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30/01/2008 00:11

Intrecci tra boss e politici

di Redazione

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono fortissime nelle regioni del Mezzogiorno. È quanto emerge dalla relazione annuale presentata dalla Direzione nazionale antimafia guidata da Piero Grasso. Secondo la Dna, le maggiori inchieste giudiziarie avviate dalle procure Distrettuali antimafia riguardano collusioni fra boss e politici, ma soprattutto fra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.

 

Procedimenti penali che puntano a far luce su questo intreccio sono stati avviati dai magistrati dei distretti di Napoli, Messina, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari.”Una parte rilevante dell’azione di contrasto – si legge nella relazione – risulta essere stata svolta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo che, per numero e qualità delle investigazioni, ha assunto sicuramente una posizione di preminenza nella repressione delle condotte di contiguità politico-mafiosa”.

 

I politici di diverse regioni meridionali avrebbero pagato somme di denaro ai boss delle organizzazioni criminali per ottenere voti nelle ultime consultazioni elettorali. I magistrati hanno analizzato anche lo scambio elettorale politico-mafioso che ci sarebbe stato in diverse città del Sud. Agli indagati viene contestato l’articolo 416 ter del codice penale, “che inopinatamente esige la corresponsione sinallagmatica di una erogazione di denaro per la promessa di voti elettorali proveniente da un’associazione mafiosa”.

 

Nella relazione viene evidenziato “il soddisfacente numero di procedimenti d’indagine che puntano a contrastare uno dei settori di maggiore pericolosità dell’infiltrazione mafiosa”. Nella fase delle indagini preliminari, nel periodo che prende in esame la relazione della procura nazionale, emerge che il maggior numero di procedimenti aperti sono a Napoli (8), segue Catanzaro (7), poi Palermo (2) e con un procedimento ciascuno Catania, Reggio Calabria, Bari e Lecce.

 

Il documento affronta anche la questione rifiuti. “L’emergenza rifiuti è stata elevata a sistema, grazie ad una perversa strategia politico-economico-criminale che ha fatto sì che la necessita” di affrontare il contingente col metodo dell’urgenza rispondesse agli interessi di centri di potere politico, economico e criminale (leggasi camorra)”. Scrivono ancora nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia. Secondo i magistrati “ne è venuta fuori, conseguentemente, secondo l’ordine naturale delle cose, una sorta di specializzazione della criminalità organizzata campana”. Per la Dna “oggi può in generale affermarsi che l’Ecomafia veste i panni della camorra”.

 

In virtù di questo business, l’analisi dei magistrati della Dna rileva che “mentre nei tempi passati una buona fetta dell’economia napoletana si basava sul contrabbando, il cui indotto garantiva la sopravvivenza di larghi strati della popolazione, nel presente è l’emergenza rifiuti che svolge lo stesso ruolo. Il che spiega come spesso essa venga creata e mantenuta ad arte con la camorra sempre di sottofondo”.

“Non è possibile prevedere con ragionevole certezza quali saranno, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, le strategie di Cosa nostra; in particolare, non è possibile prevedere se continuerà la strategia (finora perseguita) di sommersione”. È l’analisi della Direzione nazionale antimafia, nel suo rapporto annuale, in cui delinea i prossimi scenari di Cosa nostra a Palermo. La Dna non esclude il pericolo di un ritorno alle armi delle cosche.

Per i magistrati l’arresto di Provenzano e la cattura dei suoi colonnelli, ha portato a squilibri interni all’organizzazione, tanto da provocare “un improvviso deterioramento dei precari equilibri interni in tutto o in parte del territorio interprovinciale, sia a causa di iniziative concertate di settori determinati dell’organizzazione mafiosa, sia per iniziativa di gruppi emergenti determinati a sottrarsi a logiche complessive e a ridisegnare nuove geografie interne del potere”.

La Direzione nazionale antimafia, analizzando la prospettiva di Cosa nostra a Palermo, ricorda “la specificità della situazione del distretto palermitano”, e non esclude un ritorno dei boss alle armi. I magistrati sottolineano che nel territorio di Palermo e
provincia gli anni scorsi sono stati scanditi da una serie impressionante di omicidi, stragi e attentati, tutti riferibili a Cosa nostra e che hanno colpito un numero impressionante di uomini delle istituzioni (esponenti politici, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, pubblici funzionari), di sacerdoti, di giornalisti, di imprenditori. “Uomini – si legge nella relazione della Dna – che si opponevano ad una organizzazione mafiosa che aveva raggiunto una forza ed un’arroganza tali da potere concepire una simile carneficina”.

“Oggi – afferma la Dna – non può essere sottovalutato il pericolo concreto ed attuale di azioni volte a colpire quegli esponenti dello Stato che a causa dell’adempimento dei propri doveri istituzionali vengono individuati come punti di resistenza e di dissenso da abbattere, perchè giungano in porto disegni complessivi dell’organizzazione che richiedono invece un clima di acquiescenza, di arretramento rispetto alle motivazioni anche etiche, che spingono ad una ferma, istituzionale opposizione al fenomeno mafioso”.