di Redazione
Intervistiamo l’autore di “Pietre”, il romanzo in versi ambientato a Scicli, edito da Edizionidilatta e presentato al Salone del Libro di Torino in questi giorni.
Bocciarelli è scrittore e astronomo non particante, come lui stesso ama precisare.
“Perchè ho ambientato un romanzo a Scicli, mi domanda.
Non è esatto.
Non ho “ambientato” il romanzo a Scicli ma è Scicli stesso protagonista del romanzo.
Infatti le sue strade, le sue chiese, i suoi mostri del barocco, le sue “pietre”, la sua gente, le sue tradizioni e le sue feste, la sua storia sono i personaggi animati di un viaggio evocativo che è pretesto per una riflessione sulla condizione di una generazione di perdenti. Una generazione sconfitta.
Una generazione che voleva e aveva creduto di poter ribaltare il mondo. Rivoltarlo come un calzino. E invece si è ritrovata con la sola possibilità di una corda e un albero di albicocco, ovviamente in fiore. Infatti è proprio la figura di Alexander Langer, anzi la sua morte l’ispirattrice simbolica del romanzo.
Ma rimane ancora non soddisfatta la domanda: perchè Scicli?
Scicli è indiscutibilmente un luogo dell’anima. Diversa dalle altre città del barocco.
“Loro…gentili, per bene.
Dottori!
Con i vestiti per le grandi occasioni.
Con le loro buone maniere.
Con le loro dotte argomentazioni.
Lui no.
Si vede che ha un’altra madre.
Si vede che è stato figliato dal monte con parto innaturale.
In mezzo ad urla e dolore.
Con i caratteri duri dell’ignoranza.
Le scarpe grosse del contadino.
E’ un figlio mostruoso di madre pietra e padre fuoco.
E’ uscito gobbo, sciancato e con il viso forato.
Ha i calli sulle mani di chi il rispetto se l’è guadagnato.
Di chi ha lavorato.”
E questi caratteri fanno di Scicli un luogo dell’anima, appunto.
Carne, sangue, nervi. Sigillo di autenticità. Ma non basta.
Se fosse solo così sarebbe operazione di sterile intellettualismo estetizzante che negherebbe il carattere stesso della città.
No. È il sangue che ha chiamato, la comunione di intimi umori, la memoria risorta di un vecchio nella mente di una fanciulla.
Insomma sono le radici che hanno fatto l’appello. Scicli/Sicilia, la capitale del mondo!
Diceva quell’uomo da cui tutto è partito. E Scicli l’avevo figliato. Ma poi se n’era ndato. E una lettera riporta alla storia di una famiglia. Ricompone un’identificazione. Riconcilia un processo spezzato di riconoscimento. Nifosì, si chiamavano e si chiamano. Magari senza l’accento sulla “i” finale perchè al Nord tutto si modernizza, tutto diventa immagine, tutto deve seguire le leggi ferree del marketing. Insomma tutto diventa una galera. Anche il nome che si porta.
Ma c’è chi non ci sta e si ribella. E vuole ricordare. Allora si fa raccontare la Storia dalle “Pietre” di quel buco sull’altipiano. Dalle teste di moro di palazzo Beneventano. Dalla Madonna delle Milizie che, all’uopo, fa la cameriera. E’ la carne, il sangue che ha fatto di Scicli il protagonista del romanzo. Non se ne poteva fare a meno. Semplicemente.
L’incontro con Scicli…….
“Alla fine del viaggio, Ione è tornata.
All’interno di un tempo che corre a ritroso.
Che corre…contro/corrente.
Che si trastulla con
Che balza in avanti e all’indietro come fosse impazzito.
Che lancia acuti che squarciano il piano levigato del diritto presente.
Che gioca con il calendario come il gatto col topo.
…Tornata in questo luogo dove non era
Che non aveva
Luogo ereditato, acquisito, conosciuto per proprietà transitiva.
Per parola sacra tramandata.
Per comunione di pelle e budella.
Per scambio d’intimi umori.
Per carne impastata da una mano d’amore.
Lo vede, laggiù, nella graticola del Sole che cuoce.
Lo vede piegarsi tra
Nelle sue radici tortuose.
Infiltrarsi, osare, inoltrarsi in anfratti pericolosi.
Adattarsi.
Distendersi a riempire il riempibile.
Allungarsi.
Sopra di lui, l’arso alti/piano che nasconde, incosciente,
Arido quaderno a quadretti fatto di trame ordinate di muretti a secco.
Primordiali recinti per vacche affamate.
Al pascolo.
Deserto, vuoto.
Che non mente.
Che non promette niente di più dei sassi di cui è popolato.
Nemmeno
Solo foglie bruciate appese ai rami di alberi stecchiti.
Imprigionati, legati a quel posto da radici sofisticate.
E invece…
Nella fessura nascosta, nel buco del piano, nel tempo fermato…una visione.
Un’esplosione!
Di fuoco e di carne.
Dura, cattiva.
Decisa.
Un’eruttare d’arte e carattere.
Una fioritura di giallo plasmato dal tempo.
In una tela d’artista che non ammette omissioni.
Prodotto di una grande scuola in incognito.
Roba per uomini veri mica per femminucce lagnose!
Occorre trovare coraggio per scendere nelle viscere barocche di quest’alti/piano.
Occorre oltrepassare il terrore.
Occorre radunare le forze.
Occorre del fegato.
E’ Scicli.
Paese d’autore.”
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