Attualità
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25/05/2013 16:50

La ex miss e la schiavitù del silenzio

Un intervento della scrittrice su La Sicilia

di Silvana Grasso

Silvana Grasso
Silvana Grasso

Il nero e il rosa, colori per raccontare la tristissima vicenda di Rosaria, ex miss, ex ragazza di vent’anni, sognatrice ancora per poco, o forse non  più. Il nero dei lividi, il nero dei limiti, il nero degli incubi, il nero da lutto per ragionicidio. Il rosa della cipria, il rosa dell’ombretto,  il rosa del lucidalabbra, il rosa d’un passato prossimo da miss che, ormai, sembra lontanissimo dal suo letto d’ospedale, dal suo corpo tramortito, bisturizzato perché si potesse salvarne la vita, almeno quella.

“Un giorno fui miss”, racconterà Rosaria tra vent’anni con venti chili in più, magari venti ferite in più, nelle geografie del corpo o dell’anima, a figli e nuore, che, scettiche, faranno finta di crederle o le crederanno, su avallo di foto video e fasce rosa da miss, scolorite da umido e da armadio.

“Potevo avere una carriera nel cinema, nel mondo della televisione o della moda”, dirà Rosaria, mentre prepara il sugo con le vongole, magari con un brutto livido che le fa lievitare occhio e guancia in una smorfia di capillari,  sminuzzati dall’ennesimo pugno del suo energumeno, ma innamorato, Antonio.   

“La gioventù è bella, anche i sogni lo sono, ma la famiglia è famiglia,  anzi la famiglia è tutto”, dirà Rosaria, nata a Macerata Campania, nel suo  napoletano stretto e incontaminato dall’italiano delle miss da nord, e racconterà, come atto d’amore, della denuncia del 2013, ritirata perché il suo Antonio “bravo ragazzo” uscisse dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, quella volta che “per troppo amore” l’ha ridotta in fin di vita.  

Ora non ha più la milza, che importa? Ora ha profonde cicatrici sul ventre  operato, sul ventre più volte ingravidato. Che importa? “Lo amavo da morire”, dirà ancora una volta, nel disperato ingenuo tentativo di dare un senso a quel che senso non ha, di dare un nome, nome d’“amore”, a quel che amore  non è, a quel che amore non fu, a quel che amore non sarà.

Ma non ha forse  fatto così sua madre e la madre di sua madre e la sorella di sua madre? Di madre in figlia, passa, con l’ “amore” del pestaggio, il matriarcato  della sottomissione, l’ingiunzione del silenzio, il comandamento dell’ubbidienza, magari per un piatto di pasta, magari col ricatto dei figli da mantenere, magari con l’ illusione che domani sarà un altro giorno.

Invece, domani  sarà clone del brutto giorno che lo ha preceduto, sarà clone del giorno che verrà, parole poche, paura tanta, ma forse bisogna solo aspettare che  lui invecchi un po’, che il sangue caldo della gioventù intiepidisca, che il puledro Antonio diventi ronzino, che metta giudizio magari con la nascita  del primo nipotino.

Aspettare, chissà. Antonio ha già, a ventisette anni, un cursus da delinquente, lesioni personali, ingiuria, violenza privata, etc. E’ un violento, ma più della sua violenza spaventa la violenza occulta, magari ingenua, figliata da ‘analfabetismo’ culturale, da emarginazione sociale, che può aver esercitato la famiglia di Rosaria.

Soprattutto e, paradossalmente, il ramo-femmina di questa famiglia che, nel totale vassallaggio al maschio-padre, al maschio-marito, ‘educa’, mai termine più improprio, figlie non educate dalla scuola, dalla cultura, dalla religione, dall’etica e dalla norma. Educa alla schiavitù del silenzio, contrabbandata come “dovere”, dovere da buona madre di famiglia”, educa alla più profonda solitudine, la solitudine sociale, cancro che genera, come sue repentine metastasi, solitudine emotiva, ghibli affettivo.