Le accuse al professore
di Michelangelo Barbagallo
Le accuse da cui il prof. Ignazio Massimo Civello dovrà difendersi, assistito dall’avvocato Michele Sbezzi (e forse a breve affiancato da un altro difensore), sono contenute nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Claudio Maggioni. In quelle stesse pagine vi sono i resoconti di alcune testimonianze di pazienti e familiari e soprattutto alcune pesanti intercettazioni.
Tra i casi più eclatanti il doppio intervento su una paziente. Durante l’operazione è stata dimenticata una garza al. Per eliminarla, la paziente è dovuta tornare il giorno dopo in sala operatoria: le era stato detto che era insorta un’altra patologia. Ma non era vero, secondo i Nas: per l’accusa è stata alterata la radiografia che indicava in modo netto la garza. Lo si ricava anche dalle intercettazioni. Come convincere la paziente al secondo intervento? “Basta che lui descriva – diceva Civello ad un suo collaboratore riferendosi ad un altro collega – che c’è una raccolta sottoepatica, la valutiamo. Parli con i parenti… Di’ che venga descritta una raccolta, non un filo”. Stabilito cosa dire ai parenti, sempre secondo quanto dice l’accusa, nei giorni successivi si sarebbe svolta un’altra conversazione per stabilire cosa scrivere sul registro di sala operatoria: “Dizione esatta, ascesso sottoepatico e… si reperta materiale siero corpuscolato… Solo questo, va bene?”. E un collaboratore ricorda che c’è anche da modificare la lastra. Civello dice: “E qui non si vede niente?” e il collega risponde: “E certo professò, non si vede niente…che dobbiamo fare. Già siamo nei guai così”.
In un’altra telefonata Civello, sempre a proposito della vicenda e della modifica della lastra, fatto che sarebbe stato noto a più persone, disse: “Ormai non ci sono più prove quindi, lo abbiamo detto che c’è una raccolta? Questo abbiamo scritto, qualsiasi altra cosa è una calunnia, capito?”.
In un’altra conversazione intercettata, uno dei collaboratori, ringraziato da Civello, rispose: “Ma che scherza professore, l’importante è che abbiamo fatto quadrare il cerchio”.
Tra le accuse mosse a Civello la sua «ubiquità»: si trovava altrove ma risultava contemporaneamente oresente in sala operatoria, anche per rassicurare i pazienti e i loro familiari del suo personale intervento. E tutto questo, alterando il registro di sala operatoria.
In una telefonata, Civello parla ad un suo collaboratore: “Questo paziente è uno che avevo visto quattro mesi fa…Niente, volevo solo pregarti di scrivere anche il mio nome. Di farmi comparire insomma, come… capito?”.
E per un altro intervento già in corso, Civello era di rientro da Catania e disse: “Vengo soltanto a dare un’occhiata in modo tale che posso poi giustificare la mia presenza”.
Presenze-assenze che non riguardano solo Civello ma anche collaboratori. Sempre in un’intercettazione telefonica, un altro medico dice ad un suo collega di farlo risultare come operatore o come aiuto durante l’intervento in sala operatoria: “Mettimi, basta che mi ci metti”.
Ma non sempre si poteva far quadrare le somme richieste. In un caso di intervento in regime di intramoenia, uno dei collaboratori di Civello non ha timbrato l’interruzione del suo orario di lavoro “istituzionale”: Civello avrebbe suggerito al collega di non comparire nel servizio di intramoenia: “Oh senti, siccome queste sono tariffe stracciate che non facciamo, io non ti metto ufficialmente, però poi, dopo, ci vediamo, capito?”.
Tra le intercettazioni prodotte dai Nas anche quelle a confronto con un rappresentante di una casa farmaceutica a cui è stata chiesta una somma di denaro per sponsorizzare un convegno medico. Se la ditta non avesse pagato, il primario ha fatto capire che non avrebbe più fatto prescrivere quei farmaci alla sua equipe. E per far capire meglio, Civello avrebbe fatto l’esempio di ditte che si erano rifiutate dicendo in conclusione: “Loro con me hanno chiuso”.
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