Cultura
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12/08/2012 22:02

La festa di San Guglielmo di Scicli. Scherza coi fanti…

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E lascia stare i santi

di Un Uomo Libero.

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San Guglielmo Cuffitella
San Guglielmo Cuffitella

Scicli – “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”.

E’ il consiglio che dà il saggio sagrestano a Cavaradossi nel I atto di Tosca.

E’ lo stesso consiglio che vorrei dare io al consigliere Ficili e a quanti hanno sostenuto la sua proposta di cambiare dopo “secoli” di storia il giorno della festa del Patrono di Scicli San Guglielmo.

A questo punto voglio pensare che si tratti solo di un colpo di calore. Non potrei credere altrimenti.

Una città che “vuole veramente valorizzare il proprio patrimonio culturale e tradizionale, che vuole ricordare la propria storia e i personaggi che hanno contribuito a fare di Scicli una delle città più fiorenti e, culturalmente, più vivaci del Val di Noto” non può permettersi per nessun motivo al mondo scivolate simili.

Il problema purtroppo sta nella mancanza di cultura che affligge da diversi lustri questa nostra Scicli che Vittorini volle omaggiare chiamandola paradossalmente “Nuova Gerusalemme” e “città più bella del mondo”.

Se il consigliere Ficili, che io personalmente stimo molto sotto il profilo umano, avesse studiato più seriamente la storia patria non avrebbe mai e poi mai partorito un’idea tanto sconclusionata e lesiva della tradizione antica della città alla quale, nella motivazione, la sua incultura (mi dispiace, non saprei chiamarla diversamente!) si aggrappa e si riferisce.

Io ho avuto la fortuna di vivere da quando ero in fasce in Chiesa Madre per forti legami di amicizia tra la famiglia dell’Arciprete Mons. Guarino e la mia. Crebbi all’ombra delle reliquie del Santo. Mi nutrii della fortissima devozione di cui sempre le sue ossa sono state oggetto. Da grande ho avuto il privilegio di toccarle, di sistemarle nel piccolo altarino sul quale si esponevano alla venerazione dei devoti, di appassionarmi ai racconti di una tradizione orale gelosamente tramandata di padre in figlio e custodita da diverse persone che io ebbi modo di conoscere e apprezzare. Più tardi, a conclusione dei miei studi teologici, ricevetti l’approvazione a fare della devozione al santo l’argomento della mia tesi.

Non posso tollerare dunque simili inopportune iniziative.

Scicli è “Memma”. Appartiene cioè a Guglielmo, dice un antico adagio.

Per questo motivo la città era famosa già dalla seconda metà del Trecento non solo nel Val di Noto. Vantare la protezione di un Santo nel Cinquecento era un privilegio concesso solo ai centri più autorevoli e importanti. Noto fa carte false per elevare alla gloria degli altari Corrado, ma Corrado era di Piacenza mentre Guglielmo pare che fosse proprio netino. Ho scritto “pare” perché, al di là di tutte le agiografie, molte notizie sulla vita di San Guglielmo Cuffitella sono incerte. L’unica cosa certa è che la sua santità è frutto di un “eremitismo irregolare” che vuol essere la risposta tardiva e siciliana ai grandi movimenti pauperistici sviluppatisi in Lombardia e in tutta l’Italia settentrionale come risposta alla riforma cluniacense dell’anno Mille.

Quando morì questo magnifico “calogero” sciclitano (4.04.1404), i giurati della città, concordi, lo seppellirono nel sepolcro vuoto destinato, per antica tradizione, ai Conti di Modica nel venerabile e antichissimo Duomo di San Matteo.

Sarà in questo sepolcro che il 30 gennaio del 1538, “per voto unanime della cittadinanza di Scicli” (V. Vita del santo di C. Betto) Don Giovanni Li Donni, Vicario della diocesi di Siracusa, sotto la cui giurisdizione canonica Scicli si trovava, inquisitore, istruttore “per delegatum” del processo di beatificazione, alla presenza delle massime autorità cittadine ed ecclesiastiche, effettuerà la ricognizione delle sue spoglie. Una pietosa e commovente pratica imposta dal vecchio codice di diritto canonico. Dietro suo ordine si aprirà, infatti, la cassa di legno che conteneva i resti di Guglielmo e si constaterà come parte del corpo appaia ancora incorrotto a circa 134 anni dal suo transito.

Guglielmo sarà elevato alla gloria degli altari proprio il 4 aprile del 1538 nel vetusto Duomo di San Matteo con grande affluenza e giubilo di popolo. Uno dei motivi per i quali l’antichissima Matrice dovrebbe essere restaurata e restituita una volta ancora al Signore.

Nel Breve di Paolo III, che ne autorizzava il culto e l’Ufficio, si stabilisce come data della festa l’Ottava di Pasqua per una ragione semplicissima: gli Antichi Padri desideravano evitare qualsiasi confusione con la Settimana Santa giacché spesso la data della festa coincideva con questo importante e forte tempo liturgico, volendo celebrare nella luce del mistero pasquale la memoria di un uomo, del loro Santo, che della Pasqua aveva fatto il centro e l’alimento della propria fede.

Con quale irriverente incoscienza oggi si vuole, dunque, alterare lo spirito e la riflessione dei Padri?

Nessuno prima d’oggi aveva osato tanto!

Voglio sperare che le Autorità civili, Sindaco in testa, respingano con sdegno quest’autentica scemenza e che finalmente la città si svegli da un torpore culturale che la attanaglia da molto, troppo tempo per gridare con forza e con giubilo come in quel giorno della beatificazione che Scicli e Guglielmo sono un tutt’uno inscindibile, che il Santo non si tocca!