Cultura
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08/03/2011 23:29

La festa di San Giuseppe a Niscemi

Un articolo di Pietro Storniolo per Ragusanews

di Pietro Storniolo

San Giuseppe a Niscemi
San Giuseppe a Niscemi

Si arriva a Niscemi inoltrandosi nella campagna.

Si lascia la vista del mare, delle serre per la produzione delle primizie, dei grandi vigneti e dei poderi, per immettersi in strade tortuose, strade dove l’intervento dell’ uomo appare lontano.

Eppure facciamo la strada che da Gela porta a Niscemi, la strada più usata, meno scoscesa e sconnessa della strada che da Vittoria porta a Niscemi.

Ti colpisce il colore della terra della campagna ondulata, una terra color ocra o forse giallastra; una terra che sembra sabbia e in tante parti lo è: forse è arenaria o meglio un misto di sabbia e argilla.

Le morbide colline e la vegetazione sono calme, sono rilassate e rilassanti cosi come sembra prospettarsi il pomeriggio.

Il paese ci appare improvviso, dietro una curva, un immenso agglomerato urbano non definito, un paese che si adagia su vari colli dove ti fanno impressione i serbatoi grigi dell’acqua posti sulle terrazze e le antenne delle televisioni .

In verità queste oscenità sono altrettanto visibili in altri luoghi della Sicilia, in altri comuni della Provincia di Caltanissetta ed anche in altre Province della Regione, anche se ciò non può essere motivo di giustificazione e di assuefazione al brutto , all’orrido, quando con poche spese e con piccoli interventi , tali brutture potrebbero essere eliminate o almeno nascoste ( sottotetti ) e rendere il paesaggio urbano più gradevole.

Perché oltre a tale dequalificante aspetto, ad intervalli irregolari le costruzioni civili e artigianali non hanno colore, non hanno intonaci, pur abitate o utilizzate sono lasciate allo stato grezzo: sembrano costruzioni non ancora ultimate ed evidenziano uno stato di precarietà e di pressappochismo non collimante con la genuina operosità dei cittadini di Niscemi.

Una città che nasce per coltivare i campi, che si sviluppa con l’intelligenza di chi sa utilizzare appieno i prodotti della terra. Che si specializza nella coltura del carciofo, il quale diventa simbolo,  vanto ed emblema di tutto un popolo. Popolo che non disdegna nei momenti di crisi economica di tentare la strada irta dell’emigrazione e che ancora oggi manda i suoi figli nelle lande e fabbriche della Germania e del Nord Europa.

Ma come tutte le civiltà contadine il popolo niscemese pur essendo di recente formazione (la nascita della città è datata intorno al 1500) ha sviluppato usi, costumi e tradizioni popolari di notevole interesse, tradizioni che naturalmente si intrecciano con il misticismo e la religione.

 

La Festa

 

La festa di San Giuseppe appartiene alle feste religiose isolane che dovrebbero essere conservate per la loro tipicità e per la loro ricchezza espressiva. Potrebbero diventare patrimonio dell’ UNESCO. Infatti la festa si articola in vari passaggi di profonda religiosità, anche se in parte contraddittori, di grande partecipazione di popolo, di enormi energie utilizzate, di molte spese effettuate e di grandi fatiche per chi si coinvolge direttamente, assistito dalla partecipazione attiva di tutti i cittadini del quartiere urbano.

Tale fatica sembrerebbe spontanea, naturale, senza alcun ritorno se non quello di omaggiare o ringraziare San Giuseppe .

Il cittadino di Niscemi che si sente di ringraziare il Santo o forse vorrebbe qualche attenzione particolare da parte di esso o forse vorrebbe risolvere qualche problema che assilla la propria famiglia, sia esso di salute, di lavoro o altro, ebbene per fare ciò, si adopera per preparare un Altare all’amato  San Giuseppe.

Niscemi nel 2010 ha avuto quaranta Altari.

 

L’Altare

L’Altare non si deve cercare è visibile anche ad un distratto visitatore,  in quanto davanti o vicino ad esso si snodano  un groviglio di rami, di frasche e di sterpaglie che al calar della sera verranno incendiate, illuminando quel tratto di strada o  di piazza antistante o adiacente l’altare.

Le ceneri delle luminarie  o ialafuocu al calar della notte avranno la funzione di arrostire salsicce e carciofi, di scaldare panini e di offrirli imbottiti  a tutti i visitatori dell’altare.

L’altare  abbaglia nel suo splendore. Un locale che di solito svolge la funzione di ricovero di macchine  o di attrezzi agricoli , viene  interamente ricoperto di raso o seta bianca, più o meno orlata, con pizzi e merletti colorati raffiguranti figure o disegni. Il tetto, le pareti laterali ed il  piano di appoggio di norma sollevato sono completamente  ricoperti di veli.

Alla parete centrale viene affisso un quadro di San Giuseppe, o una  sua statua o in qualche caso le statue di  tutta la sacra famiglia vengono poste sul piano dell’Altare.

L’intero piano di appoggio, alto circa un metro da terra e grande quando l’intero garage anch’esso ricoperto di veli viene adibito a deposito di tutte le cibarie che la tradizione niscemese riesce a preparare nel corso di quel periodo.

L’enorme quantità di dolci, di torte, di biscotti, di varie forme, di vario tipo, di pane, di frutta, di ortaggi, di pietanze varie e di …. tutto tranne la carne, lascia esterrefatti  per la sapiente arte culinaria che viene espressa.

Gli Altari sono organizzati in modo da poter ricevere la  visita dei “Santi”.  La visita prevista per il giorno successivo è finalizzata all’assaggio delle pietanze preparate, cosicché vengono apparecchiate, proprio adiacente l’altare, tre postazioni occorrenti a svolgere tale funzione, con relative sedie,  posate, piatti ecc…

Le sedie destinate ai Santi nel giorno di San Giuseppe devono essere lasciate libere e verranno occupate solamente dai Santi per poter assaggiare i pasti preparati. Talvolta  verranno spostate insieme ad un tavolo da addobbare appositamente in mezzo alla strada o piazza, in posizione sopraelevata, in modo che possa essere visionato da tutti i cittadini del quartiere.

 

Le tradizioni popolari

Le tradizioni popolari, si arricchiscono di particolari che richiamano sempre aspetti eclatanti e comunque inusuali, infatti sulle sedie , durante il periodo intercorrente fra la l’apertura dell’Altare e la visita dei Santi si spera che si possono    poggiare delle farfalle,  o almeno una.

In qualche Altare visitato, la farfalla si era poggiata sulla sedia. La visita della farfalla simboleggia la gratitudine del santo alla famiglia organizzatrice dell’Altare.

Quando metti piede dentro l’altare ti si avvicinano i proprietari o i preparatori con in mano ceste di vimini contenenti frutta secca e biscotti,  naturalmente fatti in casa. Per rispettare le loro tradizioni occorre che almeno un assaggio venga fatto e così , dopo aver visitato qualche Altare ci si ritrova con un grande senso di pienezza , di sazietà , in poche parole ci sente con  una gran panza .

Adiacente l’Altare un altro locale quasi sempre viene attrezzato, non per svolgere  rappresentazioni religiose, ma per attività più ludiche. Infatti la veglia non riveste carattere funereo, ma ha un carattere allegro, gaio, festoso, forse negli anni passati diventava un momento per incontri di fidanzati, di programmazione di matrimoni, ed in tale locale si balla e si canta fino a quanto le forze resistono. Le musiche che imperversano per le strade sono le più varie, di solito comunque sono gli ultimi brani di Sanremo a farla da padrone.

L’altare resta aperto tutta la notte, le visite si susseguono ininterrottamente ed ad una certa ora , tutti i visitatori vengono invitati ad assaggiare le pietanze arrosto, un tempo costituite da soli carciofi, ma evidentemente qualche deroga adesso consente di arrostire anche le salsiccie.

Non mancano verso mezzanotte i fuochi d’artificio, come purtroppo non mancano   incidenti derivanti da qualche fiammata  e qualche danno che viene causato dal fuoco anche alle costruzioni.

 

Laici e cattolici

La festa oltre ad essere religiosa coinvolge anche l’Amministrazione della città.

Ad una certa ora il Sindaco, il suo vice, il parroco con un piccolo corteo di cittadini si reca in una piazza allungata, o una via larga a più livelli , la carreggiata e posta più in basso dai marciapiedi  – mi pare via Marconi – la percorre tutta, piazza dove sono allocati cinque  pire da incendiare. All’ora stabilita ed in contemporanea vengono accesi tutti i cinque falò.

La notte trascorre calma con sciami di cittadini accorrenti e visitanti i vari altari sparsi per la città. A dire il vero abbiamo visitato anche un altare in una casa di campagna, Una vera è propria festa , con una processione continua di visitatori.

Un’altra deroga al protocollo  molto originale e risultata  gradita ai più ,  è  stata la realizzazione di  l’Altare in un ambiente con le pareti ed il soffitto ricoperti  con le foglie di  palme. L’effetto era quello della  grotta dove è  nato   Gesù. Ci faceva ricordare più il Natale che la vicina Pasqua.

Ma evidentemente nelle tradizioni  religiose e popolari certe manifestazioni si intrecciano e né abbiamo avuto conferma il giorno successivo: ovvero il giorno  di san Giuseppe, il diciannove quando i Santi vanno a visitare gli altari.

 

I Santi

I “ Santi” sono rappresentati dai poveri della città, i proprietari degli Altari, ciascuno per proprio conto, devono individuare tre poverelli i quali siano  disposti ad assaggiare le pietanze preparate. Alberto ci fa notare che nonostante vengano loro date le offerte spontanee dei cittadini  è diventato difficile nel corso degli anni ( opulenti) trovare dei poveri – in questo caso centoventi – che si esibiscano in pubblico. O per timidezza, o per vergogna o per altro… insomma pare che  non  si trovano ormai poveri che vogliano svolgere questo ruolo. Nell’ultimo periodo addirittura per svolgere tale funzione il proprietario dell’Altare doveva sborsare di tasca propria una certa quantità di denaro per avere i tre Santi nel giorno di San Giuseppe.

 

Il pranzo dei Santi

Ad ogni modo a mezzogiorno  nell’altare di Tiziano , amico di Alberto che ci ha ospitati , arrivano i tre santi , i quali prima di sedersi nella tavola imbandita  posta all’esterno e di fronte all’ altare su una piattaforma di legno rialzata, bussano all’altare, (che svolge le funzioni di ostello) e chiedono di essere ospitati. La scena è quella del natale: ovvero l’arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria i quali chiedono ospitalità per la notte.

Dopo due dinieghi il terzo tentativo va in porto ed i tre Santi vengono accomodati nella tavola imbandita.

Tiziano, quasi a giustificarsi, ci racconta dei tre santi: due sono ragazzini, figli di famiglie indigenti che sono stati accuditi in tutta la fase della preparazione della festa, con vestiti, regali ecc e il Santo Giuseppe è invece un signore, non  bisognoso , che  viene da un paese vicino  per coronare il sogno di  tanti anni di assumere il ruolo di Giuseppe.

A questo punto dopo i vari ringraziamenti, inizia la processione delle pietanze che  ad una ad una vengono  offerte  ai tre Santi che le  cominciano a gustare inizialmente con apparente grande appetito ,  che scema con il passar delle portate.

Il primo piatto a base di fave viene offerto   a tutti gli intervenuti.

Conclusa la fase del pasto viene scelto il dolce più bello ed inviato alla chiesa, che  lo metterà all’asta, insieme a tutte le altre pietanze che verranno inviate da parte di tutti i proprietari degli altri trentanove  Altari. Le pietanze che rimangano vengono suddivise con tutti quelli che hanno condiviso le fatiche dei giorni precedenti.

L’Altare chiude per il meritato riposo da parte dei proponenti , veramente stanchi, sfiniti ma soddisfatti.