Cultura
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25/01/2009 15:05

La chiese rupestri a Scicli

Lo Spirito Santo e San Pietro

di Giuseppe Savà

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La chiesa di San Pietro a Scicli
La chiesa di San Pietro a Scicli

Scicli mantiene ancora gran parte della sua fisionomia di città rupestre: le evidenze tuttora permangono soprattutto lungo i ripidi versanti settentrionale e meridionale del colle di San Matteo perché, a partire dalla seconda metà del XIV secolo e fino a tutto il XVI, la città subì un graduale spostamento verso il fondovalle e sui versanti degli altri colli adiacenti a causa dell’incremento demografico e della penuria d’acqua; poi, a seguito del terremoto del 1693, si verifica il progressivo abbandono delle parti più alte delle pendici.

A condurre uno studio analitico e di grande valore scientifico in questi anni sono stati due studiosi, Vittorio Giovanni Rizzone e Giuseppe Terranova, il primo di Ragusa, l’altro di Scicli.

Tra le più interessanti testimonianze monumentali di natura rupestre, come spiegano i due studiosi, sono indubbiamente degne di nota e restano tuttora pienamente leggibili nella loro articolazione originaria le quattro chiese già note di Santa Lucia, della Madonna di Piedigrotta, del Monte Calvario, della Madonna della Catena o della Scalilla; a queste, però, se ne possono aggiungere almeno altre tre delle quali dà notizia Antonio Carioti in uno scritto, copiato da L. Cardaci nel 1898, ma composto fra il 1730 ed il 1760 e recentemente pubblicato: oltre agli ambienti rupestri a destinazione sacra, con le pareti decorate da affreschi, segnalati presso il secondo cortile del convento di Santa Maria della Croce, si registrano le chiese rupestri di Santa Maria di Loreto, ubicata in via Loreto 26, di fronte al vico Scrofani, anteriore al XVI secolo, ma purtroppo non più leggibile nel suo originario sviluppo planimetrico, e, soprattutto, quelle dedicate allo Spirito Santo e a San Pietro (nella foto di copertina).

                                                                              

 

 

 

La chiesa dello Spirito Santo

 

La chiesa rupestre dello Spirito Santo, ubicata nella parte alta del Colle di San Matteo, sul versante della Cava di Santa Maria la Nova, presso il Castello dei Tre Cantoni, in un’area in cui vi sono numerosi ipogei dalla fronte generalmente crollata, in alcuni dei quali è possibile riconoscere ancora l’originaria destinazione funeraria in epoca tardoantica.

La prima menzione di questa chiesa si deve al Carioti il quale ricorda che “…per essere antichissima lo fu in una grotta presso a cui si comunicò l’erezione di un tempietto doppo il 1710, di già ne resta terminata”, e quindi il Pacetto segnala che: “Sottostante all’attuale rovinata Chiesa dello Spirito Santo vi è una specie di Catacomba incavata nel vivo sasso, ove tuttora si osservano avanzi di antichissime pitture rappresentanti colossali figure, che non possono più distinguersi perché sbiadite dall’umido, ed in parte screpolate da mano villana…”. In effetti la cripta è ubicata al di sotto della chiesa settecentesca, con la quale comunicava per mezzo di un passaggio gradinato scavato nella roccia fra l’abside e la parete di fondo della chiesa in muratura, dove si apre a destra dell’altare. Questo passaggio è stato successivamente obliterato da un tampogno in muratura.

La planimetria della chiesa, come spiegano Rizzone e Terranova, si presenta molto semplice, nonostante il rovinoso crollo del costone roccioso in cui è scavata e che ha interessato la parte settentrionale della cripta comporti necessariamente una lettura parziale dell’articolazione originaria. Una parete in muratura, prolungata durante l’ultima fase di frequentazione della grotta, chiude la parte franata. Nell’unica parte non crollata si conserva lo stipite occidentale di un ingresso dal lato Nord, presso il quale è scavata una piccola nicchia.

Presso l’abside si conservano ancora tracce di decorazione pittorica, anche se le tracce più cospicue rimangono nella parete in corrispondenza del subsellium. Qui si distinguono quattro strati di affreschi: lo strato più recente di cui restano frammenti presenta la Madonna con il capo inclinato verso sinistra –verosimilmente volta verso il Figlio di cui, però, non restano tracce– e coperto da un velo grigio; a destra, di minori dimensioni, è un’altra figura nella quale è probabilmente da riconoscersi il Beato Guglielmo canonizzato nel 1538.

Se nulla si può dire sulla cronologia degli affreschi più antichi, la semplicità dell’architettura, la mancanza di partizioni interne, di presbiterio e dell’orientamento canonico, l’ingresso da uno dei lati lunghi, la piccola abside alla quale doveva essere addossato l’altare murale, sono caratteristiche che si riscontrano nelle chiese rupestri dei secoli XIII e XIV. Confronti si possono istituire con le chiese rupestri di contrada Cansisini a Cava Lazzaro in territorio di Rosolini, cosiddette di Sant’Alessandra a Ufra presso Modica, di San Nicola a Cava Ispica ed anche nella chiesa di Santa Maria la Cava a Spaccaforno.

Pertanto, risale verosimilmente ad una data non lontana da quella dello scavo la prima menzione della chiesa, contenuta in una carta notarile del 25 ottobre XIV Ind. 1375: essa costituisce un punto di riferimento per il posizionamento di una grotta con la quale la chiesa confina e della quale il rogatore dell’atto vanta diritti censuali.

Si devono molto verosimilmente al gravissimo terremoto del 1693 il crollo del costone roccioso dove era scavata la chiesa rupestre, e quindi la decisione di ricostruirla in muratura in un luogo più sicuro. La nuova chiesa venne completata nel corso della prima metà del XVIII secolo: la data del 1747 incisa su un concio del prospetto indica il completamento dei lavori della facciata; una conferma giunge anche dal Carioti che nel suo scritto anteriore al 1760 la dice già ultimata. In seguito all’abbandono del sito ed al completo trasferimento del paese a valle dopo il terremoto, la chiesa ebbe vita breve, così come è avvenuto per quella di San Matteo: il Pacetto, come si è detto, ricorda che vi furono celebrate messe fino al 1820 circa e aggiunge che poi “per oscitanza dei Patroni si rovinò la volta di detta Chiesa; anche ne perdura l’intiero fabbricato ridotto a Casaleno, e l’adiacente piano fu dai patroni venduto al villico Pietro Blundetto, il quale avendolo sgombrato dagli avanzi e dalle basi delle antiche fabbriche ne utilizzò il terreno, ove piantò Alberelli e Viti, e che poi vendette al canonico D. Ignazio Lutri a cui oggi appartiene”.

                                                                              

 

 

La chiesa di San Pietro

 

La chiesa di San Pietro, ubicata al civico 16 della via omonima sulle basse pendici occidentali del colle di San Matteo, risulta orientata ad Ovest. L’edificio, ad unica navata e a tre campate, versa attualmente in uno stato di conservazione assai precario soprattutto all’esterno per la notevole erosione della facciata e lo spanciamento del corpo del piccolo campanile; della preesistente chiesa rupestre restano due ambienti poi inglobati all’interno dell’edificio successivo: uno, decisamente il più importante, mantiene lo stesso orientamento della chiesa.

Antonio Carioti, che costituisce la principale fonte documentaria, infatti, riferisce che “… è antichissima prima assai da che scese su’l piano la città. Era sino al secolo 600 in quella grotta che restò dietro l’altare maggiore, da che si ampliò. Ivi vi furono altri due altari, de’ quali ancora ne appariscono le vetuste sacre immagini colorite su le pareti della rocca, una de’ quali rappresenta Gesù Cristo alla colonna…”. In effetti, dietro l’altare maggiore è presente un ambiente ipogeico, unica persistenza del corpo centrale della originaria chiesa rupestre. Purtroppo anch’esso versa in un totale stato di abbandono dopo essere stato adottato come rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale; attualmente si presenta parzialmente ingombro di rifiuti così come l’intera navata della chiesa.  Nella parete di fondo della navata, simmetricamente disposte ai lati dell’altare maggiore si notano due strette aperture che conducono al nostro ambiente ricavato nella roccia; l’ingresso a sinistra dell’altare ha un piedritto che, all’interno, si appoggia direttamente alla parete rocciosa.

Date le notevoli dimensioni dei pochi elementi figurati riconoscibili e la ristrettezza del pannello è ammissibile la presenza di pochi personaggi, cosa davvero inusuale rispetto all’iconografia canonica di una rappresentazione eucaristica; dunque vi si potrebbe riconoscere o la raffigurazione dell’episodio veterotestamentario dell’offerta del pane e del vino da parte di Melchisedek ad Abramo, o l’episodio neotestamentario della cena di Emmaus, anche se manca la menzione del vino, o, infine, una versione “abbreviata” dell’Istituzione dell’Eucaristia.

La più antica documentazione relativa alla chiesa risale soltanto alla fine del XV secolo: il Carioti menziona un atto del 6 luglio XIV Ind. 1495 rogato presso il notaio Lorenzo Vaccaro con cui “Margherita Arizzi, moglie del nobile Pietro Iozzia, per testamento legò once due per la fondazione di un altro altare costruendo di Santo Antonio dentro la detta chiesa, e ne fu eletto Don Antonino Iozzia nel 1558, 16 gennaro, 2 indizione, ne apparisce in Cancelleria di Siracusa privileggio di esso”.

Del 13 marzo X Ind. 1642 è un atto con cui i giudici giurati dell’Università di Scicli, nominano tal Girolamo Ruffino (“Hieronymum de Ruffino”) quale procuratore della chiesa.

Non si hanno per il momento altre notizie riguardanti la chiesa, spiegano Rizzone e Terranova. Quella costruita in muratura, già profanata da mons. Marini ed aggregata alla Matrice, nella seconda metà del XIX secolo venne chiusa al culto.