisioni può mostrare come il testo è stato sviluppato nel tempo.
Regole chiare sono altrettanto importanti prima dell’inizio del lavoro. Un insegnante potrebbe consentire l’AI per trovare idee, ma vietare paragrafi generati interamente dal chatbot. Un altro potrebbe permettere il supporto grammaticale soltanto dopo la prima stesura.
In questo modo, gli studenti conoscono i limiti prima che nascano contestazioni.
I rilevatori di AI offrono indizi, non prove definitive
Anche i software di rilevamento stanno entrando nel dibattito sui compiti scolastici. Un insegnante preoccupato per un testo sospetto potrebbe cercare online un AI checker free. Questi strumenti possono fornire un’indicazione iniziale durante la revisione di un elaborato. Tuttavia, il risultato di un rilevatore non dovrebbe mai diventare automaticamente una prova di comportamento scorretto.
Anche Turnitin riconosce che nei sistemi di rilevamento dell’AI possono verificarsi falsi positivi. Nelle sue attuali indicazioni, non mostra percentuali precise per i risultati compresi tra l’1% e il 19%, poiché in questa fascia l’affidabilità risulta più bassa.
Ricerche recenti mostrano inoltre difficoltà quando questi sistemi analizzano testi che contengono sia parti scritte da persone sia contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Gli studenti possono comunque adottare alcuni accorgimenti per documentare il proprio lavoro:
- conservare la scaletta iniziale;
- salvare le fonti utilizzate;
- mantenere le prime versioni del testo;
- conservare la cronologia delle modifiche;
- spiegare come è stato sviluppato l’elaborato.
Uno studente potrebbe anche provare un AI checker free prima della consegna come semplice riferimento aggiuntivo. Nessuna percentuale può però stabilire da sola chi abbia scritto un testo o come sia stato realizzato.
La privacy rappresenta un altro problema per le scuole italiane
La protezione dei dati degli studenti ha già attirato l’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali. Nel giugno 2026, l’Autorità ha chiesto informazioni su un progetto educativo basato sull’intelligenza artificiale che coinvolgeva quasi 29.000 studenti.
Lo stesso progetto interessava anche oltre 1.600 insegnanti delle istituzioni salesiane partecipanti.
Il Garante ha chiesto chiarimenti sul trattamento dei dati degli studenti, sui fornitori delle tecnologie utilizzate e sulle valutazioni di impatto relative alla privacy. L’intervento dimostra perché le scuole abbiano bisogno di regole che vadano oltre il tema dei compiti o della copiatura.
Uno studente potrebbe inserire in un chatbot informazioni personali senza comprendere come quei dati verranno gestiti. Potrebbe anche caricare elaborati non pubblicati, nomi di compagni o commenti degli insegnanti.
Le famiglie possono fare domande molto semplici prima che i ragazzi utilizzino strumenti approvati dalla scuola:
- Quali dati raccoglie la piattaforma?
- I materiali caricati vengono conservati?
- Chi può accedere ai documenti inviati?
- Per quanto tempo rimangono disponibili?
- La scuola ha valutato i rischi per la privacy?
L’UNESCO: l’AI deve affiancare insegnanti e studenti
Il dibattito non riguarda soltanto l’Italia. Secondo l’UNESCO, più di due terzi degli studenti delle scuole secondarie nei Paesi ad alto reddito utilizzano già l’intelligenza artificiale generativa per le attività scolastiche.
L’organizzazione ha chiesto più formazione e indicazioni etiche più chiare man mano che l’adozione di questi strumenti cresce.
Nel gennaio 2025, la direttrice generale dell’UNESCO Audrey Azoulay ha riassunto il principio centrale spiegando che la tecnologia deve “completare la dimensione umana e sociale dell’apprendimento, invece di sostituirla”.
Per gli studenti, questo principio può trasformarsi in abitudini molto concrete. Usare l’AI per creare domande di esercitazione può aiutare durante il ripasso. Chiedere una spiegazione più semplice può essere utile quando il linguaggio del libro risulta difficile. Consegnare invece un tema completamente generato senza comprenderne l’argomento rappresenta una situazione molto diversa.
Anche gli insegnanti hanno bisogno di tempo e formazione per riconoscere queste differenze. Capire come rispondono i chatbot può aiutare a progettare compiti che mettano alla prova la comprensione reale.
La discussione in classe può quindi concentrarsi sul ragionamento, sulle fonti e sulla capacità dello studente di spiegare ciò che ha scritto.
Cosa cambia adesso per le scuole italiane
L’intelligenza artificiale difficilmente scomparirà dalle abitudini di studio degli studenti. L’Italia ha già introdotto linee guida nazionali e annunciato importanti investimenti nella formazione degli insegnanti. I dati europei mostrano inoltre che i giovani utilizzano questi strumenti molto più degli adulti.
La prossima sfida riguarda il modo in cui le scuole possono proteggere l’apprendimento autentico senza rinunciare a tecnologie utili.
Gli studenti devono ancora saper verificare le fonti. Devono saper difendere un’idea e spiegare le proprie conclusioni. Gli insegnanti hanno invece bisogno di regole che distinguano un supporto utile da un lavoro svolto interamente dal software.
Anche i genitori possono aiutare senza diventare esperti di intelligenza artificiale. Possono chiedere ai figli come il chatbot abbia contribuito al compito. Possono anche domandare quali parti siano state elaborate senza alcun aiuto.
Per le scuole italiane, la discussione sta quindi andando oltre la semplice scelta tra consentire o vietare l’AI. La domanda più utile è un’altra: che cosa riesce ancora a spiegare uno studente dopo aver chiuso il chatbot?
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