Cultura
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07/07/2008 23:21

La finestra sul cortile. Un inedito di Andrea Camilleri

di Redazione

Prefazione

Ho scritto questo racconto, che oggi Agrigentonotizie.it comincia a pubblicare, il cui titolo, “La Finestra sul cortile”, vuole essere un esplicito omaggio a Hitchcock, per aiutare la diffusione di un giornaletto di quartiere, “Il Nasone di Prati”, fatto da un gruppo di giovani miei amici.
Tra parentesi, con “nasone” si intende la fontanella stradale che dispensa acqua fresca ai passanti e che è detta così per la particolare forma del rubinetto.
Ritenni dunque indispensabile ambientare la vicenda proprio nel quartiere Prati, dove abito da oltre cinquant’anni, fingendo una trasferta romana di Montalbano al quale un amico che deve assentarsi da Roma cede il suo appartamento da scapolo. Appartamento la cui cucina ha una finestra che si apre su un grandissimo cortile.
Il cortile che ho descritto è quello che per anni ho visto da una finestra di casa mia. Naturalmente, gli abitanti degli appartamenti che danno nel cortile del mio racconto sono assolutamente di fantasia, non hanno nessun rapporto con coloro che vi abitano nella realtà.
Mi divertiva l’idea di mettere il mio commissario di fronte a un paesaggio per lui inconsueto. Egli infatti è abituato a vivere a Marinella, in una villetta singola, avendo difronte a sé la spiaggia e il mare. Un cortile popoloso è per lui una novità assoluta e una fonte di continuo interesse.
Come nel film di Hitchcock egli si trova a spiare, anche involontariamente, la vita degli altri. Quale occasione migliore con un uomo che ha l’istinto della caccia, come diceva Hammett?
Il respiro narrativo di questo racconto è per me alquanto nuovo: infatti c’era la necessità di una scansione per capitoletti ognuno dei quali non doveva superare le due-tre cartelle. Ho fatto una certa fatica perché, narrativamente, ho il respiro più lungo, ma spero di esserci riuscito lo stesso.
Comunque sia, buona lettura.

Andrea Camilleri

Prima puntata

“Il signor Questore l’aspetta. La introduco subito” – disse a Montalbano il capo di gabinetto Lattes e proseguì: “Tutto bene in famiglia?”. Quello s’era amminchiato, da anni e anni, che Montalbano era maritato e patre di figli. Lui, le prime volte, aviva circato di dirgli che non sulo non aviva né mogliere né figli, ma che era macari orfano di patre e di matre. Non c’era stato verso. Ogni volta la stissa dimanna. E un bel jorno il commissario s’era arrinnuto e gli aviva risposto che a casa, ringrazianno la Madonna, godivano tutti di bona saluti. L’aggiunta del ringrazio alla Madonna ce l’aviva mittuta pirchì era un modo consueto di diri di Lattes e aviva pinsato che la cosa gli potiva fare piaciri.
E quindi macari stavolta la risposta fu quella di sempri: “Tutti bene, ringraziando la Madonna”.
L’altro però lo taliò tanticchia dubitoso.
“Che c’è Montalbano?”.
“Perchè?”.
“Ma non so, ho sentito nella sua voce come un…”.
Certo che aveva sintuto qualichi cosa nella so voci. Era arragatata, squasi da raffreddori, pirchì aviva passato mezza nuttata assittato supra la verandina della so casa di Marinella a sbacantarisi tri quarti di una buttiglia di whisky nella spiranza che gli calava il sonno. Ma non potiva diri a Lattes la virità.
“Ci ha indovinato. Lei è molto perspicace. Sono un pochino preoccupato”.
“Di che?”.
“Il mio più piccolo ha la rosolia”.
E di subito si pintì d’aviri ditto una simili minchiata sullenne. In primisi, pirchì ora, con i vaccini, non c’era cchiù nisciun picciliddro che si pigliava la rosolia e in secundisi pirchì l’ultima volta gli aviva contato che il figlio cchiù nico stava dando la maturità.
Ma Lattes non ci fici caso.
“Non si preoccupi, tipica malattia infantile. Passerà, ringraziando la Madonna”.
Tuppuliò alla porta dell’ufficio del Questore, la raprì a mezzo, ci infilò la testa dintra, disse qualichi cosa, ritirò la testa, raprì del tutto la porta, si fici di lato per lassarlo passare.
“Si accomodi”.
Aspittò che il commissario fosse trasuto e doppo gli chiuì la porta alle spalli.
“Buongiorno” – salutò Montalbano.
Bonetti-Alderighi, il Questore, gli fici un gesto con la mano senza isare l’occhi dalle carte che stava liggenno. Quel gesto vago potiva avire diverse interpretazioni. Potiva assignificari tanto “bongiorno” quanto “venga avanti”; tanto “resti lì” quanto “venga a sedersi”; tanto “mi fa piaciri vederla” quanto “vattela a pilgliari in quel posto”.
Optò di fari cinco passi e assittarsi nella seggia che c’era davanti alla scrivania. Con Bonetto-Alderighi non si potiva proprio diri che annassero d’amori e d’accordo. Ogni vota che viniva chiamato alla questura di Montelusa, per un verso o per l’altro sinni tornava a Vigàta col sangue amaro.
Mentri il questore continuava a leggiri le carte, Montalbano si spiò quali sbaglio potiva aviri fatto per essiri stato convocato di prima matina “Urgentevolissimamenti” come gli aviva ditto Catarella. Si fici un esame di cuscenzia che manco in punto di morti e arrivò alla conclusioni che non aviva nenti di nenti da rimproverarsi.
Ma la conclusioni, invece di tranquillizzarlo, lo squietò. Non era possibile che uno fosse assolutamente ‘nnucenti. Almeno il piccato originale, quello doviva avercelo. E dunque macari lui aviva fatto un qualiche sbaglio del quale non si rinniva conto. Ma quali? Capì che se si mittiva a ragiunari sulla colpa e il piccato, capace che arrischiava di cadiri in un problema metafisico. Addecise che abbisognava obbligare il questore a parlari senza perdiri altro tempo. Tussiculiò forti, Bonetti-Alderighi finalmente isò l’occhi e lo taliò come se non l’aviva mai viduto prima.
“Ah, è lei, Montalbano”.
“Agli ordini signor Questore”.
“Volevo dirle che mi hanno telefonato da Roma. Dal Ministero. Lei è stato prescelto”.

Riassunto della prima puntata

Il commissario Montalbano è convocato dal questore Bonetti-Alderighi. Nell’attesa, cerca di immaginare il motivo della chiamata, ma tutti i ragionamenti non fanno altro che aumentare la sua preoccupazione. Cosa aveva combinato per essere convocato dal questore urgintevolissimamenti? Finalmente Bonetti-Alderighi lo riceve, ma il colloquio invece di svelare la motivazione della sua chiamata, aggiunge sconcerto. “Volevo dirle che mi hanno telefonato da Roma. Dal Ministero. Lei è stato prescelto”.

Seconda puntata

Montalbano, prima ancora di sapiri per cosa era stato prescelto, si sintì arrizzari i capilli ‘n testa. Pirchì era proprio la stissa parola, prescelto, a farlo sudari friddo. Nella Bibbia, essiri prescelto viniva sempri a significari che prima o doppo morivi ammazzato in nome di Dio. Oggi come oggi, essiri prescelto non aviva cchiù questo significato letale, ma quanno ‘na voci anonima ti diciva al tilefono:
“Lei è stato prescelto…”
era sempri o per truffarti come un picciliddro o per fariti spenniri ‘na muntagna di soldi convincennoti ad accattare cose di cui non avivi nisciun bisogno.
“Per cosa?” – arriniscì a spiare con un filo di voci.
“Per seguire un corso d’aggiornamento”.
“Non sarebbe meglio farmi seguire un corso d’annottamento?”.
Bonetti-Alderighi lo talìo ‘mparpagliato.
“Che cavolo dice?”.
“Ma signor questore, io ho cinquantasei anni! Tra qualche anno me ne devo andare in pensione! Che m’aggiorno a fare? Prescelgano qualcuno più picciotto di me”.
“L’ho fatto presente a chi di dovere”.
“Embè?”.
“Vogliono lei. Non riesco a capire perché, ma pare che ci tengano molto. Il corso si terrà a Roma e durerà dieci giorni. Inizia il primo febbraio. Alle dieci e trenta di giovedì 1, al Ministero, si presenti al dottor Trevisan”.
“E in commissariato chi resta?”.
“Come chi resta? Il dottor Augello, no? O si ritiene così indispensabile che secondo lei sarebbe meglio chiudere il commissariato in attesa del suo ritorno? Vada, vada”.
Sinni scinnì verso Vigata con la testa china di pinseri uno cchiù nivuro dell’altro. Che jorno era? Il vintinovi era! Epperciò gli arristavano tri jorni scarsi prima della partenza. E come partiva? Col treno o con l’aereo? In treno avrebbi passato ‘na nuttatazza ad arramazzarisi dintra a un letto scommodo e duro senza potiri pigliari sonno. Il dottor Trevisan di sicuro si sarebbe scantato a vidirisi presentare un catafero ambulante. E in aereo sarebbe stato pejo. Certo, avrebbe sparagnato tempo ma in compenso il nirbuso che gli faceva viniri il viaggiari a decimila metri d’altizza era, come risultato, l’equivalente priciso ‘ntifico di ‘na nuttata persa.
Appena misi pedi dintra al commissariato, Catarella si spiritò agitato:
“Ah, dottori dottori! Ah dottori! Dù voti l’acchiamò il dottori Treppisano dal Ministerio di Roma! Dice che è cosa uggentevoli assà! Il nummaro internevole lassò! Che fazzo? L’acchiamo?”.
Doviva essiri Trevisan.
“Chiamalo e passamelo in ufficio”.
“Montalbano? Sono Trevisan, il questore le avrà comunicato che…”.
“So tutto. Sarà lei il capo corso?”.
“Io? No. Io sono il coordinatore. Capo corso sarà un egregio collega belga. Antonin Verdez. E’ un corso d’aggiornamento europeo, capisce? Ci sono francesi, spagnoli, tedeschi… tutti. Le telefono per farle, a nome di Verdez, una precisa richiesta. Porti con sé la felpa”.
Strammò. E quanno mai aviva avuto ‘na felpa? E quanno mai si era mittuta in vita so ‘na felpa? E a che potiva serviri ‘na felpa a uno che faciva un corso d’aggiornamento per poliziotti?
“Sa – proseguì Trevisan – Verdez, che ama vivere all’aria aperta, intende farvi fare lunghe passeggiate di primo mattino”.
Ora mi sparo a un pedi e po’ dico che m’è scasciata la pistola mentre la puliziavo – pinzò Montalbano.
Quella era l’unica soluzione possibile, non ne vidiva altre. Si sintiva annichiluto. Lui la matina presto semmai natava, non sinni annava boschi boschi come un fauno con la felpa ‘nzemmula a tedeschi, francisi, greci, spagnoli… E po’ sarebbiro stati sicuramenti tutti cchiù picciotti di lui e quindi, doppo dù orate di corsa campestre, avrebbiro dovuto rianimarlo con la respirazione bocca a bocca inveci d’ascutari quello che diciva quel mallitto di Verdez.
“Allora l’aspetto giorno 1, d’accordo? Un attimo che le passo un amico”.
“Montalbano? Sono Gianni Viola, come stai? Sono contento di sentirti”.
Gianni! Avivano fatto ‘nzemmula il corso nella P.S. Ed erano addivintati amici. Ogni tanto si telefonavano. Beh, se c’era macari Gianni nel corso, le cose cangiavano tanticchia.
“Partecipi pure tu al corso?” – gli spiò.
“No, io purtroppo non ci sarò. Devo andare fuori Roma per una quindicina di giorni”.
“Ah” – fici Montalbano sdilluso. E po’ addimannò:
“Senti Gianni, potresti consigliarmi un albergo che…”.
“Guarda che è previsto che dormite in alloggi assegnati dal Ministero”.
E chisto sulo ci ammancava! Macari li facivano dormiri a tutti in una camerata e la matina all’alba l’arrisbigliavano con la trumma!
“Ma se vuoi – proseguì Gianni – puoi andare a dormire a casa mia”.
“Porti con te tua moglie?”.
“Quale moglie? Sono scapolo. L’appartamento è piccolo, ma comodo. Lascio le chiavi a Trevisan. E’ in via Oslavia. Nei paraggi ci sono ristoranti ottimi. Vedrai, ti ci troverai benissimo”.

La terza puntata sarà on line il 12 luglio