"Solo il Santo Padre non volle mai lasciare il Vaticano"
di Un Uomo Libero
-Ricordo quel maggio del 1944, gli alleati erano già sbarcati in Sicilia e noi vivevamo ancora in una città occupata, con i tedeschi dappertutto, padroni incontrastati, arroganti. Roma era davvero una capitale allo sbando. Tutte le autorità si erano date alla macchia. Solo il Santo Padre non volle mai lasciare il Vaticano.- Raccontava lentamente don Bruno con parole misurate, sofferte, ricordi di un passato che, si capiva, aveva vissuto sulla propria pelle, in prima persona.
Fece una lunga pausa come fosse soprappensiero, sorseggiò una tazza di tè. Gli occhi bassi, di ragazzo timido, nonostante un corpo imponente e un’età venerabile, volevano nascondere una profonda emozione.
-Sai, -mi disse- è la prima volta che racconto questa storia, chissà perché non ho avuto mai il coraggio di volerla ricordare. Sarà perché quaggiù, in Sicilia, mi sento fisicamente così lontano da quei luoghi, sarà perché forse è passato tanto tempo e il tempo, si sa, attenua le emozioni, sbiadisce i volti, riduce i ricordi a pochi gesti essenziali.-
Io ero là, incuriosito, davanti al mio ospite ma anche affettuosamente partecipe di questo suo ricordo di cui non conoscevo né l’importanza né il senso.
Don Bruno era venuto in Sicilia in compagnia di altri sacerdoti nell’occasione di una missione evangelizzatrice popolare ed io mi ero offerto di ospitarlo.
Subito tra me e lui era nata una grande simpatia, una complicità affettuosa che mi spingeva a prodigarmi in mille attenzioni, perché lui potesse sentirsi molto a suo agio nella mia casa. Riprese fiato.
-Ogni mattina celebravo messa in un convento di suore vicino a casa mia, abitavo dalle parti di Ponte Vittorio. Dopo il servizio, facevo colazione con quello che le suore riuscivano a racimolare in una città occupata e affamata. Lento pede, poi, m’incamminavo verso San Pietro, dove rimanevo per il resto della mattinata ad amministrare il sacramento della Penitenza. Ero stato da poco nominato canonico capitolare della Basilica con l’ufficio di penitenziere. Ma la mia storia comincia prima di quel giorno di maggio…-
Don Bruno interruppe il suo racconto come a voler mettere ordine fra i suoi pensieri. Aspettai in silenzio.
-Sì, -riprese con ritrovato coraggio- sì, sono sicuro. Fu nel gennaio del 1944 che io notai, in basilica, fra i pellegrini di una visita guidata, un giovane robusto avvicinarsi al mio confessionale per chiedermi di confessarlo. Riuscii a guardarlo bene dalla tendina prima che s’inginocchiasse alla mia grata.
“Padre, ” mi disse lui subito in un italiano con un forte accento romanesco, “padre, non sono venuto per confessare il mio peccato, io sono un partigiano comunista e credo in Dio nella stessa misura in cui lei crede in Marx. Padre, io ho bisogno urgentemente di far arrivare un messaggio a una persona che lei conosce bene, che le è molto cara… lo farà? Di lei potevo fidarmi ciecamente, mi è stato detto, e così ho rischiato.”
Sentii il sangue allagarmi il cervello. Non so perché le mani tremavano. Con una calma che non pensavo di possedere, risposi nella piccola penombra del confessionale: “Se quello che mi dici ti potrà salvare o salverà qualcuno, puoi fidarti di me…” Mi sentii sollevato come dopo una lunga fatica e, con il dorso della mano, mi asciugai il sudore della fronte. Il mio penitente si tranquillizzò e mi affidò il messaggio da riferire. Gli chiesi come si chiamasse. Per un attimo esitò, poi, con sicurezza, mi rispose: “Guido, mi chiami Guido, è il mio nome di battaglia”. Non feci in tempo a rispondere e già si era confuso con la gente che affollava la basilica.-
Don Bruno si fermò, ebbe una pausa.
-Per chi era quel messaggio?- Gli chiesi incuriosito.
-Oh! Era per un priore, un amico mio carissimo. Lo conoscevo dai tempi del seminario. Non avrei mai sospettato in lui tanto coraggio! Aiutò molte persone. Come a volte gli uomini non sono quelli che sembrano! Dice il Profeta Isaia: “Non giudicare dalle apparenze né prendi decisioni per sentito dire”. Francamente in questo mio amico le apparenze avrebbero ingannato anche lo Spirito Santo. Lo consideravo un contemplativo, un mistico, ricco di vita interiore. Mai avrei creduto che, nella realtà, avesse potuto rivelare una natura così dinamica, operosa, concreta. In seminario, ricordo, lo prendevano in giro perché impacciato, timoroso anche delle ombre. Spesso c’illudiamo di conoscere gli uomini ma c’inganniamo soprattutto quando pensiamo di conoscerli appieno. –
Don Bruno aveva tolto gli occhiali mentre mi parlava del suo amico e puliva i vetri con i lembi del fazzoletto. Li rimise.
-Lei, dopo, che cosa fece?- Lo incalzai.
-Oh! Finii di confessare in San Pietro e subito cercai di recapitare il messaggio ricevuto. Attraversai l’enorme piazza, lasciandomi alle spalle la basilica. Guardavo con sfida negli occhi i soldati tedeschi che controllavano il mio lasciapassare ai posti di blocco. Di colpo mi sentivo utile, importante, capisci? Il convento non era lontano. Il mio amico mi aspettava. Mi accolse con un sorriso bonario e dopo mi strinse forte le mani. Prima di congedarmi mi sussurrò con un filo di voce: “Per Gesù…” Ricordo ancora la dolcezza di quelle parole che produssero nella mia anima la forza dirompente di un grido.-
-E Guido?- Lo interruppi.
-Oh! Guido ritornò altre volte a “confessarsi”, sempre con gruppi di visite guidate. Tante altre volte fino a quando non lo vidi più. Verso la metà di maggio, invece, un pomeriggio, qualcuno bussò al portone della mia abitazione. Era stato quello un giorno molto movimentato. Sapevo che in periferia c’erano stati dei rastrellamenti durante i quali i tedeschi avevano prelevato molti civili. La perpetua che da un po’ di tempo mi badava andò ad aprire. Una donnetta anziana, scrupolosa, sincera, discreta, con la quale condividevo gli spazi della mia casa, le poche risorse, la preghiera. Oh, sì! Era un’anima bella, pregava tanto, tanti rosari, giaculatorie…Diede un grido, poveretta! Accorsi subito, mi trovavo nello studio. La vidi sconvolta, tremante. Sulla soglia di casa un giovane ufficiale delle SS con altri due militari tedeschi chiedeva di me. Il giovane ufficiale, vedendomi, con freddezza impassibile sollevò il braccio nel suo saluto nazista: “Heil Hitler!” poi, con tono molto più mite, continuò in un marcato italiano “Salve! Monsignore, cerchiamo di voi…”. Confesso che, in quell’occasione, non ebbi il tempo di pensare. Cercai soltanto di rimanere calmo facendo appello a tutto il coraggio di cui ero capace. La mia perpetua era diventata paonazza. Non ricordo esattamente cosa risposi. So solo che, nonostante i miei reiterati inviti, il giovane ufficiale rimase freddamente sulla soglia con gli altri suoi soldati ingiungendomi di seguirlo.
“Ah! Monsignore, portate con voi la stola!” Aggiunse. Mi stupì questa richiesta ma non feci domande perché temevo di innervosirlo. Eseguii gli ordini.
“Eccomi” risposi dopo pochi minuti “sono pronto!” Poi, rivolgendomi alla perpetua che intanto non riusciva a frenare le lacrime: “Non preoccupatevi per me. Abbiate cura della casa!…” la esortai. Diedi un ultimo sguardo all’ingresso come per volerlo scolpire dentro il cuore con gli occhi e, in silenzio, mi richiusi il portone alle spalle. Sentivo i passi cadenzati risuonare per le scale. Una folata di vento caldo venne a bruciare le mie ultime resistenze appena fummo giù in strada. Tutto mi sembrava surreale, il sole, i rari passanti, il colore dei palazzi, il cielo. Ci aspettava un’automobile. “Chissà dove mi porteranno” pensavo tra me e me. Rivisitavo nella memoria come in un flashback ogni momento della vita passata, ogni incontro fatto, ogni persona da me conosciuta per farmi una ragione di quell’arresto e non tanto il viso quanto il nome di Guido si faceva sempre più strada fra le motivazioni che andavo cercando. Le due SS si accomodarono una alla guida dell’automobile, l’altra sul sedile accanto. Io e l’ufficiale prendemmo posto sul sedile posteriore. La macchina si mosse lentamente. Nel silenzio pesante, le strade passavano anonime davanti ai miei occhi e dopo un po’ non le guardavo più, immerso com’ero in un vortice di sospetti e congetture. Anche il tempo non misuravo più. L’ufficiale era gelido accanto a me, la sua divisa impeccabile, lo sguardo impenetrabile dietro occhiali d’oro.
Solo quando la vettura si arrestò, mi resi conto di non essere più in città ma in aperta campagna. Superammo un posto di blocco e ci trovammo in una grande spianata circondata da guardie della milizia, da soldati nazisti, da SS.
“Scendete, monsignore.” Mi comandò perentorio l’ufficiale.
Notai un gruppo di giovani dai volti insanguinati, dagli indumenti lacerati, distesi a terra sul prato, come morti. Qualcuno si lamentava ancora con un filo di voce, altri non riuscivano più a farlo. Mi avvicinai e mi chinai su uno di loro perché, con un gesto pietoso, volevo pulire almeno il suo volto. Pensai subito a Guido ma, dai loro visi sfigurati, mi era difficile tentare un qualsiasi riconoscimento.
“Padre, saranno fucilati a momenti, fate il vostro dovere” Questa volta la voce del giovane ufficiale, che era rimasto al mio fianco, non fu così decisa ma supplichevolmente dolce, strana. Lo guardai negli occhi e vidi che i suoi mi evitavano. Mi lasciò solo, allora. Qualcuno riuscì a dirmi il suo nome, qualcuno mi chiese di assolvere il suo peccato, qualcuno mi rifiutò. Quando ritenne opportuno, il giovane ufficiale ritornò da me e, con tono perentorio questa volta, di nuovo mi ordinò: “Andiamo, Padre!” Salii sulla sua macchina vicino a lui, sul sedile posteriore. La macchina si mosse. Oltrepassammo il posto di blocco. Ero commosso. Sentimmo alcune raffiche. Trasalii. Mi misi a biascicare il salmo 129: “De profundis clamavi ad Te, Domine, Do-mine, exa-udi vocem meam, fiant a-ures tuae in-tenden-tes in vocem de-pre-cationis meae… si ini-quita-tes observa-veris Do-mine, Do-mine… quis susti-nebit? Quia apud te pro-pitiati est… et time-bimus te…”(1) a questo punto mi mancarono le parole e non seppi più continuare.-
Don Bruno tolse gli occhiali, chiuse gli occhi e, per un attimo che mi sembrò eterno, interruppe il suo racconto. Riprese.
-Un silenzio pesante ritornò ad abitare la macchina. L’ufficiale rimase indifferente anche alla mia stessa preghiera. La macchina mi riportava a casa, ne ero certo. Guardavo la campagna e poi le strade con una tristezza infinita, stringendo i pugni fino a farmi male. E non mi rallegrò capire che già eravamo vicini al mio quartiere. Osservavo l’ufficiale. Guardava nervosamente verso lo specchietto retrovisore. Non mi preoccupai più di tanto. A una curva la macchina sbandò catapultando il mio corpo pesante contro il suo e fu allora che la sua mano, delicatamente, sfiorò le mie ginocchia come per ritrovare un suo equilibrio. Mi venne spontaneo tornare a interrogare i suoi occhi. Volevo chiedergli tante cose. Perché, per esempio, era venuto da me. Come aveva saputo il mio nome, il mio indirizzo. Mi aveva chiamato padre, ma anche monsignore. Vidi con sorpresa che la sua fronte era madida di sudore, che i suoi occhi chiari non erano così impenetrabili come prima. L’uomo capì. Con un gesto stanco, tolse i suoi occhiali d’oro e li posò per un attimo sulle ginocchia poi, guardandomi intensamente a sua volta, con un filo di voce e in un perfetto latino, mormorò “Ego sum sacerdos”(2). Si stropicciò gli occhi ma, in effetti, asciugava delle inarrestabili lacrime. Ricompose, però, subito la propria figura e, in un attimo, ritrovò anche l’espressione vuota e fredda del soldato. Eravamo arrivati.
Mi salutò con indifferenza. Sconcertato per questa rivelazione, scesi davanti al portone senza che le due SS avessero intuito la grandezza e l’importanza di quel segreto confessato nella lingua, a loro incomprensibile, di Virgilio e di Cicerone. La macchina si allontanò nella sera. Non lo rividi mai più. Ho pregato molto per lui. In quella giornata particolare di quella strana primavera romana il Signore si era fatto mio compagno di viaggio e aveva scelto addirittura il volto e l’uniforme del nemico!-
Restammo in silenzio. Dopo un po’ chiesi a don Bruno:
-Di Guido, del priore suo amico, ha saputo più niente?-
-Di Guido? Non conoscevo il suo nome vero, non sapevo a chi chiedere. Non ho avuto più notizie, in effetti. Del priore seppi, invece, molto più tardi che fu scoperto dai tedeschi per una delazione e prelevato più o meno in quel periodo.-
-Lei crede che fosse in quel gruppo di uomini torturati e fucilati, vero?- Gli domandai.
Don Bruno mi guardò a lungo e i suoi occhi umidi confermarono il mio sospetto.
-Dio solo lo sa!- Rispose però con prudenza.- Di sicuro le sue tracce si persero in una mattina di maggio. ‘Licet scias et in adflicta re publica esse occasionem sapienti viro ad se proferendum’(3) come gli si addicono bene queste parole di Seneca: il saggio, anche se oppresso, sa sempre come manifestarsi! Non l’ho rivisto mai più.-
Don Bruno tirò un grosso sospiro, appoggiò anche lui gli occhiali sulle ginocchia e asciugò alcune lacrime.
(1) Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono,
perciò avremo il tuo timore. (traduz. ufficiale Ufficio Divino, Liturgia delle Ore)
(2) Io sono sacerdote
(3) Seneca, De Tranquillitate animi, libro IX
© Riproduzione riservata