Economia
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15/03/2026 16:18

La desertificazione di Ortigia, isola e quartiere che ha perso due terzi della popolazione in 50 anni per overtourism

Ortigia: quando un quartiere diventa un museo

di Redazione

Siracusa – Ortigia è l’isola-quartiere di Siracusa il cui mercato degli affitti residenziali ha subito una trasformazione profonda e irreversibile. I canoni medi in Sicilia sono storicamente più bassi che al Nord, è vero. Ma questo non ha protetto Siracusa da una crisi che ha le stesse radici di Barcellona, Lisbona, Venezia. La pressione turistica ha riscritto le regole del gioco, e le famiglie residenti si sono ritrovate fuori dal campo.

I dati sono impietosi. Nel comune di Siracusa, il prezzo medio dell’affitto si attesta intorno ai 9,24 euro al metro quadro. Per una famiglia con due o tre figli, che ha bisogno di un trilocale dignitoso, questo significa affrontare canoni mensili che spesso superano il 40% del reddito familiare. In una provincia dove i contratti a tempo indeterminato sono merce rara, dove il lavoro stagionale è la norma e non l’eccezione, quella soglia diventa un muro invalicabile.

Bisogna camminare per Ortigia di mattina presto, prima che i turisti svuotino le valige e i ristoranti tirino su le serrande, per capire cosa sta accadendo davvero. Si incontrano pochissimi residenti stabili. Si vedono tanti portoni con codici di accesso elettronico, tante finestre con le veneziane sempre abbassate fuori stagione, tante case che profumano di candeggina e ammorbidente, pronte per il prossimo check-in.

Ortigia si sta svuotando. Non di vita — anzi, di vita ne ha fin troppa, in estate — ma di vita ordinaria, quotidiana, fatta di bambini che vanno a scuola, anziani che portano a spasso il cane, famiglie che litigano per il parcheggio. Quella vita lì, quella di sempre, se ne sta andando. E al suo posto avanza un’economia parallela, vorace e senza memoria: quella dell’affitto breve.

Il meccanismo è semplice quanto devastante. Un proprietario che mette su Airbnb un appartamento nel centro storico di Ortigia può incassare, in alta stagione, tra 95 e 110 euro a notte. Se riesce a coprire anche solo una quindicina di giorni al mese, porta a casa più di quanto non otterrebbe con un intero mese di affitto residenziale tradizionale. La matematica è elementare. La conseguenza, sul tessuto sociale del quartiere, è una catastrofe silenziosa.

Ma il danno non si ferma agli affitti. Quando un quartiere si trasforma in una destinazione turistica a tutti gli effetti, cambia anche il costo della vita quotidiana. I negozi di vicinato cedono il passo ai wine bar e ai ristoranti con i menu plastificati e i prezzi calibrati sulle tasche dei turisti nordeuropei. Il fruttivendolo sotto casa sparisce. Il panificio storico alza bandiera bianca. Al suo posto arrivano le boutique di souvenir e i localini instagrammabili. Chi ci vive, e deve fare la spesa ogni giorno, paga il conto di una trasformazione che non ha scelto.

Le famiglie siracusane che non possono permettersi i prezzi del centro si spostano: verso i quartieri periferici, verso Solarino, verso Floridia. Ortigia diventa lentamente un’enclave per benestanti e una cattedrale del turismo, mentre la città vera — quella che lavora, che studia, che va avanti a fatica — si ritira nelle periferie. È la gentrificazione, fenomeno di cui si parla molto nelle grandi metropoli e che a Siracusa sta prendendo forma con la silenziosa inevitabilità di una marea.

I numeri raccontano una disfatta demografica silenziosa. Negli anni Settanta Ortigia ospitava circa 12.000 persone. All’inizio degli anni Duemila erano già scese a 4.500-5.000. Oggi, secondo i dati del Comune di Siracusa aggiornati al 2025, i residenti stabili nell’isola sono appena 3.889. In mezzo secolo, l’isola ha perso quasi i due terzi dei suoi abitanti. Quel che rimane non è più un quartiere: è una scenografia.

 

La logica dei proprietari
Sarebbe comodo, e sbagliato, mettere sul banco degli imputati i soli proprietari di casa. La realtà è più complicata. Chi possiede un appartamento a Siracusa, e in particolare ad Ortigia, si muove seguendo una logica economica che ha una sua razionalità interna. Comprenderla non significa giustificarla, ma è necessario per capire come si è arrivati fin qui.

L’affitto breve garantisce un rendimento superiore, pagamenti anticipati e nessun rischio di morosità. Quest’ultimo punto non è un dettaglio: in Italia, liberare un immobile da un inquilino che non paga richiede procedure legali che possono protrarsi per mesi, talvolta anni. Per un piccolo proprietario che ha investito i risparmi di una vita in quell’appartamento, la prospettiva di un inquilino moroso è un incubo che il mercato turistico azzera completamente. I turisti pagano prima di entrare, e ripartono alla data prevista. Nessun giudice, nessun avvocato, nessuna notte insonne.

C’è poi la questione del controllo. Con l’affitto breve, l’immobile viene pulito e ispezionato a ogni cambio ospite. Con un contratto 4+4, il proprietario può aspettare anni prima di poter vedere di nuovo il suo appartamento e scoprire in quale stato è stato ridotto. La flessibilità gestionale, in un Paese in cui la tutela dell’inquilino è storicamente forte, vale moltissimo.

Anche la fiscalità gioca un ruolo. Per chi gestisce fino a due immobili in proprio, la cedolare secca al 21% rende conveniente la rendita breve. La riforma del 2026, che ha alzato al 26% l’aliquota dal secondo immobile in poi se gestito tramite intermediari, ha introdotto un freno parziale, ma non ha certo rovesciato la convenienza economica della locazione turistica.

Risultato: un sistema che premia chi affitta ai turisti e penalizza chi vuole una casa stabile. Non per malvagità, ma per la logica secca del mercato. Una logica perfettamente razionale. E socialmente devastante. Perché mentre il proprietario fa i suoi conti, dall’altra parte del tavolo c’è qualcuno che paga il prezzo di quei conti tornati.

Le famiglie intrappolate: quando il mercato fa le selezioni
Se è vero che i proprietari hanno le loro ragioni, è altrettanto vero che le conseguenze per le famiglie siracusane sono pesanti, concrete e crescenti. Quello che si sta consumando in questa provincia è un lento processo di esclusione sociale che ha radici economiche ma produce danni umani.

Il primo problema è l’accesso. L’offerta di immobili per affitti a lungo termine si è ridotta in modo drastico. Quello che rimane è spesso di qualità scadente: gli appartamenti migliori vengono ristrutturati e messi sul mercato turistico, mentre al circuito degli affitti residenziali restano le case con i serramenti vecchi, i riscaldamenti capricciosi, le facciate che aspettano una mano di intonaco da vent’anni. Chi cerca casa si trova a scegliere tra il poco e il peggio.

Mancano le garanzie economiche
Il secondo problema sono le garanzie. Poiché l’offerta è scarsa, i proprietari possono permettersi di fare la voce grossa: chiedono due buste paga a tempo indeterminato, fideiussioni bancarie, referenze. In una provincia dove il lavoro stagionale è diffusissimo e i contratti stabili sono privilegio di pochi, questi requisiti trasformano la ricerca di casa in un esame di ammissione che la maggior parte dei candidati è destinata a bocciare. Famiglie con bambini, coppie giovani, lavoratori autonomi: tutti vengono scremati da una selezione informale ma spietata.

Il terzo problema, forse il più insidioso, è la precarietà contrattuale. Per aggirare i vincoli del contratto 4+4, molti proprietari ricorrono a contratti transitori di 12-18 mesi, spesso senza che ne esistano i presupposti legali. Le famiglie firmano perché non hanno alternative, e vivono con l’ansia della scadenza, sapendo che alla fine dell’anno il proprietario potrebbe decidere di non rinnovare, magari proprio in giugno, quando i turisti cominciano ad arrivare.

Il crollo demografico: le coppie non fanno figli
Il quarto problema tocca il futuro: intere generazioni stanno rinviando o rinunciando a fare figli perché non hanno una casa stabile. Non è una scelta, è una resa. Ed è una resa che alimenta lo spopolamento della Sicilia, quel lento svuotamento demografico che ogni dieci anni torna sui giornali come una notizia di cui nessuno sembra voler davvero occuparsi.