Istinti primordiali alla ribalta
di Saro Distefano


Ragusa – Appare ormai improcrastinabile uno studio – serio, affidato ad esperti di sociologia e di etno-antropologia – per capire cosa accade nell’animo umano, in tutti gli animi umani, al momento del buffet.
Avete letto bene: il buffet. Sapete tutti di cosa si tratta: uno o più tavoli sui quali si apparecchia e si mette a disposizione da mangiare, normalmente in occasione di una festa, di compleanno, di matrimonio, di ricorrenze varie. Dolce e salato, più o meno vario nell’offerta, più o meno ricercato l’addobbo (candele e piante per i raffinati, tovaglioli di carta gialla e cocacola per i viddani), più o meno ben distribuito e comunque sempre abbondante (una regola non scritta impone che una cena per quaranta persone significa quaranta primi, quaranta secondi, quaranta dolci, mentre un buffet per le stesse quaranta persone significa preparare da mangiare per sessanta). Cosa accade, quindi, al momento del buffet? Lo sappiamo tutti: un assalto. Si torna in un solo attimo alle nostre ataviche origini. In quei momenti non siamo forse neppure homo sapiens, forse neppure homo. Ci catapultiamo, terrorizzati dall’idea che quel ben di dio possa finire prima che noi si riesca a superare la barriera formata dagli altri commensali. Da lontano vedo le facce dei camerieri, sudati anche in pieno inverno, e comprendiamo, più che altro percepiamo che il cibo stia finendo, e la nostra ansia aumenta. Chi mi precede riesce a stento a liberarsi dalla morsa degli altri amici, a fatica riconquista lo spazio libero stando attenti a non far cadere il piatto con l’involtino di pescespada, la verdura in pastella, i gamberi fritti, il sedano con crema di mascarpone, il panbriosche, le trofie alle zucchine, i cavati ai carciofi (non è un elenco frutto della mia fantasia, ma l’esatto elenco, al limite errato per difetto, di quanto ho visto sul piatto di alcuni convenuti ad un buffet molto recente al quale ho preso parte). Quando finalmente conquisto il tavolo imbandito il cameriere non mi rivolge nemmeno uno sguardo, stanco e stressato com’è, dopo soli cinque o sei minuti di combattimento con lupi siberiani in giacca e cravatta. Aumenta la tensione. Mi servo da me ma a quel punto il cameriere che non mi aveva degnato di attenzione mi fulmina con lo sguardo intimandomi “signore la serviamo noi, che altrimenti facciamo confusione” (bastardo, penso io con tutto l’odio possibile, a quello davanti a me hai consegnato l’intero vassoio di spiedini frutta e carne e a me rompi le palle perché mi prendo piatto e forchetta!).
Sotto lo sguardo acido (tanto l’acido ti prenderà fra mezz’ora con tutto quello che hai mangiato, brutta scorfana!) della signora che fino a prima del buffet era elegante e fine, raffinata conversatrice, riesco a farmi dare dal nemico cameriere (tipico proletario che in me vede un appartenente alla stessa classe sociale e perciò mi detesta, dovendo mostrarsi servizievole e collaborativo coll’avvocato e il primario) i resti dei vassoi. Torno al tavolo e vedo quelli che hanno già finito gli antipasti e i primi correre verso un altro tavolo, dove altri camerieri, ancora più sadici, hanno nel frattempo messo a disposizione i dolci. Ingoio il salato per avere almeno una possibilità di arrivare alle crepes di nutella e alle bombe al cioccolato, dovendo perdere ogni speranza di assaggiare le piccole tortine di crema alla cannella e spuma di pistacchio, troppo buone per farci arrivare un minchione come me. Arrivato vicino, ma non ancora a contatto, con la più ovvia millefoglie vengo travolto da una grassa signora cinquantenne (ma se prima del buffet era stata una sorta di madonna piena di oro e brillanti!) che grida, letteralmente grida al marito un “Turi, u viri cca ti stanu futtiennu i cannola ri facci e facci!”
Il terrore mi assale. Rischio di rimanere senza dolci. E siccome il cameriere nemico ha finito al tavolo del salato e si avvicina a quello dei dolci, lo prevengo sussurrandogli, implorandolo quasi, di darmi un piatto, con forchetta e “qualcosa”, dico proprio così, “qualcosa”, per non urtare la sua sensibilità. Ed è allora che il nemico mi richiama, a voce altissima, sopra il baccano generale, con un “mettiti in fila”, dandomi del tu e trattandomi da ragazzino imbecille. Non riesco più a pensare, nemmeno a reagire. Mi metto in fila, ma quando vedo che lo stesso cameriere serve un enorme piatto di ravioloni fritti a un tipo tutto gel che aveva semplicemente preso il mio posto nella mai veramente organizzata fila, non ci vedo più. Confidando nel fedele riopan che mi aspetta nella tasca del giubbotto, mi lancio, e afferro di tutto, travolgendo uomini e donne, bambini e financo la festeggiata padrona di casa. Me ne fotto: avete voluto la guerra, e allora che sia guerra, ma guerra per tutti!
E pensare che da questa tremenda parola francese deriva anche la nostra tenera e confidenziale “buffetta”, il tavolino traballante sul quale i nonni si nutrivano con un pane fatto il sabato, tre olive e venti grammi di caciocavallo.
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